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ONLUS R. VENETO n° RO 66

Ricerca d'archivio

Il Gruppo ruota attorno a Giuseppe Segato di Pontecchio e per ora si è occupato di ricerca sugli antichi catastici 

Antropizzazione a Pontecchio tra '500 e '800 Il Castello di Pontecchio

 

EVOLUZIONE DELL'ANTROPIZZAZIONE NEL TERRITORIO DI PONTECCHIO POLESINE DAL '500 ALL'800.

Per quanto concerne l’assetto del territorio e gli insediamenti umani per il periodo che va dall’inizio del  1500 alla fine del 1700, la storia di Pontecchio non è diversa dagli altri luoghi del Polesine ed è essenzialmente legata all’interesse per gli investimenti in terraferma da parte di famiglie nobili veneziane. Aspetto confermato da contratti e concessioni sia relativamente all’acquisto che all’attività di bonifica e mantenimento del territorio sia dalle rilevazioni catastali fatte periodicamente durante il dominio della Repubblica di Venezia, dal 1484 al 1797.

Relativamente alle concessioni che possono avere una valenza collettiva emerge la presenza degli "Uomini di Pontecchio" in due occasioni significative: nel 1524 ottengono la riconferma del posizionamento dei pali di confine fatta il 3 giugno 1289 con gli uomini di Borsea e Grignano( 1 ) e nel 1674 ottengono di poter tenere il loro mercato su un terreno dei Grimani posto al "Passo" di Pontecchio( 2 ).

Si tratta di due atti diversi cui partecipano i rappresentanti della "comunità" con il benevolo consenso di casa Grimani, detentrice delle maggior proprietà. Un atto di conferma di confini, dopo 235 anni ed un’altro di continuare per sempre il diritto che sempre hanno avuto.

Concessioni di benevolenza immutate gestite da agenti in loco o in Rovigo che sono invece più controverse e frequenti per quanto concerne l’assetto idraulico del territorio.

Per quanto concerne l’aspetto della rilevazione fondiaria degli insediamenti, cui la presente ricerca è stata per lo più indirizzata, è basata sull’esame dei "catastici" veneziani, del 1615, del 1708, del 1723, del 1775 e del "catastico austriaco" del 1843/45(3). Lo scopo, censuario-fiscale che tali rilevazioni sul territorio si proponevano, ci porta ad escludere falsificazioni e ne evidenzia, nel confronto con la cartografia di questo secolo, l’assoluta precisione.

Non secondari, emergono gli aspetti di rilievo storico quali i toponimi, sia delle strade che delle campagne come risultano sia dalla cartografia che e da contratti o concessioni. Di particolare rilevanza alcuni nomi di strade del 1615. La via "Grande che va alla Guarda", un rettilineo di 5.000 metri (attuali vie da oratorio del Passo sotto Bosaro all’argine del Po), era intersecata ortogonalmente dalla via "del Palazzo di Mezzo", attuale via di confine tra Guarda e Pontecchio(Gramsci-Bellini). La via "della Mota" che conduceva da ovest all’attuale incrocio semaforico(già Palazzina ora Chiaviche), risultato tra i punti più elevati nell’alluvione del 1951. La via "detta la via Mozza o anche Torre Mozza" ora via San Rocco, lascia supporre scenari di difesa scomparsi. La via "Ca’ del Vento" ora sotto Guarda Veneta(tra i due scoli Magarini verso ovest) e la via "detta del lago" ora via Busi - Montacciani. Mentre per la via "che va’ in vela" si riferisce alla particolare forma triangolare della "possessione" "l’Occa" (riscontrato in altre descrizioni di poderi del 1614-15). Le campagne, nel 1775, assumono nomi legati alla loro conformazione o fertilità (Laghi, Magrona, Campagnazze, Piva) alla posizione (Passo, Selva) poi ai signori proprietari (Vendramina, Morosina, Ruzzina, Foscarina, Zulliana, Quirina, Trona, Salvioni, Miana, Cornera) e infine a cognomi di fittavoli (ma al femminile) (Bordeghina, Zanforlina, Barbina).

Un importante raffronto si è potuto fare per quanto concerne il ritrovamento di reperti ceramici di superficie in siti riferibili a questo periodo posizionati lungo le strade e i canali(4).

 

Brevi cenni storici

Il territorio di Pontecchio, situato sull’argine destro del Tartaro, ha seguito le vicende dei Ferraresi prima e degli Estensi poi quale terra di confine e quindi luogo controllato per i traffici e baluardo difensivo fino alla conquista veneziana del 1482 (5) e alla pace di Bagnolo del 1494. Il suo particolare "reticolo" di strade e canali deriva dalla bonifica attuata dagli Estensi dopo che la rotta dell’Adige di Castagnaro e Malopera, della prima metà del ‘400 aveva portato notevoli distruzioni.

In questo ambito e alla riconoscenza per queste opere si possono riferire i principali atti che ne segnalano l’importanza prima della conquista da parte della Serenissima(6).

Dopo il decreto del Senato Veneziano del 1518 per la vendita all’asta dei territori del Polesine, per rimediare ai notevoli costi della recente guerra con Ferrara, anche i terreni e le case già ferraresi di Pontecchio seguono la stessa sorte.

L’investimento in terraferma costituisce per le nobili famiglie di Venezia un’alternativa più tranquilla rispetto "all’andar per mare" anche a causa dell’avvenuta perdita di un monopolio sui commerci con l’Oriente dopo la scoperta dell’America del 1492, la circumnavigazione dell’Africa e la concorrenza delle flotte di Spagna e Portogallo.

Di questo aspetto di "neo agricoltori" dei veneziani si può coglierne sia il lato burocratico insito nella rilevazione sia il lato di deciso e diretto dominio che in Pontecchio appare evidente soprattutto nella gestione del Consorzio di Bonifica(7).

Gli accordi di poter scolare le acque erano stipulati con i territori ad est che erano per lo più sotto il dominio ferrarese. Interveniva allora direttamente la "Repubblica" con i suoi rappresentanti che trattavano con i privati signori ferraresi della Selva o di Gavello e le convenzioni vedevano lo "strapotere" del Consorzio di Pontecchio con i giudici che tenevano nelle loro mani le chiavi delle varie chiaviche a valle a loro garanzia. Verso il 1560 venne permesso il sottopasso della Fossa Polesella per lo scolo dei territori a ovest, di Frassinelle e Pincara, tramite il Condotto della Frassinella poi Pignatin, e attraversare il territorio della "Presa", ma a nord dell’"Arzeron" di Pontecchio, tra i territori di Bosco di Maserà e del Monaco senza interessamento dell’equilibrio già stabilito dagli scoladori fatti da decenni: Marcadello, Colombarolo, Zucca e Rezze. Dal libro delle convenzioni (pag.59) del Consorzio la mesta rassegnazione dei paesi a valle di Pontecchio appare evidente. Gli interessati della riviera del Po, Crespino, Papozze e Bellombra si rivolgono al Conte Alfonso Turco della Selva, dandogli mandato di trattare con i signori di Pontecchio per la bonifica dei loro territori. Consci che se andassero per via legale avrebbero la peggio, lamentano che gli interessati di Pontecchio hanno intenzione "di stancarci con lunghezze e subterfugi infiniti. Il che gli veria fatto per essere la maggior parte di essi de’ principali senatori di Venetia, e, potentissimi in quella Republica". Contenzioso che vedrà unirsi alla "Presa" di Pontecchio di seguito: Selva (nel 1539) e di seguito Gavello(nel 1558), Crespino, Papozze, Corbole, completato nel 1601.

Nella conduzione dei rapporti molto spesso la proprietà si veniva a scontrare con aspettative feudali vantate dalla Chiesa e dalla Diocesi di Adria(8) e a modo suo finiva per imporsi.

Allo stesso tempo il miglioramento dei fondi è stato sistematico, difeso e vantato.

Risultato che appare ottenuto, se nella "perticatio del 1614-1615"(9) la quasi totalità delle "possessioni" è buona da frumento e una sola piccola porzione di terreno è lasciata a bosco. Un altro aspetto che si rileva è la qualità raggiunta nella produzione di un vino eccellente, se il prezzo maggiore rispetto a località vicine è un parametro attendibile(10) .

 

I "catastici": censimenti e misurazioni

Il più particolareggiato resoconto delle famiglie e dei proprietari presenti in paese ci viene dalle "perticazioni" eseguite da Venezia nel 1614-15, e dai "catastici" del 1708 , del 1723, ma maggiormente nel 1775, dove sono disegnate case, fienili e annessi.

La "perticazione" del 1614/15 ci offre una immagine delle campagne ("possessioni") schematizzata e misurata (in "perteghe") ma soprattutto ci descrive il tipo di casa ("murata solarata et cupata", di "cana", con "muro dennanti via"), la coltivazione in atto con la qualità del terreno ("buona da formento", "prativa", "saliciva"), il nome del proprietario e del fittavolo e le "onoranze" di livello("para doi caponi, cento ovi, et un’opra alla corte").

La meticolosità della descrizione dei confini ha permesso di individuare la posizione delle proprietà e l’estensione della "villa" di Pontecchio, da trecento metri dalla Fossa di Polesella all’Argine della Selva, dall’Argine del Po al Bosco del "munego" (ora sotto Bosaro). Tale estensione si manterrà fino a tutto il 1700.

Il "catastico" del 1708 ci offre il disegno dei vari mappali con indicati i proprietari e la dimensione dei singoli fondi, quasi abbozzato (11 ).

Nel 1723 un apposito "registro" viene dedicato alla "Presa di Pontechio" comprendente Pontecchio, Bosaro, Polesella e Guarda ed il disegno appare accurato. Di nuovo la scala di misura dei campi varia, vi sono però riportate le doppie misurazioni, in pertiche di Rovigo e Padovane(12).

 

Il "catastico del 1775-77"

/ADI 22 GENARO.MDCCLXXVII.ROUIGO/CATASTICO/DELLI RITRATTI VLTRA CANALLIA DISOTO/LA/FOSSA POLESELLA/FATTO DA ME/CARLO ANTONIO BALDO PUBBLICO PERITO/DELLA/CITTA’ DI ROUIGO/

Con queste parole, inserite in una cornice colorata e ricca di motivi floreali, su cui campeggia il leone alato della Serenissima Repubblica, viene presentata la serie di registri delle mappe catastali conosciute come "Catastico Veneziano del 1775" in cui è inserito il "commun di Pontecchio". Custodite presso l’Accademia dei Concordi nei registri originali, le mappe riportano il solo territorio della provincia di Rovigo all’epoca sotto il dominio veneziano, suddivise per zone(oltre Canalbianco, di qua della Fossa, ecc) e per comune. Oltre la Fossa di Polesella i Comuni di : Racan, Bresparolla, Salvadeghe, Frasinella, Canaro(a nord del Poazzo), Vieza, Fiesso, Tessarolo, Ospetale, Bagnacavala, Pincara, Castelguglielmo e Valprecona. Al di qua della Fossa : Selva soto Ceregnano, Lama soto Rovigo, Selva soto S.Apollinare, Bosco del Monaco, Quarti sotto il Bosaro, Bosaro, Bosco di Mezo, Pontecchio, Guarda, Quarti sotto la Guarda e Polesella.

Il territorio di Pontecchio, in 22 mappe scala 1:5000 circa, comprendeva quasi per intero l’attuale comune di Guarda Veneta e confinava a nord con il "Bosco del Monaco", a est con "la Selva sotto S.Apollinare" fino allo scolo Zucca e con "lo Stato Pontificio", a sud con "li Quarti" e "Guarda", a ovest con "Polesella" "Bosaro" e "Bosco del Monaco". Le strade, ad eccezione dell’attuale Eridania, erano le stesse come i canali (Marcadello, Colombarolo, Zucca. Rezze- M.Turrini) e gli stessi percorsi che si possono vedere nel formare l’importante "presa" ancora oggi esistente.

Disposte a scacchiera con l’asse nord-sud spostato di circa 20 gradi verso est, le strade delimitano rettangoli regolari ad esclusione delle strade di confine: a nord l’attuale argine del Collettore Padano, a est via Olmo e via Selva, a sud la strada che parte dal Municipio di Guarda Veneta e costeggiando il Forcello arriva fino a Selva di Crespino.

Centoventisette proprietari in duecentotrentacinque particelle. Settantasette livellari a Zuane N.H. Grimani sui totali centootto. Centottantanove abitazioni, a due e a tre piani, sessantasette fienili, la chiesa parrocchiale e tre oratori annessi a: Villa Cappello, Villa Foscarini, Ca’ Salvioni oltre al Capitello S. Pietro Martire, da sempre utilizzato durante le rotte per le funzioni religiose. Sono evidenziate n.2 colombare(in villa Cappello e sul confine con Bosaro in via Ca’ Nova – "la Barbina" ) e ventuno annessi rustici. L’indice suddivide in nobiluomo/donna, signor/a e semplici nome e cognome(in ordine alfabetico di nome).

I maggiori proprietari sono nobili, alcuni già presenti in paese nella prima metà del 1500 (Querini nel 1520, Grimani 1529), gli Erizzo, i Cappello e i Foscarini nella seconda metà , la maggior parte non compariva ancora nel catastico del 1708. Baldi, Bernardo, Cappello, Corner, Erizzo, Foscari, Foscarini, Giustinian, Grimani, Gritti, Manfredin, Marcelo, Martinelli, Miani, Mocenigo, Morosini, Nadal, Nasello, Orrio, Pisani Pisani, Querini, Tiepolo, Tron, Vendramin, Zen e Zulliani sono nobiluomini, Bernardo Maria contessa Collalto e Corner Elisabetta proc. Foscarini nobildonne.

Famiglie che hanno dato Dogi alla Repubblica: Morosini, Corner, Mocenigo, Grimani, Foscarini, Foscari, Tiepolo, Gritti, Pisani, Erizzo, Marcello.

Nove preti e una suora oltre alla chiesa posseggono terreni. Arzillio, Baldo, Bernardi, Bianchi, Manzolli, Petrogali, Roncagalo, Tortello, Zonca, sono signori, mentre Naselli è nobilsignora Anna, e Salvioni è illustrissimo sig. Filippo. Precisazioni che riportano anche i soprannomi, i fratelli comproprietari e il defunto. Le proprietà più estese riportano il nome che è ancora in uso(La Magrona, La Zulliana, il Rastelo, l’Occa, la Bordeghina, la Querina, i Laghi, la Piva, la Cornera, la Ruzina, la Barbina e le Campagnazze).

Su concessione dell’Accademia dei Concordi di Rovigo e finanziamento della Pro Loco di Pontecchio si sono potute fotografare le singole pagine del "catastico" di cui si sono eseguite delle fotocopie a colori. La precisione dei rilievi effettuati dai periti nel 1775-78 ha reso immediato e agevole l’accostamento.

L’operazione di unione delle mappe in una pianta unica di m.1,60 x 1,40 ha permesso una precisa visione d’insieme. La composizione è esposta presso il salone al primo piano del palazzo municipale in Pontecchio.

La misura dei "campi" del "catastico" del 1775 non coincide con misure ferraresi (Biolca mq 6.523) né padovane (mq. 3.862,57). Partendo dall’esatta misura della superficie agraria di alcune grosse campagne a forma rettangolare (Quirina, Bordeghina, Palazzetto) ho potuto risalire alla dimensione del campo in mq. 6.100 circa. Ogni campo è suddivisibile in 4 quarte o quartieri, ogni quartiere (1.525 mq) corrisponde a 288 tavole di 5,30mq l’una.

Per ogni mappa sono riportati su foglio a parte i proprietari delle abitazioni e dei terreni con l’indicazione delle caratteristiche ( livellario a…… , alti, mezzani, bassi e vallivi)(13) e alla loro estensione, in campi, quarte e tavole ed un indice generale per comune con riferimento al numero di mappale.

Dal confronto con gli altri comuni ancora una volta Pontecchio pare mantenere i suoi privilegi, infatti nessuna proprietà di Pontecchio è gravata da decima, come invece si rileva in molti terreni di Arquà, Bosaro, Polesella, Borsea e Sant’Apollinare (14).

 

Presenze attive in paese

Di alcune famiglie rimangono testimonianze di presenza attiva nella piccola comunità.

Marino Grimani acquista il palazzo dal Monte Nuovo nel 1529 (dunque già esistente)(15). Giovanni Grimani chiede al vescovo l’autorizzazione a costruire l’oratorio annesso alla villa il 13/X/1639(16). Gli stessi Grimani sono presenti con donazioni e stemmi ancora ben visibili nella parrocchiale di S.Andrea.

Domenico Cappello nel 1686 edifica l’oratorio annesso alla villa(17).

Dal "liber mortuorum" dell’archivio parrocchiale è segnalata la presenza più volte nel 1775-1780 di un Nobiluomo Don Francesco Cappello che impartisce la benedizione ai moribondi. Ben due infanti della famiglia Cappello (anche Capello), Paula Maria Natalina di dieci giorni il 5/1/1783 e Benedetto di anni nove il 4/8/1789, sono sepolti negli stessi anni, previa autorizzazione del giudice di Rovigo, nella cappella della famiglia, a dimostrazione di una stabile residenza.

Nicolò Foscarini nel 1682 chiese ed edificò l’oratorio annesso alla villa (ben visibile nel particolare) dove lo stesso fu tumulato nel 1738(18). Analogamente il Sig. Filippo Salvioni, che si trovava ammalato, chiede di poter costruire un oratorio annesso alla sua villa per poter assistere alla messa(19).

Gli assenti

Oltre ai proprietari dei terreni e palazzi vi sono decine di cognomi che si rilevano dal libro dei morti parrocchiale e che non compaiono nemmeno tra i livellari. Decine di cavarzerani, di braccianti, di villani, a cui si vorrebbe rendere omaggio. Da sempre ai margini della storia scritta, si sono aggrappati a queste terre o vi sono giunti e poi ripartiti dopo aver scavato un canale o servito un padrone, hanno fuggito le decine di tracimazioni o rotture e hanno poi sistemato gli argini, in una casa di canne ai margini di un podere (20).

CASTRUM PONTECLI. IPOTESI PER LA STORIA DI UNA FORTIFICAZIONE DEL POLESINE MEDIEVALE

di Mihran Tchaprassian

Nell’estate del 1998 una fortunata campagna di scavi archeologici ha permesso il ritrovamento a Pontecchio delle fondamenta di una torre medioevale (1).

La scoperta apre importanti orizzonti nella ricerca e nello studio del medioevo polesano, infatti questo manufatto è una delle molte fortificazioni costruite lungo tutto il Polesine tra il XII e il XV secolo, a difesa delle comunicazioni fluviali e dei passi. Fortificazioni in buona parte scomparse e che sarebbe interessante poter indagare sia con lo scavo archeologico sia con lo studio delle antiche fonti documentali.

Dalle fonti storiche si sapeva dell’esistenza a Pontecchio, in epoca medioevale, di un castello, e se ne conosceva grosso modo l’ubicazione. In passato infatti già altre volte resti attribuiti ad una fortificazione erano affiorati nell’area. Cappellini ricorda, ad esempio, che rimaneva qualche vestigia delle antiche mura dove è il palazzo con la Corte Casazza (2). E Gabrielli scrive che tracce di muraglie furono trovate nel 1965 presso la chiesa durante i lavori di scavo per l’impianto di riscaldamento (3).

Il problema sollevato dal ritrovamento è quello della datazione di questa torre, perché a tutt’oggi non è stato ancora reperito documento o cronaca che ne attestino la presenza in un periodo definito. Dalla tipologia della torre si potrebbe ipotizzare una datazione della costruzione tra il XIII ed il XIV secolo, mentre il materiale emerso durante lo scavo farebbe datare la sua demolizione tra la fine del ‘300 e i primi anni del ‘400. E’ da rimarcare, dai resti rinvenuti, che la torre non sembra essere stata distrutta a causa di qualche evento bellico, ma più probabilmente demolita, o meglio smontata mattone per mattone. Il materiale così ricavato potrebbe essere stato riutilizzato per altre costruzioni.

Da Plebe a Castrum

La storia di Pontecchio è antica, nell’Alto medioevo era una pieve dedicata a S. Andrea, "qui vocatur in Ponticulo", e faceva parte del territorio sottoposto al vescovo di Adria. Ancora oggi la parrocchia è dedicata a questo santo. Anche il famoso monastero benedettino di Nonantola aveva beni e privilegi in questa zona, concessi dai re longobardi. Nella sua storia dell’Abbazia di Nonantola, Girolamo Tiraboschi pubblica un documento del 753, riguardante la donazione di beni a questo monastero da parte del re longobardo Astolfo. In questo documento viene citata, tra le altre, la località di Ponticulo, che il Tiraboschi identifica con il paese polesano.

"... et campum formigosum inter Ponticulum, et lacum fatuum cum ipso Ponticulo, et omnes lacoras usque ad Grumum, seu Sylvam et Lacorianum... " (4).

Un privilegio simile, concesso da Berengario I re d’Italia nel 899, sempre al monastero di Nonantola, e pubblicato dal Muratori, fa menzione di "Pontiso" (5).

Nel 944 una bolla di papa Martino III conferma, al vescovo di Adria Giovanni II, i possedimenti e le proprietà della chiesa adriese, e tra queste il "fundus Ponticecli" (6).

Mentre nel 1192 Pontecchio è iscritto nel Liber Censum della chiesa romana con la formula: "et totam Arimanniam de Ponthano" (7).

Nel 1054 la pieve di Pontecchio con le sue decime, possessioni e pertinenze fu concessa in perpetuo, dal vescovo di Adria Benedetto, a certo Farulfo detto Bulgaro, e ai suoi figli: "... concedo ecclesiam unam, sub vocabulo Saneti Andree, qui vocatur in Ponticulo, cum decimis et oblationibus omnibusque pertinentiis suis, constituto territorio Adriense... " (8).

 

Non è dato sapere chi fosse questo Farulfo, ma l’appellativo di Bulgaro fa ipotizzare un legame con la famiglia ferrarese dei Marchesella-Adelardi, dato che questo sopranome ricorre in alcuni membri della stessa, e che nell’iscrizione tombale di Guglielmo II Marchesella, morto nel 1183, questi era definito come discendente di Bulgaro (9).

Questo spiegherebbe la presenza dei Marchesella a Pontecchio e la loro possibilità di erigervi fortificazioni.

Pontecchio era considerata una località strategica dato che si trovava sulla via che da Rovigo conduceva a Ferrara, e la costruzione di un forte in questo luogo ne garantiva la sicurezza. La Chronica parva narra che Guglielmo II Marchesella-Adelardi, che era a capo di una delle fazioni di Ferrara, quella legata al papato, aveva fatto fortificare attorno al 1140 alcune località, al confine settentrionale del distretto ferrarese, lungo il corso del Tartaro: Fratta, Arquà, Pontecchio e Maneggio.

La cronaca usa il plurale per la località Maneggio e questo si trova anche in altri documenti, pure Marin Sanudo ricorda due castelli: Castel Vielmo e Castel ligneis.

Questa operazione, sempre secondo l’autore della cronaca, fu condotta dal Marchesella per difendersi dalle mire espansionistiche degli Estensi che già risiedevano a Rovigo, dalla parte di Santa Giustina in sinistra Adige, e che possedevano vari beni nel territorio polesano.

" ... propter quod idem Guilielmus in finibus districtus Ferrarie munitiones validas fecit terra et aquis, quacumque iter erat nocere rebus Ferrariae. Utique in Ponticulo, in Arquada, in Fracta, in Manegiis secus paludes positis castella parva construxit" (10).

Come riporta la cronaca questi castelli erano posti lungo delle paludi, erano piccoli, erano costruiti in terra e difesi con l’acqua ossia delle fosse.

La tipologia costruttiva di queste fortificazioni è tipica della area padana tra Alto e Basso medioevo dove molti castelli sono, all’inizio, fatti di terra battuta e legno. Fortificazioni rudimentali che manterranno un loro ruolo anche quando le fortificazioni murate cominciarono ad affermarsi (11).

Castelli di legno e terra erano abbastanza frequenti ancora nel XIII secolo. Un esempio è il forte di Marcamò sulla sponda sinistra del Po di Primaro, costruito dai veneziani nel 1258 per difendere i loro traffici dai ravennati. Il castello di legno fu distrutto dai Da Polenta, signori di Ravenna, il 23 settembre 1309 e ricostruito sulla sponda opposta del fiume dagli Estensi nel 1336, prendendo il nome di S. Alberto (12).

Una delle ragioni per la quale ai forti di muratura erano preferiti quelli di terra è nei costi, è indubbio che un castello di terra e legno avesse un impatto economico minore rispetto ad uno di mattoni. In particolare a fare lievitare i costi, non erano tanto i mattoni, ma la calce che li doveva legare e questo era ancor più valido in un’area come quella polesana totalmente priva di pietrame da cui ricavare la calce.

La calce ed il pietrame da costruzione erano beni talmente preziosi da essere oggetto di furti, come ricordano alcuni documenti.

Ad esempio nel 1224 si verificò il furto di tre "scolas caricatas de petra de calcina" presso Loreo e nel 1313 quello di un carico di pietre sull’Adige (13).

La calce prodotta in Polesine era ricavata dalla cottura di marmi e pietre trovati negli insediamenti romani, come è stato recentemente scoperto ad Adria.

La difesa dei bastioni di legno e terra era poi garantita da un sistema di fosse che li cingevano (14).

Alla morte dell’ultimo dei Marchesella i loro possedimenti passarono, in maniera non molto chiara, agli Estensi. Tra i vari beni c’era il castello di Pontecchio.

Andrea Nicolio, nella sua Historia, scrive che a Pontecchio Salinguerra Torello fece costruire una torre, e pone il fatto nei primi anni del XIII secolo (15). Non c’è però la sicurezza di questa notizia o almeno non sappiamo se il Nicolio intendesse riferirsi ad una torre vera e propria o al rifacimento delle preesistenti fortificazioni, inoltre potrebbe aver confuso gli Estensi con Salinguerra. Infatti Pontecchio era tra i beni personali degli Este e sembra strano che Salinguerra, in lotta con loro, potesse fortificare un paese a lui forse ostile. Tanto che un documento del 1225 ricorda gli "hominibus Marchionum de castro Pontecli", facendo ritenere che gli abitanti di Pontecchio fossero fedeli alla parte estense (16).

Dall’elenco dei beni redatto nel 1293 per il testamento di Obizzo II marchese d’Este, sappiamo che l’estense possedeva in Pontecchio un castrum con una casa ed un mulino ed aveva inoltre una grande casa posta tra un canale, la fossa del castello e due vie pubbliche (17). Non c’è una descrizione di come fosse fatto questo castello, se ancora di terra e legno, come quello fatto erigere dai Marchesella, oppure se fossero state innalzate opere in muratura, tantomeno si accenna alla presenza di una torre.

Esistono due carte topografiche del basso corso del Po databili alla prima metà del XIV secolo ed attribuite al veneziano Frà Paolino Minorita, conservate una a Venezia l’altra in Vaticano. In entrambe viene indicato, tra le varie località, anche Pontecchio. Nell’esemplare veneziano è indicato come Ponteclo e disegnata con una semplice torre, in quello vaticano è chiamato Potedo e la torre è merlata. Anche in una grande carta d’Italia, databile tra la fine del ‘300 e la prima metà del 1400, conservata a Londra, è visibile Pontecchio che è indicato come Ponteio e disegnato con una torre circondata da mura (18).

Non sappiamo però se il disegno della torre, in queste topografie, indichi l’effettiva presenza di questo tipo di costruzione o sia solo il simbolo di un luogo fortificato.

 

A difesa dei confini

Durante il medioevo furono costruite in Polesine molte fortificazioni, in particolare lungo i corsi d’acqua per difendere e controllare la navigazione, i passi e i dazi. Castelli e torri sono presenti in molte cronache e documenti, e fanno da guardia al Po e all’Adige, anche se l’Adige di allora corrisponde all’attuale Adigetto.

Queste fortezze garantivano il controllo del territorio durante le continue guerre per il predominio in Polesine tra Venezia, Padova, Verona, Ferrara.

Come nel principio del domino ogni parte erigeva la sua torre, il suo castello, tentando di conquistare e distruggere quello dell’avversario.

Seguendo la disposizione delle varie fortificazioni si ha inoltre un quadro di insieme dell’idrografia medioevale polesana. Così l’Adigetto era allora il ramo principale dell’Adige, e sulle sue sponde Verona dal XII secolo fondò alcuni presidi fortifìcati: Francavilla, Gaibo, la torre di Rovigo. Presso Rovigo si dipartiva dall’Adigetto un ramo fluviale che intercettava quello che è oggi l’Adige presso San Martino di Venezze, allora più una palude che un vero fiume. Gli Estensi tra il XII ed il XIII secolo, a questa confluenza, eressero due castelli: Venezze e Camponovo che si contrapponevano a quelli padovani di Anguillara e Borgoforte. Allo stesso modo durante le guerre tra Estensi e Torelli, per il predominio in Ferrara, le due parti fortificarono varie località del Polesine, rincorrendo per mezzo di questi castelli la supremazia sulla parte avversaria.

Tra Po e Adige esisteva un altro sistema fluviale, del quale l’attuale corso del Tartaro-Canalbianco ricalca in parte il percorso. Durante il medioevo il fiume che oggi conosciamo come Canalbianco altro non era che un insieme di valli e di fosse. Inoltre sembra esistessero due rami del Tartaro, uno che ripercorreva, all’incirca, il percorso dell’antico Po di Adria e che attualmente corrisponderebbe ad una porzione dello scolo Valdentro (19). L’altro corso del Tartaro era di poco meridionale al precedente e si intersecava con le paludi. Questi corsi fluviali erano identificati con vari termini a seconda dei territori che attraversavano così oltre che Tartaro i documenti antichi riportano Pestrina, Gaibo, Atrio e Gavellione (20).

Fin dal XI secolo furono intrapresi sul Tartaro lavori di scavo per facilitare la navigazione, in particolare ad opera di Bonifacio duca di Toscana, padre di Matilde di Canossa. Per suo ordine fu scavata una fossa che originò il Tartaro di Maniezzo, ossia di Castelguglielmo (21).

Il sistema fluviale del Tartaro, retaggio di antiche vestigia fluviali. rappresentava durante il medioevo il termine di confine certo, il limes di classica memoria. Infatti non è un caso che lungo questo percorso fluviale fossero, state erette, nel tempo, molte ed importanti fortificazioni.

Anche Peregrino Prisciani, alla fine del ‘400, considerava questo fiume, allora noto come Castagnaro, il confine naturale tra il ferrarese ed i possedimenti veneziani (22).

Esempio di come questo fiume rappresentasse per Ferrara un confine è in una lettera del 1438 di Nicolò III d’Este: "Perché nui siamo informati che Castelguglielmo è del distrecto e terreno nostro de Ferrara..." (23). Inoltre durante le trattative di pace di Bagnolo del 1484, successive alla guerra tra Ferrara e Venezia, Ercole I si oppose alla consegna delle terre a meridione dell’attuale Canalbianco, che obbiettava essere parte integrante del territorio ferrarese (24).

"Nasse differenzia ne li capitoli de la pace concluxa per le confine del Polexene, perché la Signoria de Venetia intende che Castel Guglielmo et la Torre de San Donato et la Fratta li sia concluxa con la possession de le Cande et altri lochi, et lo duca de Ferrara per niente lo vol consentire..." (25).

Già nel 1405, all’indomani della guerra di Venezia contro i Carraresi e i loro alleati Estensi, Nicolò III pur di non cedere a Venezia Castelguglielmo e la fascia di territorio a ridosso del Canalbianco, era disposto a perdere la bastia di Piantamelon presso Adria (26).

Allo stesso tempo le torri e castelli del Polesine non sembrano essere stati la struttura di un sistema di organizzazione e di controllo delle campagne. Infatti queste fortificazioni non sono da considerare nell’ottica dell’incastellamento tipica di altre aree italiane, anche vicine, ma sono invece da inquadrare come costruzioni volte alla difesa complessiva del territorio. Erette per la salvaguardia dell’intera comunità, o anche di una sua parte a seconda delle guerre civili in atto, lungo i suoi confini, ritorniamo pertanto al limes.

 

Ipotesi sulla torre

Sul quando questa torre fu costruita e quando fu demolita si possono, fino ad ora, fare solo alcune ipotesi.

1) Andrea Nicolio, come già ricordato, scrive che Salinguerra Torello, durante il conflitto che lo opponeva agli Estensi, fece costruire, agli inizi del ‘200, le torri di San Donato a Predurio presso Fiesso e di Pontecchio.

Ma gli abitanti di Pontecchio, a quanto sembra, patteggiavano per la parte marchionale e non per Salinguerra, pare così difficile che questi potesse erigere una fortificazione in un’area a lui ostile. Inoltre ancora nel 1293 è menzionato genericamente un castrum e non una torre.

2) Nel 1308 Francesco d’Este, durante la guerra che lo opponeva al nipote Fresco, per il controllo di Ferrara, vende al comune di Padova i suoi diritti su parte del Polesine per 10.000 ducati.

Tra le località alienate c’è Pontecchio. " ... Commune Padue sit in plena et pacifica possessione locorum et terrarum Rodigii et totius comitatus et Arquade de Salto, Frate, Coste, Pontecli... " (27).

Il comune di Padova che controllava le cave di pietra da calce e da costruzione dei Colli Euganei non avrebbe avuto nessuna difficoltà a far costruire una torre a Pontecchio, anche per premunirsi da eventuali attacchi provenienti proprio dal ferrarese. Infatti tra il 1318 ed il 1320 oppose gli Estensi, alleati degli Scaligeri, a Padova per il controllo del Polesine (28).

Una indiretta conferma di questa ipotesi sembrerebbero fornirla le due topografie del ferrarese di Frà Paolino Minorita, databili alla prima metà del XIV secolo ed in particolare tra il 1330 ed il 1340, e che mostrano a Pontecchio una torre.

3) Nicolò II d’Este, intraprese dagli anni ’70 del ‘300 e fino al 1388, anno della sua morte, un’ardua e complessa opera di rifortificazione dei suoi domini. A questo periodo sembrano risalire le mura e parte delle torri di Rovigo, così come altre fortificazioni ancora visibili in Polesine (29).

4) Nicolò III in vista della guerra che lo avrebbe opposto a Venezia, in alleanza con i Carraresi, fece fortificare nel 1404 il Polesine ed in particolare il Delta e la fascia rivierasca in sinistra del Po (30).

Nel 1405 i veneziani, vinta la guerra, ottennero, secondo i patti della pace, la distruzione di queste fortificazioni (31). E’ da notare però che la torre di Pontecchio non viene menzionata in nessuna cronaca o documento di questa guerra, che al contrario ricordano le altre fortificazioni. E’ ipotizzabile che la torre fosse stata già demolita e il materiale riutílizzato per costruire o rinforzare altri castelli. Infatti il materiale rinvenuto nello scavo daterebbe il termine ultimo di questa torre tra la fine del ‘300 e i primi anni del ‘400.

I bastioni

Il castello di Pontecchio ritorna d’attualità con la guerra tra Venezia e Ferrara del 1482-1484.

La torre non esisteva più da tempo e la nuova fortificazione era composta da due bastioni di terra posti a guardia del passo del fiume, sui due lati di questo.

Bernardino Zanbotti, ferrarese, così ricorda nel suo diario, la conquista di questi forti da parte dei veneziani, comandati da Roberto di Sanseverino, attorno al 17 luglio 1482:

"A di 17, de mercori. La rocha de Arquada fu prexa per la zente del signor Roberto et anche dui bastioni herano in Pontechio, per non poterli succorli" (32).

Anche Marin Sanudo descrive l’avvenimento, ed il suo racconto non si discosta da quello dello Zambotti.

" ... altri, come ho detto, andarono alli bastioni di Pontecchio, e quelli presero ... li bastioni di Pontecchio, che in questa guerra per comandamento del marchese furono di terra con legnami e spalti fabricati, e cinti con fosse fortissime" (33).

Le due testimonianze, sono concordi nel descrivere la fortificazione di Pontecchío come composta da due bastioni di terra, mentre non fanno menzione di torri in laterizio.

Sempre il Sanudo da una migliore descrizione del sito.

"De Ruigo al Laco Scuro è mia 19; se usse per la porta de Santo Bortholamio sopra nominata, et mia 4 se trova li bastioni dePontichio, in mexo de i qual core un aqua, et già era uno ponte di legno chome par et dimostra ozidi, et è dirupto et butado a terra per paura di quello poi è intravenuto: aduncha bisogna passar con burchieli, et è porto; di là è quel altro bastione. Ora questo di la banda di Ruigo è tondo, di terra compisito, et grande, con fosse atorno, alzata la terra dai lai, con un ponte levador li va dentro: qui era Bassan da Lodi con page 40. Et l’altro similimo guardato et custodito da uno Contestabele et fanti con artilgiarie non poche; et è pinto" (34).

Il Sanudo usa due termini, nelle due descrizioni: "spalti fabricati" e "pinto", che potrebbero fare presumere che il bastione di Pontecchio avesse una qualche struttura di mattoni, mentre era di terra quello posto al passo in sinistra del fiume.

La tipologia dei bastioni descritti dal Sanudo è interessante perché costruiti per una guerra di artiglierie dove una torre sarebbe stata inutile.

Riguardo alla presenza di un fiume, oltre al fatto che esisteva nel 1293 un mulino, e che le cronache del Sanudo ci attestano questo corso d’acqua, sembra che l’alveo di questo fosse un po’ più a Sud dell’attuale corso del Canalbianco e più vicino così al paese di Pontecchio.

La storia del castello si chiude nel 1484 quando Venezia rifiutò la restituzione di Pontecchio al marchese Ercole I che ne chiedeva la resa assieme alle terre in destra del Canalbianco, o almeno per Pontecchio la donazione essendo quello un possedimento, avito, della casa d’Este.

Con decreto nel 1518 il Senato Veneto mise in vendita, al pubblico incanto, i beni demaniali in Polesine, per poter rimpinguare le esauste casse dello stato dopo la guerra della Lega di Cambrai. Anche l’area del castello di Pontecchio, con almeno una delle case che appartenevano agli Estensi, fu venduta. Il "palazo de Pontechio", come si legge in un testamento del 1529, fu acquistato dalla famiglia veneziana dei Grimani (35).

 

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