Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

Iolanda Serra

IL CUORE DI GEMMA

&

LA MADRE

Dall'Antologia "POESIE & RACCONTI", Edizione O.L.F.A., 2000, Ferrara, pp. 444

 

IL CUORE DI GEMMA

 

"Si passa la vita, aspettando che la vita passi."

Ma per Gemma non era valido questo detto; lei non aveva mai passato la vita aspettando che le passasse sotto gli occhi senza lasciare una scia su cui scendere a valle o salire a prendere le stelle nelle notti d'agosto.

Non l'aveva mai fatto né tanto meno avrebbe avuto tempo per farlo ora: la vita correva e lei aveva rallentato il passo.

Le rotaie, ad un certo punto, si stringono e le ruote metalliche del treno in corsa chiedono spazio per andar lontano.

Su un letto bianco e arido, cercava di riempire le gocce di vita che centellinava come grani di un Rosario ed assaporava come un bimbo il primo gelato di stagione.

Contrariamente a quanto avrebbero fatto gli altri, a conclusione della propria esistenza, lei non amava rivedere alla moviola le sue puntate già fatte: a cosa sarebbero servite?

A rimpiangere la vita che volava via leggera, sempre più leggera, come un soffio a primavera?

I suoi giorni bui non le avrebbero certamente dato quella forza che ora bramava, per dare un senso a quell'ultima manciata di sogni da vivere.

Proprio come una candela che si consuma inesorabilmente, era giunta al fondo della sua breve "altezza", datole in prestito all'alba del suo primo battito nel grembo di Eva.

No, non avrebbe passato i suoi preziosi attimi a ripassare a memoria i visi, le mani incrociate, le lacrime sciolte, i sorrisi non fatti.

Aveva scelto di vivere ancora ed ancora avrebbe vissuto, come una volta, nelle sue novelle, che senza chiedere biglietto, raccontava ai colombi che le facevano visita sullo stretto davanzale dell'ospedale che aveva accolto il suo stanco cuore.

Ancora una novella, l'ultima, che la sua fantasia cercava di strappare al tempo che fuggiva via.

La trasmetteva a loro con lo sguardo, con un battito di ciglia e loro, svelti, volavano via a distribuirla a tutti i bimbi del paese.

Essi aspettavano, aspettavano ogni giorno, aspettavano sin da quando, lei, appena adolescente, regalò alla sua maestra la sua prima avventura nei boschi: non c'era il lupo cattivo che veniva ucciso dal cacciatore buono, ma una fata che lo trasformava in una colomba bianca con il compito di diffondere la pace e difendere la giustizia.

Il suo amore per la vita si compiva nella scrittura di piccole favole dedicate a quei bambini che non aveva mai potuto avere; il suo cuore era stato fragile e debole fin da piccola, non avrebbe potuto battere per due, non sarebbe bastato per alimentare un'altra stella.

Ne desiderava tanti di bambini, fìn dal primo giorno del suo matrimonio, ma il cardiologo era stato chiaro: se rischierai, non avrai tempo per guardare negli occhi tuo figlio e la prima cosa che egli vedrà sarà il tuo sorriso spento.

Avrebbe avuto senso mettere al mondo un figlio e non poterlo cullare, abbracciare, sorridergli e porgergli la mano a sostenere il suo inciampo?

Avrebbe avuto senso far nascere la vita da un destino di morte?

Era ancora lì a pensare, quando II destino decise per lei: una corsa veloce verso l'ospedale e una lunga attesa nella sala di rianimazione.

 

Il sole fu di nuovo bello dopo quei giorni, ma il vento aveva per sempre portato

via anche l'ultima speranza di veder esaudito il suo desiderio.

Cosi rinunciò, di fronte al mondo, al suo progetto di vita, mentre il suo cuore batteva forte un amore che chiedeva di essere vissuto.

Le dissero che avrebbe dovuto rallentare il ritmo del suo cuore e dipingere più lentamente i suoi soffitti blu e le sue notti magiche.

Il suo cuore aveva bisogno di energia e non poteva chiedergli ancora di aspettare che il pensiero prendesse forma: ora doveva decidere e fermarsi.

Quell'ultima fiaba aveva qualcosa di speciale.

I colombi ascoltavano rapiti e silenziosi, in fila sullo stretto davanzale non sbattevano le ali per non smuovere l'aria intorno, così che le parole sussurrate

non volassero via prima che si fossero compiute.

Di tanto in tanto gli occhi si chiudevano e il contatto si interrompeva.

Loro chinavano il capo prima a destra, poi a sinistra, a scrutare, a cercare ancora quell'ansia che spinge alla vita, anche quando essa fugge lontana e rapida s'invola verso l'arcobaleno, aspettando un bambino che lo guardi stupito.

Avidi ancora di sogni, aspettavano, i colombi, il battito successivo, sembrava quasi che con il loro tubare silenzioso dessero forza a quel muscolo stanco; ora erano loro a dire: "Raccontaci ancora dei tuoi prati e prendi pure le nostre ali per volare nei regni lontani e per i castelli sparsi per il mondo.

Stringi forte i tuoi pensieri, in quel pugno ancora vivo e viaggia con noi oltre i confini del tempo a ridarci l'immensità che l'uomo ci ha rubato."

Il tubo collegato al palloncino che respirava aria per lei, dandole tempo per vivere ancora, diventava sempre più pesante, ma lei non contestava.

Il by-pass sul cuore premeva dolorosamente, ma lei non si lamentava.

Gli occhi si svuotavano ad ogni istante sempre di più, ma non piangevano lacrime, per non sciupare quell'istante in cui nel suo petto ancora alitava il soffio di vita.

Ora un infermiera controllava il monitor; ora un'altra le sistemava le lenzuola fuori posto; un'altra ancora controllava la sua flebo appesa alla sua sinistra e il braccio gonfio per l'ago che ormai si era radicato da giorni nelle sue vene vuote.

Con uno sguardo d'assenso e di dissenso, riferivano gli esiti delle loro visite al primario che andava a visitarla una volta al giorno; era come per dire: niente di nuovo, il che significava niente per la vita e niente per la morte.

Come se tra la vita e la morte ci fosse stato un compromesso, una tregua, una promessa di non scavalcarsi prima dell'ora, dell'ultima.

Una pausa di silenzio usata dai più per ripensare ai tempi che furono; usata da lei per scolpire ancora il futuro e lasciarle un'orma, ancora una.

Nella sfida eterna, nessun ripensamento: finita una vita, un'altra ne ricomincia là dove la vita stessa è altro dalla vita.

Da dietro i vetri, si alternavano i visi stanchi ed affettuosi ora dei genitori ora del marito, dei fratelli, degli amici, dei colleghi di lavoro, di una bimba come lei prigioniera del suo cuore stanco.

Aveva letto tutti i suoi libri e da quando aveva saputo che era lì in ospedale come lei, non mancava tutte le mattine di pregare la mamma che l'accompagnasse, con la sedia a rotelle, a salutarla; un solo cenno con la mano, un cenno che diceva tutto: "ciao" o anche "benvenuta" o ancora "t'aspetto, raccontami dei tuoi folletti che vengano a farmi compagnia nelle mie notti buie e dei tuoi sogni fanciulli che s'incrociano con i miei."

Un cenno che poteva dire anche "grazie"; grazie per esistere, grazie per esserci stata nella mia vita, grazie per II tuo sorriso sconosciuto che mi riempie i miei ultimi tristi giorni, proprio come i tuoi.

"Dottore, quanto tempo ancora le rimane?"

"Poche ore! Mi dispiace signora, ma la medicina non può fare altro.

Ci sarebbe una sola possibilità: un trapianto. Il suo cuore è stanco e debole, non ce la fa più a spingere il sangue nelle vene e non possiamo aiutarla in nessun altro modo. Un cuore nuovo le ci vorrebbe. L'abbiamo inserita nella lista d'attesa, tra i casi urgenti, ma chissà quando potremo disporre di un cuore forte che possa sostituire il suo. Non possiamo fare altro che aspettare e pregare."

"Pregare? Pregare perché? Pregare, per chi? Pregare, che qualcun'altro muoia per poter prestare il suo cuore ad una sconosciuta? Pregare per la morte di un innocente per salvare la vita di un'altra? Sia anche mia figlia, questo non potrò farlo mai: pregare che la morte mi restituisca mia figlia, portando con sé un'altra vita, no, questo no, non potrei mai farlo e Dio solo sa quanto le voglio bene e quanto soffro pensando che domani non sarà più qui a vedere con me sorgere il sole."

"No, cara signora, non è come crede lei. Nessuno aspetta la morte dell'altro per ridare ancora tempo ai propri cari, perché la morte viene da sola, quando nessuno la chiama e nessuno la sospinge dentro di noi. Quanti incidenti, quante morti premature avvengono per motivi ancora a noi sconosciuti e misteriosi.

Non è il nostro volere a decidere, ma la legge e la giustizia divina.

È moralmente giusto, dunque, che chiunque muoia, in situazioni tragiche o impreviste, possa, se è suo desiderio, permettere ad un altro di continuare a vivere per lui e dentro di lui, quasi un prolungamento di sé nell'altro. È un modo per sentirci davvero fratelli e simili. Non ci sarebbero più barriere, né di razze né di religioni, né di ceti né di credi politici: soltanto il fratello che si dona all'altro fratello. Si compie in questo scambio il vero senso della vita: ama il prossimo tuo come te stesso.

E quale modo migliore e più concreto se non quello di donarsi, gratuitamente, all'altro?

Quale dono più prezioso del proprio cuore, della propria vita potrà mai fare un fratello al suo simile?

Si compie, in questo gesto, tutta una Storia, tutto un passato e si apre un intero futuro.

Dalla morte rinasce la vita e quale mistero più grande di questo potrà mai compiersi sulla nostra misera Terra?"

"Veramente non avevo mai pensato a questo problema da questo punto di vista. Mi sembrava un fatto egoistico ed invece scopro che è una prova d'amore, una grande prova d'amore e di coraggio. Chissà, forse è anche giusto che da una lacrima possa nascere un sorriso, ma si tratta comunque di una gioia a metà.

Ma le sue parole, dottore, sono giuste e sagge: sento di voler anch'io contribuire alla rinascita della vita, come un nuovo parto, un parto d'amore più grande del primo: se mia figlia... quando mia figlia... non ci sarà...più... vorrei che i suoi organi sani fossero donati a chi ne abbia bisogno.

Le chiedo solo la certezza che vadano davvero a chi ne abbia immediato ed urgente bisogno, senza distinzione di ceti sociali: che non siano i soldi e le raccomandazioni a vincere sulla vita. È un dono e che sia un dono vero: gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente dobbiamo dare."

"La sua generosità e la sua forza sono ammirevoli, signora. Non è facile di fronte a tanto dolore, pensare agli altri che soffrono, mettendo per un attimo da parte il tormento e il vuoto che dentro s'allarga per la perdita dei propri cari. Il suo gesto è una vera prova d'amore e Dio solo sa se nel mondo c'è bisogno d'amore."

"Non mi lodi, dottore. Sono solo una madre che ama i suoi figli. Non è generosità né eroismo né martirio il mio, ma solo fede, quella fede che dà la forza di amare al di là del dolore.

Il nostro egoismo ci rende schiavi di noi stessi e della nostra stessa vita; per questo la morte ha la sua ragion d'essere; ci riporta alla nostra umile dimensione e ci smaschera di fronte alle nostre presunte grandiosità, al nostro narcisismo che: ci fa credere onnipotenti.

La morte esiste per farci amare di più la vita e solo di fronte ad essa ne scopriamo l'importanza.

Mia figlia non vedrà più sorgere l'alba, ma i suoi occhi potranno farlo per lei, potrà stupirsi ancora dei colori dell'arcobaleno, mentre aspetta che un bimbo stenda la sua mano verso il cielo. La rivedrò sorridermi ancora e sarà ancora con me, con noi, per sempre!"

 

"Gemma, come stai oggi? Ti vedo più rosea e più rilassata, chissà che non ci sia qualche miglioramento è una speranza in più!"

"La speranza non manca, mamma, ma neanche il realismo deve mancare. Lo sappiamo bene che mi sto spegnendo un po' alla volta, adesso sono quasi alla fine e non c'è ritorno per me…"

"Ma i miracoli avvengono ancora, Gemma, non bisogna mai disperare.…" "I miracoli lasciamoli a coloro che hanno davanti ancora una vita da vivere... io la mia l'ho fatta… l'ho vissuta intensamente... forse per questo mi è scorsa più velocemente degli altri. Ogni anno della mia vita è valso per due, rispetto agli altri, perché mai una briciola ho lasciato inutilizzata. Tutto ha avuto un significato, un motivo per essere, tutto e stato vissuto con pienezza, per questo non rimpiango il tempo che non ho più né maledico il cuore che si è stancato di battere.

Sono felice mamma, felice per i giorni che ho vissuti ed anche per quelli che non potrò vivere.

Non li vivrò nel senso che noi crediamo di vivere, ma sarò viva per sempre, nella Luce, nel mistero, nel Cosmo che ci contiene. La mia vita sarà il tutto e il tutto sarà in me ed io non dovrò più temere il tempo che passa, ma soltanto godere del tempo che è , perché io sarò il tempo e lo spazio e la Vita che genera Vita…"

"Ho capito quello che cerchi di dirmi. Gemma, anche in questo momento difficile ti stai nuovamente preoccupando per gli altri, per me, per il dolore che proveremo, per questo ci nascondi il tuo, così come hai sempre fatto. La tua forza e stata la nostra forza, ma questa volta non basta la tua fiducia e la tua capacità di rendere tutto più bello e meno doloroso: questa volta è finita, sarà finita per sempre e tu non ci sarai più a tenerci la mano, quando come bambini

il nostro passo inciamperà. I nostri ruoli si sono invertiti sin dai tuoi primi passi in questo mondo. Tu sei stata madre e padre per noi e noi tuoi discepoli timorosi e fragili.

Ma adesso tocca a noi darti anche una sola speranza e la speranza c'è: il cardiologo mi ha detto che forse un trapianto potrebbe ridarti la vita.

Un trapianto di cuore è oggi più facile che in passato, ti hanno messo in lista d'attesa e chissà… forse… quel cuore potrebbe arrivare in tempo!"

"Un cuore nuovo! Un altro cuore per me! Sarebbe bello, ma non giusto. Io ho già vissuto i miei anni, altri invece non hanno avuto neanche questa possibilità…"

"Non dire così, Gemma, tu hai ancora così tanto da dare in questo mondo..."

"Forse... chissà..."

"Dottore, hanno chiamato dal Policlinico. C'è stato un incidente sull'autostrada, due macchine si sono scontrate frontalmente: c'erano 4 ragazzi a bordo.

Due hanno riportato ferite più lievi, ma gli altri due hanno avuto la peggio: un ragazzo è morto sul colpo mentre una ragazza è entrata in coma irreversibile ed ha riportato lesioni cerebrali motto gravi, per lei non ci sono speranze.

I genitori hanno autorizzato l'asportazione degli organi sani: le cornee, i reni e il cuore. Il cuore è forte e sano ed e perfettamente compatibile con quello di Gemma. Ci chiedono se siamo pronti per il trapianto e quanto tempo occorrerà per prepararla all'intervento. Loro hanno già cominciato l'asportazione e potrebbe essere qui fra due ore al massimo.

Cosa devo rispondere? Ci sono molte richieste e se fosse già tardi per Gemma, nel caso fosse entrata nella fase terminale, potrebbe essere utile a qualcun'altro.

"È una bella notizia, pur nella sua drammaticità: per la ragazza deceduta non possiamo fare più niente, ma per Gemma c'è ancora una speranza.

Comunica che abbiamo l'autorizzazione dei genitori per il trapianto e che inizieremo subito la pratica per l'intervento.

Io, intanto, parlerò con Gemma, è importante che lei sia d'accordo e che abbia ancora tanta voglia di vivere, l'aiuterà a reagire e ad evitare la crisi di rigetto..."

"Gemma, ho una bella notizia per te: c'è un cuore nuovo in arrivo. C'è stato un incidente e una ragazza è morta, ma i medici hanno fatto in tempo ad asportare il suo cuore, è forte e sano e perfettamente compatibile con il tuo. Arriverà qui fra meno di due ore. Adesso è importante che tu lo voglia e che sia pronta a riprendere la tua vita. Ti verrà data una seconda opportunità e tu dovrai coglierla al volo ed impiegare tutte le tue energie perché non venga sciupata e la morte di quella ragazza non sia stata inutile. I suoi genitori piangono per lei, ma hanno pensato anche agli altri e il loro gesto merita di avere la ricompensa giusta: rivedere la loro figlia nei tuoi occhi e nel battito forte del tuo cuore.

Vuoi, Gemma, vuoi un cuore nuovo, un cuore che ritorni a battere forte? Potrai regalare ai tuoi fans ancora tante storie, tanti momenti fantastici nei quali poter sognare con i personaggi della tua fantasia.

Lo voi, Gemma, vuoi vivere ancora?"

"È una domanda questa, la cui risposta non è facile e non per il dubbio dì vivere. Io amo la vita, l'ho sempre amata e per questo non ne ho sprecato neppure un istante.

Vivere ancora?

Certo che lo vorrei, non potrei mentire né a lei né a me stessa, ma io mi ritengo già fortunata così: ho avuto la possibilità di correre per 25 anni, lungo i sentieri misteriosi di questo cammino che chiamiamo vita.

Se guardo in avanti, vedo gente di 60, 70, 80 anni, qualcuno anche di 90 ed allora mi coglie l'angoscia per il tempo che non ho avuto.

Se guardo indietro, vedo bambini di 6, 7, 10 anni che hanno terminato il loro cammino prima ancora che scoprissero di camminare.

Ed allora mi chiedo, chi di noi abbia più diritto di vivere?

Chi di noi e quanti di noi hanno diritto ad un'altra possibilità?

Quella bambina che viene tutti i giorni dietro i vetri della porta della mia stanza e mi aiuta con un cenno di mano, ha meno di 10 anni e meno tempo di me. Chi ha più diritto di vivere?

Chi potrà mai stabilirlo? Un giudice, un avvocato, un cardiologo?

La Vita. Solo vita potrà scegliere.

E nessuno più di me, che sono vicina alla morte, può sentire il suo battito la sua voce e il suo desiderio: non a me , quel cuore nuovo.

La vita e già stata clemente con me.

Ma a lei, fragile e tenera piccina che non conosce ancora i grandi misteri dell'esistenza, Gli straordinari segreti dell'amore, la grande gioia che si prova perdendosi nell'abbraccio del vento.

Dottore, non a me dovete fare quella domanda: chiedetelo a lei se ha voglia di vivere e la risposta sarà quella giusta e non ci saranno esitazioni.

Non è del falso eroismo il mio né sono una martire fuori tempo: sono solo la voce della giustizia e non potrei mentire, tanto meno in questo momento.

Le mie favole le faranno ancora compagnia ed io le sorriderò tutte le volte che vorrà, così come ha fatto lei, in queste settimane di degenza in questa camera d'ospedale.

Quel cuore e di Marta, la bambina dagli occhi verdi e non è un mio dono, ma un dono della Vita che decide per noi.

Datele un bacio da parte mia e stringetele la mano forte forte quando tutto sarà finito: lei capirà ed io sarò ancora viva dentro di leli."

"Ma tua madre... tuo marito... sono già stati informati ed hanno dato il loro consenso... adesso... cosa diranno...?"

"Loro capiranno, sarò io a dirglielo... adesso, andate da Marta e preparatela per la nuova vita!"

Verso sera, il cielo s'imbianchì: era il tramonto, ma stranamente sembrava l'alba.

Divenne prima roseo e poi si coprì di un rosso infuocato.

Una leggera brezza alitava sui peschi in fiore e una bambina correva sui prati in cerca di farfalle.

La mano alzata contro il vento a sentire la vita che tremava nel suo petto.

Due occhi verdi come il prato rivestito a festa, cercavano ansiosi quei segreti misteriosi che aveva scoperto tra le pagine del suo ultimo libro: un folletto qua, una fatina là; una rondine ferita e un ranocchio che aspetta di diventare principe; una ragazza che sospira alla finestra al suo lontano amore e una giovane donna che dona il suo cuore alla vita.

Adesso la corsa era finita. Appoggiata vicino ad un cespuglio, ansimava per la fatica fatta: il suo cuore era adesso forte, più forte di prima e le sue gambe agili e svelte. Sapeva che non doveva comunque affaticarsi così, era ancora troppo presto per l'intervento subito, ma c'era in lei un'ansia, un desiderio più forte che la spingeva a non perdere un solo attimo di quei giorni avuti in omaggio.

Era come se qualcuno spingesse dentro di lei e le chiedesse di non fermarsi mai, di correre fino a quando le sue gambe avrebbero retto: il suo cuore avrebbe baffuto lo stesso ritmo.

Una farfalla si levò all'improvviso da un fiore dietro di lei, stese la mano per afferrarla, ne accarezzò le ali ... e poi con un soffio leggero l'accompagnò nel suo volo .

Gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente dobbiamo dare.

E la farfalla salì in alto verso il sole.

Il dono di sé è il compimento della vita.

La vita si compie nella morte e la morte si compiace nella vita.

Insieme si fondono e creano un mistero che nessuno può sciogliere, forse...

solo un cuore, un cuore che sa battere l'amore, un cuore... che si chiama...

Gemma!

 

LA MADRE

 

"E il cuore

quando d'un ultimo battito

avrà fatto cadere il muro d'ombra...."

 

... restarono così a metà quelle parole e quel libro, come a metà restò il suo respiro, fra la Vita e l'altra Vita, arrampicato a quel muro d'ombra che separava l'una dall'altra; un muro non più spesso di una ragnatela, non più alto di un pollice e mezzo, non più lontano di quanto due gambe anchilosate dagli anni non potessero raggiungere.. Restò così, quel libro, con le pagine spiegazzate, accartocciate ai suoi piedi, aperto a metà ed immobile come era adesso il suo petto nell'afa d'agosto. Anche l'aria si fermò, quasi non volesse consumare ossigeno inutilmente, a conservarglielo intatto per i suoi respiri futuri; l'aria era la sola che vegliava sui suoi anni; l'aria era la sola che conosceva la sua storia; l'aria era da sola a farle compagnia ed adesso, da sola, l'avrebbe accompagnata attraverso quel muro d'ombra. Un venticello fresco invase la stanza, passando con vorace vigore dalla finestrella aperta, quasi a pregustare la possibilità che aveva annusato di scorazzarvi liberamente, di giocare con la polvere a suo piacimento; ma la sua irruenza urtò contro l'imposta che sbatté una, due, tre volte di seguito. Era una di quelle imposte vecchie quanto la sua padrona, pesante e spessa che non lasciava filtrare né i raggi del sole né l'occhio indiscreto della luna. Quel rumore non sfuggì al gatto accoccolato ai suoi piedi; aprì un occhio, poi un altro e rizzò il pelo infastidito per aver interrotto il suo sonno; si stiracchiò e si strofinò alle pantofole, fredde, della sua anziana padroncina; sapeva che quel gesto l'avrebbe svegliata e che con la punta del bastone avrebbe chiuso l'imposta a un metro da lei. Ma questa volta quel gesto non funzionò. Si strofinò di nuovo e poi di nuovo e più forte ancora, ma non succedeva niente. Il suo sguardo miope e stanco non si posava sui suoi occhi attenti e pronti a dirle del vento e del buio che stava invadendo la stanza.

Si rizzò in piedi e le saltò in grembo, prese a leccarle il viso, poi le mani, ma il freddo della sua pelle lo fece rabbrividire: un lampo gli attraversò gli occhi e con un saltò giunse alla porta. Con una zampata poderosa cercò di raggiungere la chiave, sperando in qualche miracolo, quasi che per magia bastasse toccare la chiave e la porta si aprisse. Provò e riprovò ancora, ma la chiave non faceva altro che dondolare lasciando la porta immobile come la sua amica. Un altro salto e fu sul davanzale. I gatti sono agili e furbi, ma in quel caso l'agilità e la furbizia avrebbero fatto ben poco; saltare da un tetto all'altro significava perdere l'ultima possibilità per la sua padrona, dalla riuscita o meno di quel tentativo sarebbero dipese due vite: due! Dopo un rapido sguardo che gli permise di fissare il percorso da fare, spiccò un salto che lo portò sulla palazzina a fianco, i polpastrelli delle dita graffiarono l'intonaco nel disperato tentativo di aggrapparsi e lo stridio delle unghie fu nascosto da un rantolo di terrore che gli sfuggì nel reggersi ad una tegola più sporgente che gli porse il suo aiuto. Riprese le forze quando mise tutte e quattro le zampe sul tetto, poi, come se fosse rincorso dalla morte esso stesso, sparì fra un camino e l'altro. Corse, corse, fino a quando le ombre della notte non cominciarono a giocare con la luna. Poi giunse.

Era lì la casa che stava cercando. Un villino circondato da rosai, con al centro una fontana di marmo da cui zampillava acqua fresca e frizzante. Graffiò che le unghia al portone, affondando sempre più forte nel legno massiccio che costituiva l'ostacolo fra sé e gli altri, i soli che potessero salvare la sua padrona.

"Se è di nuovo quel gattaccio randagio che gira qui intorno, giuro che questa volta sarà l'ultima..."

"No, mamma , ti prego , non fargli del male, aspetta, vado io..."

"No, questa volta non mi fermerai, quel gattaccio ha bisogno di una lezione... ecco... questi sono per te, prendi questo e poi quest'altro ... e se sarai ancora vivo te ne darò ancora se tornerai di nuovo da questa parti... prendi... prendi!!! Guarda qua, cosa ha combinato, ha graffiato tutto il legno ed adesso mi costa rifare tutto da capo... ma questa volta... la pagherai cara..."

"Fermati, mamma, ti prego, basta, basta... lascialo stare... mamma!!! ... Ma ... mamma ... questo gatto io lo conosco ... non è il randagio di via Delle Rose, se fosse lui , sarebbe già scappato via, mentre questo si è raggomitolato solo per difendersi, ma non scappa... ti prego mamma, basta... non picchiarlo più..."

"O lui o un altro, non voglio vedere gatti da queste parti, né dentro né fuori. Cominciano così e poi invadono il giardino ed anche la casa: lui o un altro, se muore tanto peggio per lui, così impara a distruggere il lavoro altrui...."

"Fermati, mamma, fermati, ... aspetta... aspetta.... fammi vedere.... ha un fiocco e un campanellino, io lo conosco questo fiocco... è il gatto di nonna, sì, è proprio lui... come ho fatto a non riconoscerlo prima! Fermati, mamma, è Max, il gatto di nonna Luisa!"

"Chiunque sia, fosse anche Max, io odio i gatti, tutti i gatti, e lui pagherà per tutti..."

"Allora dovrai picchiare anche me, mamma, se non la smetti di picchiare sulla sua schiena..."

E così dicendo prese il gatto tra le braccia e sparì nell'ombra dietro un cespuglio di rose...

"Povero Max, povero gattone, ma perché non me l'hai detto subito, perché non sei venuto subito da me, guarda come sei ridotto... ma... dimmi... come ti trovi da questa parti... e la nonna... dov'è la nonna? Tu non la lasci mai sola, perché ti trovi qui? C'è anche la nonna con te? Sta arrivando, non è vero, viene a trovarci questa sera? Ma che sto dicendo! Lo sappiamo tutti e due che sono anni che la nonna non viene a trovarci. Tu lo sai che io le telefono qualche volta di nascosto, per sentire come sta e qualche volta all'uscita da scuola faccio un salto per salutarla. Ma devo stare attento, perché mamma non vuole, se lo sapesse sarebbero guai. È un segreto fra me e te e tu sei un buon amico! Ma dimmi, allora, cosa fai qui, cosa è successo...?"

Negli occhi di Max il dolore lasciò il posto ad un'espressione di invocazione, una preghiera, una richiesta di aiuto; muoveva la testa ora da una parte ora da un'altra e dentro ci scorrevano parole che non riuscivano a venire fuori. Lo sguardo si fece disperato ed attento, teso e duro, caldo e doloroso.

"È successo qualcosa, non è così?

È successo qualcosa alla nonna, non è vero? Tu non l'avresti lasciata mai, per nessun motivo e se hai preso tutte quelle bastonate sulla schiena... vuoi dire che hai un motivo, un buon motivo... oppure un ... terribile... motivo!?"

Le orecchie diventarono ancora più appuntite e il suo pelo si fece alto per far passare un brivido improvviso.

"La nonna? ... La nonna... ha bisogno di aiuto?! È così, vero? È così? È questo che vuoi dirmi? Sei qui per questo? Parla Max, ti prego, parla!... Il telefono... devo subito telefonare... aspettami qui... non muoverti... qui sei al sicuro... torno presto..."

II telefono squillò, poi squillò di nuovo, a lungo... a lungo...

"Devo andare... devo andare... è successo qualcosa, lo sento... ma prima forse è meglio che chiami l'ospedale... sì farò così..."

"Ah, sei rientrato... non credere che finisca qua questa storia... non ti permetto di intrometterti così nelle mie decisioni..."

"Non ora, mamma, non ora ti prego, poi mi darai tutte le punizioni che vorrai, adesso c'è una cosa più grave e urgente... la nonna non risponde al telefono e il suo gatto ha uno strano sguardo negli occhi... le è successo qualcosa... ne sono sicuro... dobbiamo chiamare l'ospedale che mandino subito un'autoambulanza... dobbiamo andare anche noi, mamma, subito... prima che sia troppo tardi..."

"Tu e le tue fantasie... come ti è venuta in mente quest'idea... adesso i gatti hanno pure strani sguardi! Sicuramente sarà scappato e sarà venuto qui da te, perché sa che lo vizi... figuriamoci... i gatti sanno solo distruggere le porte e miagolare tutte le notti per non farmi dormire... va a lavarti le mani... e poi vieni a tavola... Ci penserò dopo alla punizione..."

"Ma mamma, forse la nonna sta male, forse ha bisogno di aiuto... io lo so che Max non l'avrebbe lasciata mai se non fosse stato necessario..."

"Ma che ne sai tu di gatti e di nonne... sanno solo piangersi addosso e 'miagolare' in continuazione, sono sclerotici entrambi... vivono solo per complicare la vita a chi già ce l'ha abbastanza complicata. Credono che la nostra vita sia come la loro di un tempo! Qui niente è gratuito, niente per niente, tutto ha un prezzo, anche il tempo... e non abbiamo avanzi né di tempo né di cibo da distribuire a gente che non serve più a niente..."

"Mamma, ma cosa stai dicendo? Ma è tua... madre! Stai parlando di... tua madre!.."

"Se fosse una madre, non avrebbe mai permesso di essere un peso per i suoi figli. Una madre aiuta i figli, lei invece... che fa per me... per noi!? Che altro fa, oltre a starsene tutto il giorno davanti alla finestra a leggere i suoi romanzi antiquati quanto lei! Cosa fa per la mia famiglia?

Mi aiuta forse a pulire la casa visto che sono fuori tutto il giorno? Mi aiuta forse ad accompagnarvi a scuola e a prendervi all'uscita? Fa, forse, la spesa? Cucina per noi? Va in banca a pagare le bollette? Che cosa fa per noi se non chiedere attenzioni, tempo al mio già poco tempo. Vi ho tirati su con le sole mie forze e Dio sa quanto quanto ho dovuto sudare... e lei? Dov'era se non sulla sua sedia a guardare il cielo e a contare le nuvole? Ha mai forse preso mille lire dalla sua borsa e vi ha offerto un gelato, una caramella... una qualsiasi cosa che potesse sollevarmi anche solo per un attimo dalle mie ansie, dalle mie angosce? Cosa ha fatto... cosa ha fatto per me? Niente... niente che io possa ricordare... niente che possa farmi dire che è ancora mia madre..."

"Sei ingiusta, mamma, con lei! Lo sai che non è giusto quello che stai dicendo!

Lo sai bene che la nonna è ammalata da anni e che ha bisogno di cure: tu l'hai abbandonata, non lei ha abbandonato te! Lo sai bene che i suoi soldi sono serviti per pagare le spese della casa di cura quando tu e zia vi siete rifiutate di assisterla! Lo sai che le sue condizioni non le permettevano di fare tutte quelle cose che hai detto, ma sai anche che ci vuole bene e che ce ne ha sempre voluto... quanto tu non puoi neanche immaginare... ed adesso chiamerò l'ospedale e poi prenderò la bici ed andrò da lei e non potrai fermarmi!

Sbagli, mamma, sbagli ad essere così... così... dura con lei..."

La sirena si fermò dietro la sua porta. Le mani ansiose degli infermieri bussarano a vuoto.

"Presto, dobbiamo sfondare la porta... siete pronti... tutti insieme..."

"No aspetta, vedo una finestra aperta, forse riuscirò ad arrampicarmi fin lassù e vi aprirò da dentro..."

"D'accordo, ma fai presto, ogni istante potrebbe essere vitale..."

Come un gatto, l'infermiere si arrampicò alle inferriate arrugginite e giunse sul davanzale, vi strisciò dentro e vide un gran buio. Si rialzò e a tentoni cercò la porta, poi cercò l'interruttore. Davanti a lui un libro, una sedia e una donna ... immobili tutti e tre!

"Presto, presto, salite... forse facciamo ancora in tempo... presto con quella barella..."

 

"È il cuore... quando d'un ultimo battito..."

 

Era l'ultimo. Ma era stato interrotto proprio mentre scoccava; rimasto a metà come la poesia ai suoi piedi.

"Cosa è successo? Dove state portando mia nonna? Cose le state facendo?"

"Spostati bambino, spostati, è in gravi condizioni, dobbiamo portarla subito in ospedale!"

"Si salverà? La salverete, non è vero? Si salverà mia nonna?"

Quelle parole e le lacrime che le accompagnavano bussarono al cuore stanco dell'anziana signora. Bussarono con mano leggera, come leggere erano le sue rughe sul pallido volto.

Bussarono ... ma non ottennero risposta!

Non aveva mai pedalato così veloce in vita sua, non poteva, non doveva perdere di vista l'autoambulanza, ma le sua gambe non erano tanto forti da reggere lo sforzo. La perse di vista, ma la sua sirena lasciò nell'aria un'eco che gli invase la mente e lo guidò, fino in fondo, fino all'ospedale. Altri infermieri uscirono e portarono la barella nel grande portone, poi sparirono. Sapeva che doveva aspettare. L'attesa è più lunga quando non si hanno che otto anni. Cosa poteva fare? A chi rivolgersi? A zia! Certo! Zia Carlotta! Doveva chiamarla subito. Lei, forse... avrebbe capito... lei... forse... non era come la mamma...!

"Pronto, zia? Sono Davide, chiamo dall'ospedale, devi venire subito, la nonna sta male! Ti prego, corri...! A me non dicono niente i medici! Sono troppo piccolo!... Vieni subito, zia... ti prego... !"

"Ma perché chiami me? Perché non chiami tua madre? Lo sai che a quest'ora non posso muovermi...chiama tua madre! L'ultima volta che stette male, toccò a me assisterla per ben otto lunghi giorni... adesso tocca a lei... mi dispiace...!"

Il telefono restò muto e Davide ancora di più. Chiamare la mamma! Per dirle cosa?

Che la nonna poteva anche essere morta? Sì, certo, forse questa sarebbe stata l'unica notizia che l'avrebbe fatta precipitare subito in ospedale pur di assicurarsi che fosse davvero così! Nella mente di un bambino certe verità diventano mostri orrendi.

Come potevano i grandi, agire così? Come potevano... veder morire una ... madre... e restare indifferenti! Certo che il mondo è crudele!

Ma siamo noi che rendiamo la Vita crudele o la Vita che ci indurisce il cuore?

Il lettino uscì dalla stanza di rianimazione e sparì in una stanzetta in fondo al corridoio. Poi i medici e gli infermieri uscirono. La porta restò aperta. I suoi passi furono frenati dalla paura.

Avrebbe voluto correre ed abbracciarla... ma... un bambino non sa come gli adulti dispongono le loro cose... quella poteva anche essere la sua ... ultima dimora ... terrena!

Contò mentalmente i suoi passi, per distogliere i suoi pensieri da una terribile verità, poi giunse sulla porta. I suoi occhi erano chiusi. La pelle raggrinzita, ma distesa; un lieve pallore ancora c'era sulle sue labbra. Poi guardò il lenzuolo. Ondeggiava. Ondeggiava , anche se di poco, ma ondeggiava! È viva! Grazie Dio, è viva! Le si avvicinò e si sedette accanto.

"Resterò con te, nonna, non preoccuparti, resterò io con te. Non sei sola!"

Poi la testa si fece pesante e si piegò a sinistra, restando sospesa a metà. Un tiepido calore gli sfiorò la mano, qualche ora più tardi.

"Nonna! Nonna... sei sveglia? Finalmente! Come stai? Come ti senti? Chiamo i dottori, così vengono a visitarti?"

Chiuse gli occhi per dire 'no'.

"Perché, perché non vuoi?"

Chiuse gli occhi un'altra volta, ma una lacrima riuscì a fuggire prima che la palpebra si abbassasse del tutto e... forse... per sempre!

Una lacrima che gli raccontò di una vita di sacrifici, di stenti, di sudore, di lotte contro le avversità, di un dolore... del dolore di una madre... che si fa... peso... per i figli... del desiderio di una madre... di volare via, lontano... là dove il peso non abbia valore e dove tutti si è liberi di volare senza rubare... tempo... attenzioni... affetto... a nessuno! A nessuno!

"No, non morire nonna! Non morire, ti prego! Lo so quello che pensi, ma non morire, fallo per me! Vedrai una soluzione la troveremo. Resisti, nonna, resisti!"

Due passi pesanti rimbombarono nel corridoio. Una figura di donna occupò lo spazio della porta.

"Ma ti sei ammattito? Vuoi farmi morire di paura? Ma dove sei sparito? Passare fuori tutta la notte senza nemmeno avvisare!... è colpa sua... è vero... è colpa sua! Lo sapevo... deve trovare tutti i modi per mettermi in difficoltà... anche il figlio, adesso, anche mio figlio mi vuole rovinare..."

"Non parlare così, mamma, non dire così! Lei non c'entra, sono stato io a venire qui da solo..."

"Ma cosa puoi saperne tu, lei è grande, lei doveva essere responsabile per te, invece di farti attraversare mezza città, di notte poi, e farmi stare in pensiero così... ma questa è l'ultima volta... sì, proprio l'ultima... Appena si riprende, ho già parlato con il direttore, c'è un posto che l'attende all'ospizio della Provincia. Così impara a farci correre di notte per la città!"

"Certo, che tu fai presto a trovare una soluzione, vero?"

Una voce sopraggiunse alle sue spalle.

"E tu che ci fai qui? Chi ti ha chiamato?"

"Mi ha chiamato tuo figlio e sapendo che tu non saresti venuta, sono venuta a vedere in che modo avresti risolto la situazione... a modo tuo... naturalmente!"

"Guarda chi parla? Chi l'ha pulita, lavata ed imboccata per ben due anni? Forse tu? Chi ha pagato la donna delle pulizie per togliere la polvere dai suoi ruderi? Chi ha pagato l'infermiere che le facesse le punture ogni giorno?"

"Oh, sì, ti fanno onore queste cose! Ma chi ha percepito la sua pensione in questi ultimi anni? Chi si è appropriato delle terre vicino al lago, senza aspettare nemmeno il testamento?"

"E tu mi parli di questo? Chi ha svuotato il suo libretto di risparmi, senza chiedere nemmeno il mio consenso? Chi si è lavato le mani quando c'era da decidere chi doveva prendersi cura di lei? Te ne andasti in vacanza scaricando su di me tutto il peso!"

"Certo, tu non avevi fatto diversamente, tre anni prima, quando uscì dalla Casa di Cura e bisognava decidere chi si sarebbe accollato questo... questo... carico?"

"Vorresti dire che tu l'hai mantenuta più di me: per ben due lunghi anni ho dovuto sopportare le sue sclerotiche visioni, i suoi piagnistei... vestirla come... una bambola di legno e pulirla... sapessi quanto ho dovuto fare di stomaco nel... lavarla... e cambiarla...?"

"Perché io, cosa ho fatto? Ti sei scordata quando..."

Un'altra lacrima sfuggì da sotto la palpebra e solo un bambino la colse.

Restarono muti entrambi. Avevano gli stessi pensieri. Tristi, pensieri!

Ma, l'uno aveva ancora una speranza, un desiderio; l'altra, aveva spento anche l'ultima stella e il muro d'ombra si faceva sempre più fragile... più fragile!

Ogni lacrima taciuta, ogni singhiozzo rimandato indietro, era un passo avanti, lungo il muro... d'ombra!

Quelle accuse, quel rinfacciarsi reciproco di attenzioni date, a malavoglia, ma date, rendevano inutile le gocce che scendevano lentamente dalla flebo al suo braccio immobile.

"Ma vi pare il luogo in cui urlare in questo modo? Avete dimenticato che siamo in ospedale?"

"Ci scusi dottore! Ci siamo fatte prendere dai nostri problemi. Ma ci dica: è ancora viva? Quanto le resta? "

"Se lo vorrà, potrebbe vivere ancora qualche anno!"

"Cosa significa 'se lo vorrà'?"

"Che ciò che mi preoccupa non è la sua salute fisica, quanto la depressione che le toglie la voglia di vivere. Sembra abbia rinunciato a vivere e da quello che ho sentito, entrando, credo che non abbia tutti i torti..."

"Ma no, dottore, cosa ha capito, ha frainteso... noi vogliamo bene... a nostra... madre, solo che non possiamo occuparci di lei. Sa il lavoro, la casa, i figli... gli imprevisti... non possiamo perdere tempo ... con lei! Non abbiamo tempo a disposizione... se ne avessimo.... allora... sarebbe diverso..."

"Sì, dottore, è così! Non è che non volessimo... e che la vita ci costringe a ritmi incredibili e lei ci complicherebbe ancora di più le cose..."

"Capisco! Non mi è nuovo questo ragionamento! Comunque, noi la dimetteremo domani mattina, perché non possiamo fare altro per lei. Ho bisogno di sapere a chi rivolgermi per far firmare le carte e chi si prenderà cura di lei, fuori dall'ospedale, così da informare il servizio sanitario volontario perché possa continuare la sua cura per il cuore..."

- Beh, ecco , vede... io..."

- Io... veramente, proprio non posso. Mi dispiace, ma non posso farmi carico di questo... di questa responsabilità... ho appena il tempo per... mangiare... mi dispiace proprio..."

"Ma che brava! Così tu saresti più impegnata di me? E il tempo per le tue telenovelle lo trovi, non è vero?"

"E tu per la tua manicure e il tuo parrucchiere, ne hai di tempo a disposizione? E per il tuo giardino? E per le tue gite... fuori stagione? Per non dire..."

"E no! Questo proprio no! Non venirmi a parlare di questo perché poi dovrò parlare delle tue cure di bellezza, della tua palestra, delle ore che perdi sotto la lampada per la tua... abbronzatura, dei tuoi pomeriggi a spettegolare con le vicine e..."

Neanche le lacrime più avevano voglia di uscire.

L'ultima restò a metà, intrappolata tra le palpebre. Tremava .

Ma solo un bambino, la vide!

Anche la goccia che scendeva dalla flebo si fermò a metà. Dondolava appesa al tubicino da cui usciva. Non scese come le altre. Restò lì. Né dentro, né fuori. Indecisa.

Duramente indecisa.

"Basta signore, per favore: occorre decidere, ed anche in fretta, ma in maniera civile!"

"Io l'ho già assistita per due anni, tre mesi e 15 giorni, per cui..."

"Io invece l'ho accudita per tre anni, 4 mesi e 20 giorni, per cui..."

"Per cui vorresti dire che tocca a me? E ti sei dimenticata di quando..."

"E tu hai dimenticato quando toccò a me..."

Adesso la goccia aveva deciso!

E la libertà di decidere la strada da percorrere è la sola libertà che valga la pena di concedersi.

La sua mano era ancora appoggiata su quella di Davide.

Poi... penzolò... bianca... come il lenzuolo!

Fredda... come le voci che più non le giungevano!

Amara... come la vita a cui lasciava il suo corpo.

 

"E il cuore quando d'un ultimo battito avrà fatto cadere il muro d'ombra…

…avrai negli occhi un rapido respiro!"

La libertà di scegliere è l'ultimo dono che la vita ci offre... perché tutto abbia un inizio e una fine...fosse anche... una semplice ed antica... Poesia... racchiusa in un titolo immenso quanto il mondo: LA MADRE!... a conferma del fatto che ...

 

... il cuore vive solo se si parla d'Amore!

 

 

clicca la qualità ...
TRANSLATED.NET - Guadagna anche tu con il tuo sito!

 

Banner di HyperBanner Italia

HOME PAGE