Speciale "Tiziano Sclavi" [3]
di Luca Crovi
gialloWeb
Le recensioni


Mostri

I mostri: «Basta aggirarsi per una città in un ora di punta per vederne a volontà. Tutti chiusi nelle loro automobili, pronti a scannarti se non scatti se non parti appena scatta il verde. Chiunque ha un po’ di potere diventa un mostro: dall’impiegato che ti tratta male solo perché è dietro uno sportello, al dittatore che uccide migliaia di persone». In questo breve prologo tratto dalla mini storia di Dylan Dog «L’orrore», Tiziano Sclavi descrive il suo concetto di mostruosità distaccandosi dalla comune opinione che classifica mostri i menomati fisici e psichici, i minus habens: i mostri per Sclavi sono generati da una ragione distorta o da un ordine imposto con la violenza; i mostri non sono alieni, ma persone alienate, emarginate dalla cultura individualista. A questi diversi, Sclavi ha dedicato la sua opera più toccante e intensa: Mostri. Il romanzo è stato anticipato in forma ridotta nel 1992 sul numero 2 della rivista «Il Bel Paese» edita da Camunia. Protagonisti della vicenda sono tre freaks che sembrano presi di peso dall’omonimo film maledetti di Tod Browning: Ciccio è un nano tanto piccolo che anche i nani lo considerano un nano, Sam è un troncone umano senza arti, Gnaghi un deficiente (come l’omonimo Gnaghi di Dellamorte Dellamore). I nostri eroi vivono rinchiusi in una squallida corsia ospedaliera assieme ad altri ricoverati: uomini con la pelle a macchie, con testa girata di centottantagradi, con le mani attaccate direttamente alle spalle, creature, in altre parole, da Cottolengo. Sclavi ci descrive le loro azioni quotidiane, le loro vicissitudini giornaliere alle prese con il personale dell’ospedale addetto alla loro cura (e spesso tortura). I protagonisti sembrano più cavie che pazienti. Ma qual’è la vera malattia, qual’è l’anormalità? si chiede l’autore. Non certo quella di Ciccio e dei suoi compagni che nonostante la loro esistenza elementare riescono ancora a scherzare e a non disprezzare se stessi, capaci di confrontarsi con coraggio e amicizia negli occhi. Non è forse più mostruoso il cancro che aggredisce Ilde, l’infermiera, al seno? In una splendida sequenza notturna Sclavi inverte i rapporti tra gli assistiti e l’infermiera. Ciccio andando a trovare di nascosto Ilde, dopo aver sbirciato le radiografie della donna che denunciano un cancro, le sussurra affettuosamente: «Finalmente, l’hai capito che ci si trova meglio dalla parte nostra!» La malattia è la soglia che mette in comunicazione i ricoverati fra loro, che li differenzia dal personale medico e paramedico, quel quid che li rende umani, complici nella sofferenza. Una complicità che Sclavi uomo sente di avere con tutti gli emarginati; ha scritto: «Io non sono né Dylan né Groucho, io sono i mostri».


Tre

In Tre il tema dei mostri è inquadrato in quello degli universi paralleli, quei miliardi di universi che esistono «per ogni variazione di parole, gesti e respiri». Il protagonista del romanzo si chiama «il Suo Unico Figlio» e passa da un universo all’altro da una realtà all’altra per modificare il corso della propria o altrui storia. Per sfuggire all’angoscia corre all’impazzita attraverso tutti gli universi. Il suo desiderio è quello di evadere da una realtà caotica, incomprensibile, ricattatoria, per un altrove fantastico, avventuroso, vivibile. Gli basta un atto volitivo per andare al di là di un muro o oltre la vita stessa. Gli uomini normali sono invece condannati ad essere imprigionati in un solo universo, destinati a vivere un unica esistenza, destinati a finire senza avere ancora cominciato ad esistere. Tiziano Sclavi trascina il lettore attraverso frammenti narrativi minimalisti, lo trasporta attraverso infinite realtà psichedeliche. Il lettore non si trova a suo agio nelle nuove realtà non le riconosce, al contrario dei personaggi di Sclavi che le apprezzano e ne colgono il lato positivo. E’ come se il lettore si trovasse per buona parte del romanzo dal lato oscuro dell’universo, solo se avrà il coraggio di superare il varco della fantasia potrà comprendere ciò che vi è al di là. Il romanzo è un viaggio attraverso i buchi neri, non una sicura rotta di teletrasporto. Ma una volta trovata la chiave delle infinite scatole cinesi di Tre ognuno avrà a disposizione un labirinto narrativo di grande fascino. Tre è un’avventura rebus di un giovane coinvolto in esplorazioni, distruzioni, reincarnazioni, amori, caos urbani, proiezioni cosmiche, violenze terroristiche, metamorfosi; un giovane senza nome, senza identità, senza storia, che si proietta di continuo nel passato o nel futuro, ma non possiede il presente, che ha perso i confini del proprio io (o non li ha forse mai avuti) e non riesce a distinguere tra realtà esterna ed interna, tra esperienza e immaginario. Vittima di un continuo bombardamento d’immagini e di informazioni provenienti da un mondo che è tutto e il contrario di tutto, egli si identifica pienamente con ciò che vede e sente: la sua storia può essere indifferentemente la trama di un film cui ha assistito o l’ultima cronaca che ha letto. Sclavi esprime simbolicamente attraverso il Suo Unico Figlio la condizione dell’uomo d’oggi, che ha perso identità personale ed è divenuto unità di consumo.


Dellamorte Dellamore

Dellamorte Dellamore, pubblicato nel 1989, è un romanzo fantasioso e brillante, che racconta vicende tra vita e non vita, un pastiche amaro e beffardo, che porta il marchio delle più sulfuree visioni spettrali di Ambrose Pierce e sviluppa fino ai limiti estremi le fantasmagorie grottesche di Jonathan Swift. «Può avere trent’anni. E’ magro, ha la faccia affilata con un espressione perennemente impassibile tendente al menefreghista...» così viene descritto Francesco Dellamorte (figlio di Francesca Dellamore), protagonista del romanzo. Porta una camicia bianca, Clarks ai piedi, una pistola Bodeo calibro 10,35 nella cintura e tiene costantemente una sigaretta fradicia in bocca. Ha trent’anni, una laurea in biologia e di professione fa il guardiano del cimitero di Buffalora, paesino affogato nella provincia italiana dove tutti conoscono tutti. Al suo fianco opera Gnaghi che sa solo dire Gna, «un minorato fisico e psichico, età indefinibile, espressione ebete e segni particolari: tutti». I suoi occhi sono idioti, la fronte e il mento sfuggenti, un lurido ciuffo si stende sul suo cranio a pera, ha naso smisurato, bocca larga, labbra pendule e carnose. Di mestiere fa lo scavafosse. Questa strana coppia di eroi si trova a essere testimone di un allucinante epidemia biologica: i cadaveri si risvegliano e sconvolgono l’esistenza dei vivi. Dellamorte intraprende quindi, assieme a Gnaghi, un viaggio agli inferi, ritmato da flash di orrore, erotismo e paura. Sclavi si serve di una scrittura multimediale che utilizza il linguaggio delle canzoni, quello dei film e quello del fumetto; la narrazione procede per primi piani, zoomate, flashback; viene addirittura introdotta una voce fuori campo a scandire il senso della storia che si chiude con tanto di titoli di coda. Fin dalla prima sequenza il lettore si sente come dietro una camera da presa che riprende passo a passo le vicende dei protagonisti, spiandoli nei loro eventi e nei loro comportamenti pubblici e privati e che spettacolarizza il fantastico e la normalità.

Il riferimento ai modelli del cinema diventa specifico in molti frammenti narrativi: l’aria malsana che si respira nella bassa pavese di Buffalora ricorda un po’ il Polesine dell’agghiacciante «La casa dalle finestre che ridono» di Pupi Avati, i ritornanti sembrano uscire dalle sequenze visionarie de «L’alba dei morti viventi» di George Romero. Quando Dellamorte e Gnaghi, imboccata l’autostrada, per fuggire da Buffalora, si trovano all’improvviso di fronte al niente «non solo sopra ma anche sotto la sotto oltre i cavalletti, nella buca dove la strada sprofonda» non può che tornarci alla mente la scena finale dell’episodio di Toby Dammit filmato da Fellini in «Tre passi nel delirio». E se il richiamo al film è esplicito, esplicita diventa la filiazione del fumetto, da questo romanzo di Tiziano Sclavi, rimasto inedito per otto anni, è infatti nato «Dylan Dog». O meglio, da questo romanzo Sclavi ha ricalcato alcuni dei caratteri che renderanno inconfondibile il personaggio della serie a fumetti: Dellamorte è continuamente impegnato a costruire senza esito un teschio della Marvel, Dylan è continuamente alle prese con un galeone; uno ha la bianchina, l’altro il maggiolone; tutti e due sono ex alcolisti; tutti e due non amano sparare a meno che non sia necessario, la loro arma preferita è l’ironia; tutti e due sono in dialogo con la morte e l’amore. E i punti di contatto con il fumetto non si arrestano qui: nel numero di Dylan Dog intitolato «Orrore nero» Sclavi ha utilizzato molte scene del romanzo e addirittura, i due eroi, Francesco e Dylan vi si incontrano, uccidendo lo stesso zombie nel cimitero di Buffalora. Dellamorte Dellamore è il manifesto dell’horror all’italiana in cui al sangue delle scene splatter si mescola un acuto humour nero; un romanzo nato dalle ossessioni del cinema e della letteratura, ritrasformato in cinema e letteratura.



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