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Apollo Iperboreo

Il culto di Apollo è originario della regione iperborea, un nord mitico le cui tracce si perdono lungo l’asse danubiano dell’età del bronzo. Borea è il vento gelido che soffia dai monti della Tracia e sua madre Eos è la stupenda alba dalle rosee dita. Taluni riferimenti situano gli Iperborei nelle pianure paludose ove migravano d’estate le oche selvatiche o addirittura sul delta del Po. Il culto di Apollo è in ogni modo ben attestato presso i Paleoveneti, insediati tra i grandi fiumi che sfociano nell’Alto Adriatico. A quel tempo la regione era ricoperta da immensi boschi di carpino, faggi e querce. Cespugli di sorbo rosso, biancospino e corniolo facevano da sottobosco agli olmi centenari e agli alti frassini. Era il regno incontrastato del capriolo, il cui culto è stato attribuito ad Apollo.

La cavalcatura di Artemide è invece la cerbiatta. La femmina è priva di corna e le assume solo nelle leggende che si riferiscono alla renna, anche qui memoria del lontanissimo passato boreale. A testimoniare l’antichità del substrato che ha alimentato il mito di Artemide sta fra l’altro il racconto della sua uccisione del gigante Orione, la cui costellazione presidiava intorno al 4.500 a.C. il ritorno della luce nell’equinozio di primavera.

Bianco è l’impiastro di fango che nasconde il volto di Artemide; un chiaro richiamo alla natura lunare della dea, come pure l’arco d’argento che adopera per cacciare nei monti selvaggi o nei boschi sacri a lei dedicati dai Paleoveneti.

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