VINCENZO SARCINELLI
UNA GOCCIA D'ACQUA NESSUNO LA VEDE
RACCOLTA DI RACCONTI VINCITRICE AL PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE "JANUS PANNONIUS" DEL 1999
Seconda edizione: Edizione O.L.F.A. 2000
Questa raccolta è stata pubblicata integralmente anche nell'antologia omonima del Premio.
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Nuova edizione:

LA SOCIETÀ DEL GAS
- Collana "Ogmios", 1 -
Editrice Clinamen, Firenze, 2001, pp. 107, L. 22.000
Dopo due edizioni dell'O.L.F.A. (1999, 2000, Collana Quaderni Letterari) del quaderno di racconti intitolato "Una goccia d'acqua nessuno la vede" - raccolta vincitrice del Premio Letterario Internazionale "Janus Pannonius 1999" - ecco il nostro autore Vincenzo Sarcinelli con una nuova edizione di cinque racconti (i più belli già editi dall'O.L.F.A.) con altri cinque inediti dal titolo "La Società del Gas" di per tipi dell'Editrice Clinamen di Firenze. Il titolo è stato prestato dall'omonimo racconto pubblicato anche nella raccolta dell'O.L.F.A. dalla nostra rivista.
La Casa Editrice con questo libro inaugura la collana di narrativa "Ogmios", dal nome dell’antico dio celtico dei legami, Ogmios appunto. E, secondo la leggenda dei Celti, tra i legami umani la scrittura rappresenta l’elemento più forte, insolubile, "magico".
Ne
Mistero, tenerezza e ironia in dieci imprevedibili racconti di un giovane talento della narrativa italiana:"Ai personaggi delle mie pagine accadono, soprattutto di notte, i fatti meno comuni di cui abbia mai sentito narrare. Nelle mie storie, gli uomini sono sballottati da un destino fantasioso e crudele. Gli eventi si srotolano velocemente, non concedendo al protagonista l’inutile occasione di confezionare riflessioni o edificare sentimenti. Non si tratta di eventi tragici, ma di perfette combinazioni di imperfezioni del mondo. La narrazione tralascia in particolare la morale: ero bambino quando qualcuno mi disse che ogni storia ha la sua morale: da allora cercai la morale nelle novelle e persi il piacere del mistero nella letteratura. Lo ritrovai a vent’anni leggendo Buzzati e Marquez e capii, anche grazie a Magritte, che in ogni storia "l’importante è il mistero, non la sua soluzione". In questi racconti accadono cose che a voi, che leggete questa presentazione, auguro solo se siete capaci del coraggio di cedere ad un imperfetto ma irresolubile mistero. A seguito di una gravidanza desiderata, nasce ad Andria, nel 1970, Vincenzo Sarcinelli, da padre con antenati austriaci e madre di origini greche. Cresce con il nonno paterno, commercialista stimato e mitissimo, che gli insegna la matematica e la dichiarazione dei redditi come i due insiemi di regole che governano il mondo. Seguendo la famiglia nel suo inspiegabile nomadismo, si trasferisce a Udine. Una delle sue passioni più grandi, la pittura, si accende osservando L’impero delle luci di Magritte e La torre rossa di De Chirico. Lui stesso, intorno ai 24 anni, inizia a dipingere, poi sceglie la letteratura, poiché lo scrivere racconti "richiede meno spazio e non macchia i vestiti". Ammira la fantasia di Buzzati, l’ironia di Flaiano, le conoscenze di Borges, l’onirismo di Marquez, l’amarezza di Salinger. Gradisce leggere più che scrivere, non per erudizione, ma perché "delle storie che scrivo io conosco già il finale". È grato alla sua ignoranza nelle materie umanistiche che gli concede la gioia di scoprire i grandi della letteratura nell’età giusta, quella adulta. Chi lo frequenta da tempo dice di lui: non è assolutamente superstizioso; chiede sempre "perché?"; odia l’arte barocca, le giacche colorate e i terreni recintati; stima le persone imperfette; non tenta in alcun modo, né con diete né con l’astinenza da fumo, di resistere alla morte".
Ecco i racconti in ordine di successione e con un asterisco segnaliamo i racconti che hanno fatto parte del quaderno letterario edito dal nostro Osservatorio Letterario: Il cassetto della scrivania*, Una goccia d’acqua nessuno la vede*, La mongolfiera*, La Società del Gas*, Morna nell’anima [Questo racconto è stato pubblicato in una nostra antologia dei premi, N.d.R.], L’ospite dell’albergo*, Due soldati, Un disturbo non comune*, Cercasi ragioniere, La mia città.
Tutta la Redazione ci congratula col Nostro barvo, giovane autore.
Fonte: http://www.clinamen.it
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UNA GOCCIA D'ACQUA NESSUNO LA VEDE
Il ventinove non lo vide. Il trenta gli sembrò solo un'ombra. Il trentuno lo notò distintamente, ma non fece caso alla stranezza della cosa. La mattina del primo novembre, Davide Lafontana rallentò guardando nello specchio retrovisore e fermò la vecchia Golf sul ciglio della strada, piegò il busto verso destra e osservò la sommità della collina.
(Non è possibile.)
Ciò che vedeva era un uomo assolutamente immobile, che volgeva le spalle alla strada e tendeva il braccio destro in avanti, con un gesto che poteva essere quello di una stretta di mano o anche di chi tiene un cane al guinzaglio. Lo aveva visto in quella posizione anche il giorno precedente e avrebbe giurato che la breve ombra notata due giorni prima nel medesimo posto era la stessa figura che stava osservando adesso. Scrutò le colline circostanti, si aspettava di vedere altre persone: una donna, dei bambini oppure un cane, ma fin dove arrivava il proprio sguardo, Davide non vide alcun altro essere vivente oltre a quell'uomo, ammesso che quest'ultimo lo fosse.
Guardandolo da quella distanza non riusciva a definirne l'età, ma il colore serio del berretto e il taglio della giacca facevano pensare a una persona adulta. Rimase a osservarlo attentamente per quasi un minuto cercandone invano il minimo movimento, ma la sagoma non si spostò di un centimetro.
Davide si raddrizzò sul sedile e guardò l'orologio: dieci minuti alle otto. Non poteva tardare oltre. Gettò la gomma da masticare e ripartì verso San Daniele.
Era il suo quarto giorno di lavoro come domestico a ore ed era già la seconda volta che arrivava in ritardo. Si diede subito da fare, ma fece il suo lavoro con la mente altrove, non badò neanche ai sorrisi che Valeria, la giovane cameriera, gli recapitava quando i loro sguardi si incrociavano nelle luminose sale di casa Comessatti.
Quando lasciò il lavoro per tornare a casa, era già buio. Percorse velocemente i primi chilometri, poi ridusse calcolatamente la velocità. Di notte le colline sulla Provinciale di Arcano erano un'altra cosa: il traffico era inesistente e nessuna casa e nessuna luce testimoniavano presenze ragionevoli. Solo una striscia di asfalto grigio dotato di una segnaletica orizzontale uniforme e perfetta. Adesso che ci pensava, se la ricordava così da quando aveva preso la patente, non l'aveva mai vista consumata dagli pneumatici o sbiadita dal sole. Era come se, ogni notte, dei piccoli omini in tuta arancione si preoccupassero di passare scrupolosamente della nuova vernice bianca sulle strisce e poi, prima che fosse mattino, sparissero tutti insieme silenziosamente per lasciare agli automobilisti una strada completa e confortevole.
Guidò con attenzione, contando i blocchi di pietra a margine dell'asfalto. Si fermò al chilometro quattro e rovistò nel vano portaoggetti fino a trovare la torcia che teneva sempre in auto. L'accese e provò a puntarla sulla cima della collina sotto la quale si era fermato quella mattina, poi vicino ai propri piedi; non vide nulla, né l'uomo, né la collina e quasi neanche i piedi: le pile erano pressoché esaurite.
Doveva fare in fretta. Chiuse a chiave l'automobile e attraversò la strada. Si trovò davanti una fitta siepe di arbusti che separava l'asfalto dal prato. Cercò un passaggio e trovò un'apertura larga un paio di metri, che doveva servire per l'ingresso degli animali al pascolo. Vi entrò camminando piano, attento a non scivolare sull'erba umida. Al di là della siepe si accorse che qualcosa rifletteva la debole luce della torcia. Erano i fanali posteriori di un'auto, una grossa berlina con una targa di una città lontana duecento chilometri. Si avvicinò con cautela e dopo qualche incertezza guardò nell'abitacolo. Vuoto, salvo un'agenda di pelle sul sedile del passeggero.
I finestrini erano coperti di foglie bagnate. Normale, per un'auto che aveva passato anche un solo pomeriggio da quelle parti in ottobre. Ma erano numerose anche sul parabrezza e questo significava che l'auto non era stata guidata già dall'ultima pioggia, cioè dalla sera del giorno precedente.
Forse la vettura apparteneva all'uomo che aveva visto quella mattina. Forse si era fermato per guardare il panorama della valle sottostante, era entrato nel prato e aveva parcheggiato dietro la siepe. E poi, chissà perché, non era più ripartito.
La luce della torcia vacillava. L'aria era fredda e umida, la luna introvabile. Davide si diresse velocemente verso la sommità della collina. Fu sicuro di essere arrivato quando vide il lontano tappeto delle luci della pianura, sulle quali regnava la facciata del Castello di Susans, illuminata d'arancio. Con la torcia frugò la notte e lo vide: l'uomo immobile, di schiena, con il braccio teso davanti a sé. Lo osservò a lungo, più per lo stupore che per l'aspettativa di un movimento. Gli si avvicinò lentamente puntandogli sulla nuca la luce ormai esausta, gli girò attorno e quando gli fu di fronte, gli illuminò il volto. Non riuscì a vederlo, perché in quel momento la lampada si spense.
Davide si ritrasse di scatto. Attese qualche secondo prima di avere paura. Era al buio, a più di cinque chilometri dalla casa più vicina e a meno di cinque metri da una persona che, pur essendo in piedi, non mostrava alcun segno di vita. Stava già pensando alla fuga quando l'uomo parlò:
"Non ha per caso un accendino?"
Davide si chiese se aveva davvero sentito una voce, oppure era la propria testa che produceva una buona idea. Si perquisì nervosamente alla ricerca dello Zippo, che il panico gli aveva fatto dimenticare. Lo accese e vide di fronte a sé un volto tranquillo da ragioniere in carriera con una barba di qualche giorno.
"Buonasera," riprese l'uomo, "mi chiamo Giuseppe Nardin" e gli tese la mano, anzi, non fece nulla, perché la mano era già tesa da molto tempo.
"Buonasera, io sono Davide", disse lui guardando l'uomo negli occhi e, senza pensarci, fece la cosa più naturale che poteva fare, gli strinse la mano. Ciò che accadde dopo, fu la cosa più strana che gli successe in tutta la sua vita: l'uomo cambiò totalmente espressione, alzò le braccia al cielo e sorrise felice. Poi si stiracchiò e cominciò a saltellare.
"Finalmente," sospirò, "credevo di dover restare in questo posto sperduto per sempre. A proposito, lei come si sente?"
"Cosa succede?", disse Davide, "Non riesco più a muovermi!" La sensazione era inedita, semplicemente gli sembrava di non avere più il corpo: poteva vedere e parlare, ma qualsiasi altro movimento era impossibile. Non è che si sentiva bloccato, semplicemente non si sentiva; e non avvertiva neppure il contatto con il terreno.
"Stia tranquillo," suggerì l'uomo, "prima o poi la troveranno."
"Mi troveranno? Chi mi troverà?"
"Una persona qualsiasi, credo. Lei ha liberato me e ora dovrà aspettare che qualcuno la liberi."
"Liberarmi? Da cosa?"
"Non lo so. Quello che ho liberato io non ha saputo spiegarmi nulla. Ma non deve preoccuparsi, non sentirà fame né freddo, e non avrà bisogno di nulla. Al massimo si annoierà. Nessuno potrà farle del male: chiunque dovesse toccarla prenderà il suo posto. Ora devo andare, saranno tutti preoccupati per me. Addio Davide, e grazie!"
Giuseppe Nardin, scivolando sulle foglie secche e umide, raggiunse la sua auto. La accese con qualche difficoltà e poco dopo scomparve dietro le colline.
Davide rimase solo, con un braccio teso e l'altro alzato a reggere l'accendino ancora acceso. Con l'umorismo di chi non ha alternative, pensò di somigliare alla Statua della Libertà.
Prima dell'alba, la benzina dello Zippo si esaurì. Durante il giorno successivo transitarono sulla strada un camion che trasportava bestiame e alcune automobili. Nessuno lo vide e nessuno si chiese cosa ci faceva quella malridotta Golf sul ciglio della strada.
Più il tempo passava e più Davide si rendeva conto del suo stato fisico, o meglio, del suo non-stato fisico: non aveva consapevolezza del suo corpo e pur essendo in piedi da venti ore non era affatto stanco, infatti non faceva nessuno sforzo per reggersi.
Al calare della notte, per non impazzire di solitudine, cominciò a contare e, piano piano, con l'aiuto della luce delle stelle si abituò all'oscurità.
Smise prima di arrivare a cento, quando udì gli scuri versi degli uccelli notturni che abitavano gli alberi di quelle colline. Quei suoni gli suggerirono un'idea: forse non sarebbe stato necessario aspettare che qualche automobilista si fermasse per fare pipì, anche un animale forse poteva liberarlo. Allora imitò il verso che aveva sentito più spesso negli ultimi minuti; si sentiva molto ridicolo ma si disse che, visto dove si trovava, le probabilità che qualcuno facesse commenti erano scarse.
Forse sbagliò richiamo, o forse sbagliò orario, perché l'uccello che si avvicinò era l'ultimo che avrebbe voluto vedere. Capì che era un pipistrello dal rumore disordinato che producevano le sue ali; per alcuni secondi lo sentì volteggiare attorno alla sua testa, poi, muto e senza grazia, si posò sui suoi capelli. Da quel momento non lo udì più muoversi.
Davide cadde nell'erba: era così impreparato alla sua libertà, che non ne resse il peso. Si inginocchiò e guardò in alto: il volatile era sospeso in aria a due metri dal suolo, con qualche suo capello attaccato alle zampette.
Si rialzò e, badando a non toccare l'animale, gli si avvicinò e lo guardò negli occhi. Erano piccoli e scuri. Si godette il privilegio di poter guardare così da vicino l'espressione di un pipistrello incredulo. "Chissà cosa pensi, povera bestia" gli disse, "io che ho fatto le scuole superiori non ho neppure tentato una spiegazione, e tu, animale e nient'altro, cosa fai adesso? Non sai neanche contare, o forse anche i pipistrelli hanno un loro personalissimo modo di passare il tempo?" Poi si chinò e passò le mani sul terreno in cerca di qualcosa. Trovò un rametto che doveva essere di quercia e, stando bene attento a tenersi a distanza e cercando di essere più delicato possibile, lo lasciò cadere sul dorso del volatile che, con il suo scomposto modo di sbattere le ali, si allontanò velocemente.
Ora Davide poteva osservare tranquillamente un ramo di quercia sospeso nel vuoto. Gli passò le mani sopra e sotto come fanno i prestigiatori, ma lo fece senza il loro sorriso esperto. Provò a soffiargli contro, ma il ramo non si mosse.
(Non è possibile.)
Nel buio di quella notte, tornò alla sua auto, promettendo di non farsi domande, ma non ci riuscì. Mentre inseriva le chiavi nel cruscotto, mentre metteva la freccia a sinistra per ripartire, e durante tutto il tragitto fino a casa, continuò a pensare: non è possibile.
Presto sarebbe ritornato sulla cima di quella collina per rivedere quel rametto, o qualsiasi cosa ci fosse al suo posto. Sarebbe certamente ritornato.
La domenica successiva, una famiglia di quattro persone fece un picnic sulle colline di Arcano. Si fermò al chilometro quattro della Strada per San Daniele. Pranzò su un tavolo pieghevole all'ombra di un grande lauro. I genitori digerirono su una stuoia stesa nell'erba. I due bambini, tre e quattro anni, andarono a caccia di invasori extraterrestri da eliminare. Si arrampicarono su quella che sembrava la collina più alta e ve ne trovarono uno che, seppure non fosse brutto quanto quelli inventati apposta per loro, doveva comunque essere sconfitto.
Chissà poi quale interesse aveva rivestito un ramo di quercia per un'allodola della zona collinare. Comunque, le lanciarono contro tutto ciò che avevano a portata di mano fra cui missili perforanti, raggi laser e torsoli di mele. Un piccolo sasso andò a segno e il nemico fuggì con un gran battito d’ali. I bambini tornarono trionfanti dai loro genitori, lasciandosi alle spalle un sasso sospeso a mezz'aria, un invisibile punto sulla cima della collina.
A metà novembre arrivò la pioggia: furibonda e continua, durò una settimana intera. Quando cessò, al posto del sasso che aveva liberato l'uccello, c'era una piccola goccia d'acqua, che il sole non asciugò e il vento non portò mai via.
L'OSPITE DELL'ALBERGO
"L'inferno è qui sulla terra, mio caro!"
"Cosa intende dire, signore?"
"Intendo dire che se inferno significa sofferenza, dolore e martirio, non importa adesso per quali cause, allora tutte queste condizioni si verificano già nella vita terrena."
"Capisco signore, lei alluderà alle guerre, all'odio etnico, alle ingiustizie causate dalle dittature..."
"Non solo, mio caro, non solo. Quelli che lei cita sono solo gli aspetti trasmessi dai telegiornali. L’inferno è qualcosa di più grande e sottile allo stesso tempo. Le mie parole la stupiranno, ne sono certo, eppure le dico che l'inferno è tutto ciò che impedisce all'uomo di essere felice, o glielo permette solo per brevi attimi che, inoltre, restando indimenticabili, lo portano a convincersi che il bello sia ormai già passato. Ed è anche il dolore di chi sospende il proprio diritto alla felicità in attesa di presunte gioie future, che probabilmente non arriveranno. Ma il fatto più singolare, me lo lasci dire, è che quando gli uomini sono felici non riescono neanche a godersi i regali della vita: qualche volta li vedono ma non li riconoscono, qualche altra volta sono semplicemente girati dall'altra parte."
"Mi pare che lei sia piuttosto pessimista, signore."
"Mi premetto di obbiettare, mio caro: il pessimista è chi, dovendo fare delle ipotesi sul futuro, prevede esiti regolarmente negativi. Io, invece, non faccio congetture, al contrario traggo conclusioni, basta osservare gli uomini per rendersi conto di quanto le dico: non sono felici, lo sono stati o lo saranno, ma l'istante i-esimo non li soddisfa mai. Mi creda mio caro, parlo così perché ho una certa esperienza della vita."
"Non dubito della sua esperienza, signore, ma non mi pare che siamo tutti tormentati dal dolore!"
"Dipende da ciò che lei chiama dolore, mio caro."
"Una definizione del genere è troppo impegnativa per darsi all'una di notte nel desolato ingresso di un albergo di montagna, e per di più quando la corrente elettrica è andata via e per guardarsi in faccia è necessaria la luce di una candela... certo che qui il vento non scherza... fa addirittura tremare i vetri."
"Dissento, mio caro, è questa l'atmosfera adatta per dare delle definizioni!"
"Allora mi dica lei, signore, cos'è il dolore."
"Il dolore è nella migliore delle ipotesi l'infelicità, mio caro, e la sua causa prima è, in un senso molto ampio ma calzante, l'imperfezione che tracima sul mondo. E' nella punta di una matita appena affilata che si spezza, o in un telefono che suona occupato, o nel sole che sorge invisibile dietro le nuvole grigie, ma dipende anzitutto dal fatto che lei ha bisogno di vedere il sole per sentirsi vivo, e ha bisogno di ascoltare una voce per sentirsi amato."
"E allora la sofferenza, quella vera, la morte, la violenza, quelle come le chiama?"
"Non è necessario definirle, mio caro, esistono indiscutibili e non vanno dimostrate, sono un fatto già ulteriore rispetto a ciò che è di nostro interesse. In ogni caso, rappresentano o, meglio, sostituiscono l'inferno a pieno titolo."
"Come... lo sostituiscono?"
"Certo. L'uomo, purtroppo, e sottolineo purtroppo, soffre così tanto sulla terra, da riuscire quasi sempre ad evitare l'inferno."
"La sua tesi è affascinante quanto incredibile, comunque, se ciò che lei dice fosse vero, sarebbe una fortuna."
"Lei crede, mio caro?"
"Beh, quantomeno è una consolazione!"
"Ah, se lei la vede così... contento lei..."
"Non ne sono contento, ne sono consolato."
"Non mi sembra una grande consolazione, mio caro. La consola l'evitare una sofferenza futura pagando con l'infelicità attuale?"
"Lei mi sembra piuttosto certo che un giorno faremo i conti con qualcuno, comunque la domanda è inutile, perché io non sono infelice."
"Circa il primo fatto, sì, un giorno faremo i conti con qualcuno, anzi, qualcuno farà i conti con noi. Circa il secondo fatto, lei, sinceramente, può dirsi in tutto e per tutto felice?"
"Sono quantomeno soddisfatto."
"Ma è felice? non c'è nulla che non vada? è contento del suo lavoro? non pensa che potendo tornare indietro avrebbe fatto scelte diverse e cercato altre soddisfazioni?"
"Diciamo che penso solo ai problemi che posso risolvere e non chiedo alla vita ciò che non può darmi. Se lo facessi, riuscirei solo a rendere pesante la mia esistenza."
"Ma non è un bel modo di vivere questo, il non pensare a ciò che non si può avere o a ciò che dà ansia. Non teme di perdere il lavoro, da un giorno all'altro? e di dover togliere alla sua famiglia la sicurezza che ha ora? non teme che possa succedere qualcosa ai suoi figli?"
"Certo che temo eventi del genere, ma oltre a prendere le precauzioni minime e sperare, vado avanti e non mi do preoccupazioni maggiori di quelle sostenibili."
"In una parola, lei vive per inerzia: ha cominciato e non riesce più a smettere!"
"Questo è esatto. Vivo perché ho cominciato e non riesco più a fermarmi, ma non per inerzia: sono io che decido di farlo e in realtà non conosco un altro modo di vivere."
"E il pensare a chi soffre le consente di continuare a credere che tutto vada bene? pensi alla guerra, a chi, indifeso, viene ucciso con metodo e godimento. Pensi se fosse lei l'aggredito, non urlerebbe per chiedere aiuto? non si chiederebbe come fanno tutti gli altri a continuare a vivere senza accorgersi della sua tragedia? pensi che, forse, dando qualcosa in più o facendo qualcosa in più lei, mio caro, avrebbe potuto salvare qualcuno. Nonostante tutto ciò, mio caro, lei è felice?"
"No, se penso a questo non oso essere felice! E' chiaro!"
"Allora vede mio caro, abbiamo dimostrato che oltre a chi soffre di dolore proprio, ci sono anche quelli che soffrono solo perché soffrono gli altri."
"Certo signore, ma questo dolore non mi può accompagnare costantemente: sarò felice nei ritagli di tempo! E poi il non avere dolore fisico è già una grossa fortuna."
"Lo vede, mio caro? Lei deve accontentarsi di poco, come tutti gli uomini. Le basta non aver mal di denti o non ammalarsi di qualcosa di grave, ma è molto facile ammalarsi di qualcosa di grave. Ricordi quando è stato innamorato a diciassette anni! Non avrebbe preferito morire piuttosto che non avere lei? non sentiva un forte dolore al petto? non le si gonfiava la gola quando pensava che non avrebbe potuto averla? non pensava che, avendo lei, tutto il resto sarebbe stato perfetto, perché non le serviva nient'altro se avesse avuto lei?"
"Sì, è vero, ho sofferto, ma ormai quasi non me lo ricordo più."
"Pensa che non potrebbe succederle mai più? non le è forse già successo di incontrare, a qualche centimetro da lei, degli occhi diversi da tutti gli altri, degli occhi che per qualche istante hanno fatto apparire tutto il resto come uno sfondo irrilevante? non ha forse visto delle mani, solo per un secondo, delle dita bianche e senza anelli, con un leggero smalto trasparente, muoversi con dei gesti che non ha potuto misurare con lo spazio e con il tempo? e forse non ha visto poi delle gambe che si muovevano come si era mossa la danzatrice di Degas? non ha pensato a quale riflesso avrebbe preso la luce di un mattino su di esse, se avessero riposato solo per una notte, o per la vita intera, sul suo letto? non ha forse pensato a quale profumo avrebbe potuto avere quella pelle, se il suo olfatto avesse avuto il tempo e la prossimità per rilevarlo? non ha forse pensato a cosa le sarebbe successo, mio caro, se quelle gambe non fossero state chiuse in custodia cautelare dentro il vestito di lei e le sue mani avessero potuto non dico dipingerle ma almeno toccarle, solo leggermente, dalla piega del ginocchio fino alla curva della schiena? guardandovi negli occhi, senza parlare, perché ogni poesia sarebbe stata insufficiente? chissà se le è successa una cosa del genere, mio caro, e quanto, ciò che le è rimasto di quell'incontro, è lontano dal dolore. Dal rimorso per la felicità solo sfiorata, sfuggita perché non c'era tempo, perché c'erano altri a cui pensare, perché non ha potuto far nulla, il suo spirito invaso da quell'immagine non aveva più luogo per la ragione e tempo per l'azione, perché per essere felici bisogna essere preparati, mio caro. E invece nessuno è abbastanza preparato. Poi vi siete incrociati e i vostri occhi si sono lasciati, ogni secondo che passava eravate più lontani e la forza necessaria per tornare indietro sempre più grande. E il costo sempre più alto. E lei, mio caro, non si è voltato. E si è chiesto dieci volte in un secondo se l'altra l'avesse fatto. E chissà se l'altra lo ha fatto, se si è voltata, se si è voltata non solo con la testa o con una leggera rotazione del collo, ma con tutto il corpo ed ha aspettato che lei facesse altrettanto. Ha aspettato solo per i secondi che dovevano bastare, ma lei è andato via di corsa, pensando che l'altra certo si allontanava senza già neppure ricordarsi di lei. Lei non lo sa, mio caro, se, per un tempo finito, il vestito ocra di lei ha svolazzato nella sua direzione prima di sedersi sulle poltrone di un aereo diverso dal suo e volare via in un paese diverso dal suo, mio caro. Eppure, forse, vicino, solo a tre ore di volo, forse a Londra o a Vienna. E lei ci ha pensato a quella ragazza, mio caro, anche quando la sera ha dormito con il torace appoggiato alla schiena di ogni notte. Adesso mi dica, mio caro, pensa di essere immune al dolore?"
Ora il signore dalle parole precise, che mentre parlava cambiava spesso posizione sulla poltrona di velluto rosso, guardò il suo interlocutore e tacque. Teneva le mani composte e ferme sui braccioli e attendendo una risposta sorrideva, ma senza scherno o soddisfazione, bensì in un modo che sembrava sincero e invitava a confidarsi. Poi continuò:
"Vede mio caro? E' successo di nuovo. Ma, come le dicevo, tutto serve. La scelta obbligata fra l'amare e l'essere amati è uno dei tanti ma ricorrenti pretesti per sfuggire all'inferno ed è uno di quelli che funziona di più, perché permette di scoprire in modo esplosivo la differenza fra il desiderio e la realtà, la voglia e la volontà. Ha sbagliato mio caro, doveva voltarsi e tornare indietro, chi se ne frega di tutto il resto, tutto il resto è banale, la famiglia, i figli, è solo la felicità che conta. Doveva fermarsi ed inseguirla, anzi no, doveva solo prenderla, era pronta appositamente per lei. Sapesse che fatica fargliela trovare lì."
L'altro ricercò qualche secondo di silenzio e di pensiero e non fu difficile trovarlo, perché l'atrio dell'albergo si era nascosto in una luce tenue e mobile, che si coordinava bene con l'arredamento scuro e senza riflessi scelto qualche anno prima senza indecisione nella non vasta gamma delle suppellettili per hotel di montagna. Fuori il vento era discontinuo ma prevedibile e faceva un rumore rotondo e magico. Francesco finalmente rispose:
"No, non sono immune al dolore, solo, cerco di prevenirlo. Non lo sconfiggo né lo aggiro e nemmeno lo scavalco: ci passo semplicemente attraverso. Cerco di ricordarmi che l'essere infelice non deve procurarmi infelicità. Io credo che il dolore ce lo portiamo dietro perché trasportiamo materia deperibile, signore. Lasciamo perdere lo spirito, che di quello se ne occuperà il qualcuno di cui si parlava prima."
"Lei mi sta dando ragione, mio caro! Ammette che gli uomini sono infelici. Pur lasciando perdere l'anima, corpo e spirito soffrono."
"Lei distingue anima e spirito?"
"Naturalmente!"
"Vuole spiegarmi?"
"E' per questo che l'inferno è vuoto. Vede, l'anima non soffre mai, perché non ce l'abbiamo finché siamo vivi. Quando siamo vivi abbiamo solo lo spirito."
"Continuo a non capire la differenza."
"L'uso dei due termini crea solo confusione, ma le parole che usiamo non sono importanti, sono solo più vicine ai nomi con i quali gli uomini hanno chiamato le cose. L'importante è che se ne comprenda il significato: in realtà le due cose non sono differenti ma succedentisi. Fino a quando siamo vivi abbiamo lo spirito, che è la povera ed affannata percezione che riusciamo ad avere del mondo materiale e immateriale... e anche di noi stessi, perché anch'esso misura tutto e si misura con il nostro corpo. E' la nostra espressione più alta, ma solo perché è incorporea, in realtà non ha nulla di speciale, poiché ha esperienza solo di ciò che sente, vede e tocca e, al più, di ciò che immagina."
"Ma questo come dimostra la sua teoria?"
"Mi permetto di dire, mio caro, che la mia non è una teoria, ma una descrizione. Comunque, la dimostra perché, come abbiamo già detto, l'uomo, che si immunizzi o no, soffre, nel corpo ma anche nello spirito. E i più soffrono di qualcosa di talmente grande da non potervisi immunizzare. Durante la vita, tutti hanno già dato abbastanza, ecco perché l'inferno è vuoto. La promessa della felicità lontana serve a digerire il pasto forzato, ma non ne vale affatto la pena, mio caro, mi creda, è meglio cercare di essere felici ora, in tutti i modi possibili. Il paradiso è sovraffollato, non c'è più spazio, invece all'inferno si sta larghissimi. E' un vero peccato che ci sia tanto posto libero."
"Ma scusi, pur accogliendo la sua fantasiosa metafora, come può credere che nessuno venga punito? Non mi pare necessario citare alcuni abusati personaggi storici a titolo di esempio, anche perché non è detto che i più famosi siano i più cattivi. Secondo lei non ci sono uomini che hanno fatto così tanto male da meritare un po' d'inferno?"
"Calma mio caro, calma. Ho detto che all'inferno si sta larghi, non che è disabitato, anzi c'è gente niente affatto noiosa che ha davvero molto da raccontare. Comunque mi permetta di dire che la mia non è una fantasiosa metafora; e per dimostrare che nessuno è mai felice come vorrebbe, basterebbe che lei si guardasse, mio caro, per vedere come è preoccupato e in ansia. La signora che sta aspettando doveva arrivare alle dieci e invece sono già le due ed è ferma sui tornanti di Collefosco, con l'auto rotta e con la neve che si deposita indisturbata sui vetri. E questa doveva essere una vacanza rilassante."
"Accidenti, è già passata un'altra ora. Spero che Daniela abbia già ricevuto aiuto, che abbia almeno benzina per tenere acceso il motore. Guardi che tempo, una bufera! Ed è anche buio. Chissà se qui il soccorso stradale arriva velocemente ... lei forse è già stato in vacanza da queste parti?"
"Mi dispiace non saperle rispondere, mio caro. E' la prima volta che vengo qui e probabilmente è anche l'ultima: sa, io ho bisogno di entrare subito in confidenza con le persone e pensavo che la gente qui fosse più socievole, anche se devo dire che mi trovo bene stasera a chiacchierare con lei."
"Mah, starà per arrivare. Vado in camera a prendere una giacca." E così, Francesco Marino, impiegato in segreteria all'istituto commerciale, quarantasei anni, un metro e ottantaquattro, amante delle cravatte a quadri, lettura soprattutto di saggi attinenti la fotografia, capelli neri lucidi e occhiali sobri consigliati dalla suddetta in panne, in vacanza sulla neve per sei giorni a cavallo del carnevale, attraversò il piccolo atrio del grazioso albergo e prese le scale in legno ricoperte di moquette dal bel colore blu robusto. L'elettricità non tornava e le piccole lampade applicate alle pareti non erano illuminate dalla solita luce gialla bassa e controllata. Solo le candele poste sul tavolino vicino ai due conversatori facevano sulle pareti in legno della hall piccoli e mobili riflessi, che sembravano gli attenti spettatori di quella serata che stava diventando notte in un modo inaspettato, in compagnia di uno strano signore dagli argomenti non comuni ed invero poco rilassanti. Le scale facevano pensosi e rassicuranti scricchiolii vegetali che cadenzavano le riflessioni postume di Francesco.
(Certo che tutti hanno paura per i figli e per il lavoro. Certo è anche facile dire che uno si è innamorato a diciassette anni, è successo a me come a molti altri, magari anche a lui.)
La chiave zavorrata dal pendaglio in ottone girò nella toppa con una facilità a tre stelle e promulgò il clic dello scatto. La porta si spinse e Francesco entrò nella sua stanza in legno di frassino chiaro nodoso e con le tendine bianche e verdi alle finestre.
(Molti avranno visto una donna come quella in un aeroporto. Ma che intuito però! Ha descritto esattamente quello che ho provato io con le valige in mano sulle scale mobili. Aveva il vestito ocra e proprio le mani con lo smalto, ma forse era bianco, non me lo ricordo, è passato troppo tempo.)
La giacca a vento gialla era sulla sedia vicino al letto. Ne percorse le tasche e trovò il vecchio portasigari, sempre lo stesso da vent'anni, che non avrebbe cambiato con uno d'oro, anche perché l'oro splendeva troppo per poter contenere un sigaro maschile e silenzioso. Richiuse la porta e scendendo lentamente le scale sparse nell'aria il profumo nero del solido tabacco italiano.
(Sì, ora ricordo, lo smalto era trasparente, a me piace solo lo smalto trasparente. E mi piaceva tutto di lei, anche come le stava il suo vestito ocra, avrei voluto dipingerla e dopo posarla sul mio letto.)
"Oh, eccola di ritorno, mio caro! Vedo che un vizio almeno ce l'ha."
"Vuole fumare con me?"
"No grazie, ho fumato per una vita, ma da quando sono in vacanza sto cercando di smettere. Invece, mentre aspetta le farò compagnia bevendo qualcosa. Posso offrirle un liquore?"
"La ringrazio, ma è meglio di no."
Allora il signore chiamò l'addetto alla reception e lo fece senza impiegare le mani né la voce, bensì con un semplice cenno della testa e degli occhi. A Francesco sembrò un gesto che pur senza essere privo di garbo pareva imporre una certa naturale autorità al destinatario, che infatti arrivò immediatamente. Dopo essersi fatto fare l'elenco di tutti i liquori di cui l'albergo disponeva, ordinò un bicchiere di porto. Lo assaggiò e poggiò il bicchiere sul tavolino vicino alle due candele passandosi lentamente la lingua sul palato. Sembrava godere molto del gusto del vino.
Un lampo nella mente. (C'è un errore da qualche parte. Ho visto qualcosa di sbagliato o forse l'ho sentita.)
Francesco riprese a parlare:
"A proposito signore, lei di cosa si occupa, è un professore? Forse insegna filosofia?"
"No, io gestisco un club."
"Ah, devo ammettere che lei mi sembrava tutto tranne che un imprenditore."
"Un momento, non sono io il proprietario, ce l'ho solo in gestione. Anche se ormai è da così tanto tempo che, credo, il padrone me lo lascerà definitivamente. E poi è molto contento di come lavoro, anche se qualche screzio l'abbiamo avuto."
"Scadenze non rispettate?"
"No, no, anzi. Il problema è che abbiamo due caratteri opposti."
(Ecco! Come può sapere che Daniela era ferma con la macchina a Collefosco? E che doveva arrivare alla cinque? Potrebbe aver sentito la telefonata... no, lui non c'era... non c'era nessuno con me quando ho risposto al telefono.)
"Lei dovrà togliermi una curiosità signore, come sa che io aspettavo qualcuno che era fermo con l'auto in panne?"
"Mi pare di averle dimostrato di sapere molte cose." Ora la sua espressione cambiò e divenne incodificabile, poteva essere a metà fra due opposti qualsiasi: il compiacente e l’arrabbiato, il timoroso e lo spavaldo, il rilassato e l’aggressivo. La voce rimase calma, suadente e regolarissima.
Invece il tono di Francesco cambiò e divenne ostile. "Sì, ma questo come lo sapeva? lei conosce Daniela? o forse ci sta seguendo?"
"Ah proprio non sono un poliziotto, mio caro. Però conosco sua moglie e conosco una infinità di presone, ma è solo perché cerco di fare amicizie per il mio club. E spero che anche voi vogliate presto onorarmi della vostra presenza."
"Non credo che sarà possibile."
"Ma il mio club ha filiali ovunque, da casa sua non serve neanche prendere l'auto per arrivarci."
(Ho capito, questo qui è bravo ad indovinare ma è solo un povero matto.)
L'orologio a cucù di fronte alla reception faceva le due e trentacinque. L'addetto notturno era venuto qualche minuto prima a cambiare le candele, poi aveva chiuso il bar ed era sparito. Non lo si vedeva già da un po', forse era andato a riposare da qualche parte. La porta di vetro dell'albergo era chiusa e fuori c'era solo il vento e il buio, tutto il paese era senza luce e la strada era illuminata solo da due fiaccole ostaggi del vento. Uno scuretto dimenticato sbatteva di tanto in tanto, mentre la neve silenziosa ed incosciente copriva i marciapiedi e le montagne.
"E come si chiama il suo club, signore?" chiese Francesco con aria ormai di scherno.
Il signore ora cambiò lentamente espressione e i suoi occhi mostrarono qualcosa di lontano e nascosto, il suo viso sembrò modificarsi e diventare asimmetrico e scuro e la sua voce divenne ruvida e profonda: "Il mio club si chiama Inferno, mio caro, e io sono il Diavolo" disse alzandosi improvvisamente dalla sedia e spegnendo le candele con un colpo di coda.
LA SOCIETÀ DEL GAS
Nonostante la pioggia ebbe il coraggio di uscire, ma l'illusione di restare asciutto durò solo pochi secondi: il vento gli portò via l'ombrello, che saltellando finì nel cortile dei Baldini. Proteggendosi gli occhi con una mano, raggiunse il serbatoio e guardò la lancetta del livello. Imprecò sommessamente, il gas finiva sempre nel momento sbagliato.
Tornò in casa e cercò un numero sull'elenco telefonico. Si avvicinò all'apparecchio lasciando grosse impronte d'acqua sul pavimento e mentre aspettava una risposta osservò la strada al di là della siepe; in quella domenica di marzo il vento era burattinaio di ogni cosa: uomini, alberi e bandiere.
"Buongiorno, Società del Gas, sono Marta, posso esserle utile?" disse a memoria una voce da settore terziario.
"Buongiorno, sono un vostro cliente, è possibile avere un rifornimento entro stasera?"
"Certo signore, ma a causa di un guasto ai nostri terminali, non possiamo assumere ordini per telefono. Dovrà venire qui e firmarci una richiesta."
"D'accordo signorina, a che ora chiude il vostro ufficio?"
"Alle venti, signore. Siamo in Via Malsacchi, al numero 12. Non tema, la Società del Gas non abbandona mai i suoi clienti."
Uscì con un impermeabile e un berretto. Quando aprì la porta, l'acqua entrò in casa; sembrava che non piovesse dall'alto in basso, ma da destra a sinistra. Salì sulla sua utilitaria infinitesimale e lasciò il quartiere residenziale, ucciso da un'overdose di calcio.
Alcune pozzanghere dopo, imboccò Via Brianza, che era la strada più breve per raggiungere il centro. Aveva appena inserito la terza quando notò alla sua destra, all'angolo di un edificio, una grossa insegna luminosa blu che diceva:
Società del Gas: siamo aperti anche la Domenica!
"Per fortuna!" commentò Enzo. Dovevano averla installata quella mattina stessa, perché anche ieri era passato di lì, ma non l'aveva notata.
L'intensità della pioggia sembrava diminuire, presto il vento avrebbe portato via quel violento temporale primaverile, sostituendo l'azzurro al grigio. Guidava a velocità sostenuta, superando spesso il limite consentito; in realtà non c'era nessun motivo per avere fretta, ma quel contrattempo lo innervosiva, si trattava di una serie di intoppi alla procedura del benessere, una perfetta combinazione di imperfezioni: il gas si esauriva, gli ombrelli si facevano sedurre dal vento, i terminali non funzionavano, la pioggia non aveva alcun riguardo.
Fermo ad un semaforo, accese l'ultima sigaretta del pacchetto. Intanto una mano gli propose una confezione di fazzoletti di carta. Dopo una breve occhiata pagò cinquemila lire e gettò il pacchetto sul sedile posteriore.
Smise di piovere, ma le nuvole restarono appoggiate ai grattacieli. Su uno di questi, all'altezza del secondo piano, giganteggiava un cartellone pubblicitario che mostrava una splendida ragazza distesa su un lenzuolo di seta azzurro, coperta da pochi centimetri quadri di pizzo bianco.
(Amo le pubblicità di biancheria intima.)
Lesse la scritta in piccoli caratteri sotto l'immagine della donna:
Società del Gas: nessuno vi soddisfa come noi!
(Le pensano proprio tutte.)
Dopo alcune centinaia di metri era in via dei Mille, nella quale si era formata una coda di una ventina di auto che sembrava essere ferma da molto tempo. C'era stato un incidente, lo si capiva dai lampeggianti blu che si riflettevano sulle vetrine dei negozi. Poco dopo la fila si mosse e procedette lentamente, regolata da due poliziotti, mentre ce n'erano altri due che facevano i rilievi. L'incidente, che bloccava tutta la carreggiata, coinvolgeva tre vetture e doveva essere grave, perché sul luogo c'erano un'ambulanza e due auto della polizia metropolitana.
Quando passò vicino ai due agenti, notò un fatto molto singolare che gli fece persino dubitare della propria vista: sulla fiancata della loro auto, al posto della solita scritta si leggeva:
Società del Gas 5° Distretto
Enzo frenò e guardò la portiera dell'altra vettura della polizia: la scritta era identica. Spostò di poco lo sguardo e unì le sopracciglia:
Società del Gas Servizio di soccorso
era scritto in grandi lettere rosse sulla carrozzeria dell'ambulanza. Un poliziotto che maltrattava un chewing-gum gli si avvicinò e lo invitò a proseguire perché stava bloccando il traffico.
Si poteva capire che la Società del Gas avesse un servizio di soccorso che operava negli stabilimenti di stoccaggio, o addirittura per gli incidenti esterni dovuti alla rottura di tubature o caldaie, ma cosa centrava con gli incidenti stradali? Ed era ancora più imprevedibile il fatto che le sue insegne comparissero sulle auto della polizia, guidate da uomini che erano inequivocabilmente degli agenti. O forse anche loro si facevano sponsorizzare?
(Per ragionarci sopra ho bisogno di un'altra sigaretta.)
Fermata l'auto in doppia fila, cercò il portafogli nell'impermeabile sul sedile posteriore, notando per caso il pacchetto di fazzoletti che aveva comprato qualche semaforo prima. Sull'involucro di plastica lesse:
Società del Gas: pulizia e sicurezza!
Lentamente prese il pacchetto, lo aprì e guardò la scritta sulle singole confezioni: era identica. Aprì uno dei pacchetti e, come si aspettava, vide che le stesse parole erano impresse nei quattro angoli di ogni fazzoletto. Raccolse tutto e uscì dall'auto senza chiuderla. Gettò i fazzoletti nel primo cestino per rifiuti e trasse un profondo respiro: la sua gola attendeva un certo familiare sapore.
Entrò nel negozio cercando un biglietto da cinquemila lire.
"Chesterfield, grazie!" disse rovistando nel portafogli.
"Mi dispiace, signore, abbiamo solo queste" rispose una voce apprendista. Enzo alzò gli occhi e vide un giovane commesso, con un dito puntato verso lo scaffale delle sigarette, che era pieno di pacchetti tutti uguali di una marca che non aveva mai sentito fumare:
Tabacchi Società del Gas
Gli mancarono le gambe.
"Le abbiamo anche Lights!" aggiunse fiero il ragazzo.
"No, grazie, sono molto attaccato alla marca", si difese lui.
Era molto scosso, aveva visto troppe cose strane, o forse le aveva solo immaginate, il che poteva essere anche peggio. Stava pensando appoggiato alla sua auto, quando vide sul parabrezza l'odiato biglietto rosa: Parcheggio in spazio non consentito. Violazione art. 58 codice della strada. Importo contravvenzione: lire cinquantaquattromilaottocento. Pagabile entro cinque giorni dalla data dell'accertamento all'ufficio n. 6 della Società del Gas.
Piegò diligentemente il biglietto in quattro e se lo mise in tasca. Rientrò in macchina. Chiuse gli occhi e fece un grosso sforzo per calmarsi. Poi si impose di non leggere nessuna altra scritta e di non preoccuparsi di qualsiasi stranezza fino a quando non fosse entrato nell'ufficio della Società. Qualcuno lì gli avrebbe dato una spiegazione, gli andava bene anche una bugia, purché rassicurante. Qualche minuto dopo riaprì gli occhi, ora si sentiva meglio. Inserì le chiavi nel quadro e accese il motore, poi vide qualcosa che lo spaventò a tal punto da fargli allontanare di scatto le mani dal volante: al centro di questo, dove era sempre stato il logo della Mitsubishi, ora c'era una figura diversa, una piccola fiamma azzurra e sotto di essa le parole:
Società del Gas Motor Co.
Enzo abbassò il finestrino e inspirò profondamente la schifosa aria della città.
(Ora andrò in quell'ufficio e firmerò la mia ordinazione, perché pazzo o no, ho bisogno dell'acqua calda.)
Arrivò nella via dopo pochi minuti di strada, nei quali non fece altro che guardare l'asfalto. Entrò nel grande portone quasi con timore; camminava compunto, rispettoso della Società, del suo enorme potere e dei suoi pavimenti di marmo toscano. Si avvicinò all'anziano portiere e disse:
"Buonasera, a quale piano si trova l'ufficio della Società del Gas?"
L'uomo era alto e di media taglia, con pochi ma pettinati capelli bianchi, aveva la carnagione rosea ed era perfettamente sbarbato. In un film americano avrebbe fatto la parte del ricco avvocato senza scrupoli, che fuma grossi sigari chiari e guarda sempre diritto con le sopracciglia alzate. In un condominio, più che il portiere avrebbe dovuto fare l'amministratore. Enzo notò subito il cambiamento di espressione nell'uomo, che si irrigidì corrugando la fronte, incrociò lentamente le braccia e rispose:
"Lei QUALE Società del Gas sta cercando, Signore?"
Enzo fece un sorriso retrattile, avrebbe preferito trovarsi nudo davanti ad una carica istituzionale piuttosto che rispondere a quella domanda. Parlò con tono conciliante sottoponendo le singole parole ad un esame preventivo:
"Vede, io devo ordinare del gas per uso domestico... riscaldamento, cucina, eccetera, sono... stato chiaro?"
L'uomo addolcì subito i tratti del volto sconfinando quasi nel sorriso, come un professore di francese che finalmente ottiene una pronuncia corretta dal suo studente peggiore, poi si piegò in avanti e rispose con lo stesso tono con cui avrebbe consigliato il cavallo vincente al suo migliore amico:
"Ottavo piano, prego."
Uscito dall'ascensore, si trovò davanti un lungo ed elegante corridoio su cui si affacciavano quattro porte uguali a ciascuna delle quali era applicata una targa in ottone. Le scritte erano identiche: Società del Gas, e più nulla, tranne gli orari di apertura. In tutto l'ambiente regnava un silenzio premeditato. Bussò all'unico ufficio che era aperto anche di domenica. La porta si aprì subito, per mano di una ventenne piccola e carina che lo fece sedere di fronte ad una scrivania e gli porse una carta da firmare, poi gli elargì un bel sorriso contrattuale dicendo:
"Entro le ventuno riceverà il rifornimento."
Enzo diede una rapida occhiata all'ufficio. Tutte le scrivanie erano vuote, erano chiuse anche le porte dei capi. Non c'era nessuno oltre alla ragazza. Restituendo il foglio le chiese con più disinvoltura possibile:
"Lei dev'essere Marta, vero?"
"Si signore."
"Mi perdoni Marta, forse lei può aiutarmi: la vostra azienda ha intrapreso di recente una grossa campagna pubblicitaria?"
"Mi dispiace signore, non sono autorizzata a fornire questa informazione."
"Fa' lo stesso, era solo una curiosità. Ah, e per il pagamento... ci sono nuove modalità?"
"Come al solito, signore, ricevuta bancaria a trenta giorni."
(Niente da fare, questa sa tutte le risposte e le dà troppo in fretta.)
"Grazie signorina, arrivederla."
"Arrivederla signore e ricordi, la Società del Gas non l'abbandona mai."
(Me ne sono accorto.) Le parole dell'impiegata gli restarono aggrappate alla schiena.
Ora guidava verso casa di Nika, solo lei poteva fargli dimenticare quell'incubo. Salì di corsa le scale pregando di trovarla in casa, suonò il campanello e mentre aspettava lesse la targa in ottone fissata alla porta:
Società del Gas
Nika Barbieri
Rappresentante di zona
(Certo, certo, devo aspettarmi anche questo.)
Suonò nuovamente. Forse lei non c'era, cosa avrebbe fatto se lei non c'era?
La porta si aprì e il solo vederla gli restituì un po' di lucidità. Entrò in casa e l'abbracciò dicendo:
"Aiutami amore, forse sto impazzendo."
Lei lo strinse forte e gli diede un morbido e preciso bacio fra il collo e la mascella. Lui si sentiva già meglio, si sentiva più forte, erano state solo allucinazioni, le aveva solo immaginato quelle scritte, dopo un tè e un'ora d'amore sarebbe tornato tutto normale. Decise di non dirle nulla.
Quando quel lungo abbracciò finì, lei gli prese la mano e lo condusse nel salotto. Gli indicò una poltrona vicino alla finestra e aprendo un cassetto della credenza disse:
"Si accomodi signore, abbiamo un contratto vantaggiosissimo da proporle."
UNA DOMENICA SENZA SOLE
La sveglia suonò esattamente alle ore quattro e quarantacinque del sette maggio. Leo la spense con gli occhi ancora chiusi e cercando di ricordare il motivo per cui si era permessa di suonare di domenica.
(E' vero, devo andare in montagna.)
Tutti gli argomenti ritenuti poco validi ieri, non è il caso di andare da soli sul sentiero Marini, la temperatura è ancora bassa, fra dieci giorno ho un esame, sono appena uscito da una brutta influenza, gli parvero ora di una robustezza insormontabile. Ma dopo alcuni minuti di contesa interiore decise per il sì. Rintronato come ogni mattina, si alzò con movimenti lentissimi e con la metà dell'entusiasmo stanziato la sera precedente. Aprì immediatamente tutte le finestre possibili devolvendo alla sua casa unifamiliare tutta l'aria possibile e si diresse in cucina dove sul piano di legno di faggio lamellare lo attendeva la macchina per il caffè espresso. Prese dal frigorifero l'acqua fresca e la frutta. Elaborò il caffè e cominciò a consumare la sua colazione.
(Appena sorge il sole, parto.)
Si collegò con il TG5, che subito lo molestò con le ultime su politica, omicidi e sbarco di clandestini. Lui aspettava le previsioni del tempo, che intervennero alla fine della colazione: sereno al sud con nuvolosità residua sulla dorsale appenninica e tendenza al miglioramento, sereno sulla pianura padana e su tutto l'arco alpino, temperature al di sopra della media stagionale.
(Devo proprio andarci.)
Quasi le cinque e venti; guardò il cielo: era ancora buio. Gli piaceva trovarsi sveglio prima dell'alba, quando il sole sta terminando una giornata di lavoro da qualche altra parte e qui non ne ha ancora cominciato una nuova e tutti gli uomini sono intorpiditi dai piumoni e dalle trapunte. Chi si alza col buio, invece, ha già assunto la sostanza eccitante preferita, ha inspirato profondamente e fatto il programma per la giornata, così che quando il sole sorge lo può guardare con affetto e pensare: sono pronto prima di te. Poi accende il motore dell'auto e parte veloce, per arrivare prima degli altri sulle autostrade, alle metropolitane, negli ascensori.
Fece la doccia ascoltando la radio sui novantuno FM e riempì lo zainetto con tutto il necessario: acqua, panini, macchina fotografica, binocolo, temperino, occhiali da sole, fazzoletti di carta a quattro veli comprati a caro prezzo da un senegalese. Erano le cinque e tre quarti e fuori era ancora tenebra.
(Intanto mi preparo.)
L'opera di vestizione terminò alle sei meno cinque minuti e culminò con la calzatura delle poderose scarpe da trekking.
Andò alla finestra e guardò il cielo. Non solo era buio, ma si presentavano in bella mostra tutte le stelle, luminose e scintillanti come fosse mezzanotte in riva al mare con una ragazza.
(Forse il mio orologio non funziona.)
Accese nuovamente la TV e cercò l'orario negli angoli del video: erano proprio le sei. Scorse i vari TG prestando attenzione alle notizie (qualche eclisse?), ma non raccolse nulla di strano, allora cambiò canale e si affidò al Televideo dal quale però non ricavò alcuna notizia su eventi che avrebbero potuto ritardare il sorgere del sole.
(Aspetta un momento, non ti sei mai alzato così presto nelle ultime settimane, chi ti dice che il sole debba essere già sorto a quest'ora?)
Andò in soggiorno a cercare il quotidiano del giorno prima, lo sfogliò velocemente e nella pagina delle previsioni meteo lesse:
Domani 7 maggio: assenza di luna, il sole sorge alle 5.03 e tramonta alle 19.31
Alzò la testa e guardò nuovamente fuori. Era di certo un errore di stampa. Nel ripostiglio recuperò (era caduto dietro la scarpiera) il giornale del giorno cinque:
Domani 6 maggio: assenza di luna, il sole sorge alle 5.04 e tramonta alle 19.28
Corse in giardino. Come prima: nero e stellato. Guardò a est alla ricerca di un tranquillizzante chiarore, un minimo azzurro che, seppure ingiustificatamente ritardato, sarebbe stato l'inizio di un doveroso sorgere del sole. Nulla, né a est né in nessun altro luogo nel cielo.
Il problema divenne solido: non era sorto il sole. La TV continuava a trasmettere i TG registrati, quindi per avere qualche informazione doveva agire di persona: dalle finestre osservò le case dei suoi vicini alla ricerca di segni della presenza di qualcuno. Nulla, probabilmente dormivano tutti, doveva trovare qualcos'altro.
(Potrei telefonare a Marco.) Ma l'idea sfiorì subito. (Ammesso che non mi sbatta il telefono in faccia, quello la mattina è più stordito di me e non riuscirebbe ad arrivare sveglio alla finestra più vicina. Ecco, chiamo i Carabinieri.)
"Pronto intervento, con chi parlo, prego?"
"Sono Leo Benelli."
"Cosa è successo?"
"Guardi, potrebbe sembrarle strano, ma non è ancora sorto il sole."
"Non so se questo è il suo vero nome, ma se lo è, giuro che la faccio arrestare. E' da vigliacchi tenere occupate le linee per uno scherzo del genere."
"Senta, non sto affatto scherzando, sono le sei e un quarto e non c'è ancora il sole."
"Mi dia il suo indirizzo!"
"Ho capito, lasciamo perdere" e riattaccò immediatamente, sperando di non essere identificato.
Guardando la posizione delle stelle, forse avrebbe potuto capire qualcosa in più. Così tornò fuori; ieri aveva osservato il cielo a mezzanotte e la stella polare si trovava sopra gli alberi a sinistra. La cercò adesso e la trovò di fronte in alto, dove doveva essere circa alle tre di notte. In sostanza a quell'ora il movimento del cielo si era arrestato.
(Perché non ci ho pensato prima?)
Accese nuovamente il Televideo e attese che le pagine scorressero passandosi una mano sulla barba del giorno prima.
"Eccolo qui!" disse. Era il Numero Verde Viabilità e Meteo.
"Pronto CIS Venezia."
"Buongiorno, devo mettermi in viaggio sull'autostrada," inventò, "come sarà oggi il tempo?"
"Quando parte?"
"Subito."
"Sereno su tutta l'Italia fino a Martedì."
"Bene. Mi scusi, lei ha visto sorgere il sole stamattina?"
"No, perché?"
"Perché io non l'ho ancora visto."
"Sta chiamando dall'estero?" fece l'altro in tono fra il burocratico e l'ironico.
"No, sono a cento chilometri da Venezia."
"Ha aperto le finestre?" si capì che l'altro stava trattenendosi dal ridere.
"Certo che le ho aperte, sono stato anche in giardino."
"Vede, a parte il fatto che il satellite ci dice solo se ci sono nuvole oppure no, non ho motivo di ritenere che non ci sia il sole. Inoltre anche se, per uno strano caso stamattina non ci fosse, io e i miei colleghi non ce ne accorgeremmo, perché ci troviamo in una stanza senza finestre e nel sottosuolo. Vuol sapere se oggi c'è acqua nell'Adriatico?"
"No grazie. Comunque, le consiglio di fare cabaret, lei mi sembra un vero talento."
Leo, a questo punto, decise al rialzo: sarebbe partito lo stesso. Raccolse tutto il necessario, lo portò in auto e accese il motore. Rientrò in casa per chiudere le finestre. Alle sei e trentacinque minuti era pronto. Staccò il telefono cellulare dall'alloggiamento e lo accese. Sul piccolo schermo, però, invece del solito messaggio, ne apparve uno mai visto:
COLLEGAMENTO IMPOSSIBILE
Lo spense e lo riaccese: il messaggio era identico.
(Ecco un altro problema da risolvere, ora per completare la collezione devo solo forare una gomma.)
Chiamò il numero verde della società telefonica:
"... risponde l'operatrice VU 64", disse il programma, e poi una voce sindacalmente assistita: "Buongiorno, mi dica..."
"Buongiorno, sono un vostro abbonato, il mio telefono non dà segni di vita."
"In che senso, signore?"
"Quando lo accendo, sul video compare una scritta che dice collegamento impossibile."
"Non si preoccupi signore, i nostri programmatori stanno facendo delle correzioni al sistema satellitare. Il servizio sarà presto ripristinato e tutto tornerà normale. Deve avere solo un po' di pazienza, è una operazione piuttosto complessa."
"Ah, bene. A proposito di cose complesse, lei per caso ha visto il sole stamattina?"
"No, signore!"
"Forse anche lei si trova in una stanza nel sottosuolo?"
"Si, ma qualche minuto fa ho preso il caffè al piano terra."
"E il sole c'era?"
"No."
"E questo fatto non la preoccupa?"
"No, perché i nostri programmatori sono molto competenti."
"E cosa c'entrano i vostri programmatori?"
"Sono loro che hanno fermato il sole, signore.
STRAGE
"... perché ciò che vogliamo fare, e che faremo se ci darete la vostra fiducia, è creare nel nostro paese un nuovo modo di fare politica: onestà, competenza ed efficienza, senza dimenticare i più deboli, saranno il nostro obiettivo.
Queste elezioni sono per il nostro paese un'occasione importante, un'occasione che voi elettori non dovete lasciarvi sfuggire per cambiare... per realizzare finalmente una democrazia liberale!"
Era il comizio più importante della campagna elettorale: l'ultimo. Il palco era il più grande e il più bello mai realizzato nella capitale, alla sua progettazione avevano partecipato architetti molto capaci e moderati, i colori erano stati studiati con cura ricorrendo alle consulenze dei più noti psicologi e cromoterapeuti.
Era anche una grande novità mediatica. Sul piano più alto stavano i politici: il segretario del Partito, il candidato da sostenere in quel collegio, il segretario della sezione locale e altri mediocri pensatori dell'area ideologica in questione.
Particolare attenzione merita il Segretario, uomo dotato di abili completi grigi che selezionava impiegando una scrupolosità da soubrette. Non si era costruito dal nulla, bensì sul nulla, ciononostante affascinava: sguardo sicuro, labbra seducenti e sopracciglia subliminali. Aveva forgiato il suo pensiero politico su testi fondamentali che però all'occorrenza sapeva rinnegare, era uno che aveva fatto sempre le mosse giuste. Temuto da avversari e amici, solo pochi attenti osservatori erano riusciti a intendere la sua vera natura. Era successo (che strano) in un passaggio televisivo durato meno di dieci secondi, nel quale a causa di un fatale errore o geniale intuizione del cineoperatore, lo si inquadrava da un punto di vista insolito: di spalle, mentre entrava nell'aula della Commissione; camminava avanzando a piccoli passi e con le spalle ripiegate in avanti, l'oscillazione delle braccia era molto contenuta ed era seguito da una entità di colore grigio spento che ai più sembrò la sua ombra, ma ai telespettatori più avveduti apparve per ciò che era: la zavorra del burocrate.
Al piano inferiore risiedevano i giornalisti autorizzati, che ponevano questioni.
Sul porfido della piazza, per l'occorrenza adornata di retorica, stava la popolazione statistica degli elettori, i quali udivano e applaudivano ciascuno a seconda delle proprie capacità.
"Onorevole Segretario, come intende il suo partito realizzare questo progetto liberale? Abolendo gli ordini professionali? liberalizzando l'orario di apertura dei negozi? autorizzando i medici a prescrivere stupefacenti? regolamentando l'esercizio della prostituzione?" Chiese serio il giornalista.
Il pubblico, nel dubbio, rise.
"Raccolgo la sua provocazione," rispose il Segretario, "certo che no! Non sono questi i provvedimenti che ci renderanno un paese più libero! Vede, noi abbiamo bisogno di rivoluzionare la struttura del Settore Pubblico, di offrire ai cittadini uno Stato più amico, uno Stato che li aiuti a risolvere i loro problemi di ogni giorno."
"Quindi un'agenzia di disbrigo pratiche!" urlò una voce da lontano.
Ancora risate dal pubblico, che subito si rifece solenne.
"Molto più di questo...", riprese il politico per niente scalfito, "noi snelliremo la Pubblica Amministrazione e daremo a tutti i cittadini, anche a quelli che non ci avranno votato, uno Stato nuovo, che li aiuti a esercitare i loro diritti e che non sia un soggetto di cui avere timore."
"Pensate quindi di riformare la giustizia" suggerì il giornalista, "forse... separando le funzioni giudicanti e requirenti dei magistrati? riducendo i termini di carcerazione preventiva? cosa ne pensa di aumentare la quota di spese di bilancio destinate alla giustizia? in questo settore ci allineeremo agli altri paesi dell'Unione Europea?"
L'esplosione risparmiò il Segretario dal dover rispondere. La bomba fece tremare ogni oggetto nel raggio di molte centinaia di metri dallo stratificato palco.
L'ordigno, realizzato con esplosivo che i Carabinieri avrebbero poi identificato, era stato collocato proprio sotto il grande palco. I terroristi erano stati scaltrissimi: nella notte del terzo giorno precedente al comizio, cioè prima che il luogo fosse transennato, erano arrivati nella piazza a piedi, vestiti come turisti tedeschi. Erano in quattro e il luogo era deserto. Due di essi passeggiavano in tondo nella piazza per controllare che nessuno arrivasse dalle strade laterali, entrambi erano dotati di un telefono cellulare in comunicazione continua con gli altri due. Questi ultimi, con gli appositi attrezzi, avevano sollevato il porfido, scavato una buca profonda non più di cinquanta centimetri e vi avevano inserito l'esplosivo. Poi avevano richiuso il buco e posato nuovamente i cubetti, esattamente com'erano prima, portando via la sabbia di risulta. Il tutto in meno di quindici minuti.
I soccorsi arrivarono immediatamente. Entrarono nella piazza soprattutto da Via della Guarnera, che per la sua larghezza era l'accesso più logico. La scena che si presentò alla vista dei primi infermieri fu aspettatamente agghiacciante: i corpi delle persone più vicine al palco erano sconnessi e coperti di sangue, qualcuno di essi muoveva ancora gli arti con piccole scosse non ordinate dalla volontà. Un tecnico del suono, appena riaperti gli occhi, vide due cadaveri attorno a sé, non capì come mai lui fosse ancora vivo e non sentisse dolore, ma ciò sembrò bastargli. Una signora che si trovò in ginocchio vicino a lui aveva la faccia coperta di sangue e lo osservava con gli occhi sbarrati, allora lui guardò in basso e solo in quel momento si accorse di non avere più l'avambraccio sinistro.
Le ambulanze erano arrivate copiose, assieme a forze di polizia, vigili del fuoco e agenti del servizio segreto in borghese. Il primo salvataggio dall'orrore fu fornito da grandi lenzuoli bianchi che coprirono le salme più indecenti: i corpi di giornalisti, elettricisti, cineoperatori e poliziotti che si trovavano immediatamente sotto il palco prima dello scoppio erano stati malamente sezionati dalle schegge.
Chi riusciva a stare ancora in piedi prestava soccorso agli altri oppure, se la deflagrazione aveva interrotto i suoi processi cognitivi, si allontanava con le braccia distese in avanti e lo sguardo assente.
I feriti furono caricati immediatamente sulle ambulanze, mentre i Vigili del Fuoco, con l'aiuto delle forze dell'ordine, spostavano i resti del palco in cerca di superstiti e cadaveri. Intanto erano già arrivati i fotografi e i giornalisti partiti dalle vicine redazioni. Le telecamere e i microfoni cercavano immagini e dichiarazioni.
Si dovettero usare tenaglie pneumatiche per tagliare i lunghi e pesanti tubi d'acciaio che impedivano di accedere alla parte sottostante l'ammasso di macerie. Via via che lo scavo procedeva, gli infermieri si raccoglievano ai margini del cumulo con barelle e lettini, pronti a ricevere i feriti. I soccorritori si muovevano con attenzione, sapendo che presto si sarebbero viste mani insanguinate e volti irriconoscibili.
Più si scavava e più gente accorreva a dare una mano; passanti, elettori incolumi, anche alcuni che abitavano sulla piazza erano scesi ad aiutare. Ma la Protezione Civile aveva formato un cordone attorno al luogo per evitare l'ingresso di persone che potevano rappresentare un intralcio ai soccorsi o che potevano essere ulteriormente ferite. Come accadeva sempre in questi casi, si temeva una seconda esplosione dovuta a un'altra bomba oppure a parti inesplose della prima.
In poco più di mezz'ora tutti i feriti erano stati ricoverati negli ospedali, invece nei pressi del palco si continuava a scavare, si asportarono brandelli di striscioni e pezzi di tavole di legno. Campioni di ogni tipo di materiale, ma specie gli oggetti che mostravano bruciature, venivano consegnati a due persone in abiti civili che li esaminavano e li riponevano in grandi sacchi di plastica con sopra scritto "Polizia Nucleo Scientifico". Di tanto in tanto ricevevano anche dei piccoli oggetti neri (ma era quasi tutto nero e bruciato) delle dimensioni di un pacchetto di fiammiferi. Se li rigiravano nelle mani coperte da guanti di lattice, ma non capivano di cosa si trattasse. Nel dubbio mettevano anche quelli fra i reperti da analizzare.
Con il passare del tempo furono riempiti molti sacchi: i frammenti che riportavano segni di bruciature erano ormai innumerevoli. Ma più materiale si asportava dal cumulo di macerie e più numerose erano quelle piccole cose nere che avevano incuriosito i poliziotti della scientifica. I due esperti chiamarono il loro superiore, che era al telefono vicino ad un'Alfa 33 blu.
"Cosa c'è?" chiese questi guardando il più anziano dei due.
"Guardi qui" rispose quello chinandosi su un mucchietto, "ce n'è ovunque, non riusciamo a capire cosa sono."
Il capitano si piegò sulle ginocchia, ne raccolse uno e lo esaminò velocemente. "E io che ne so! Qui non si riconosce più niente. Comunque metteteli nei sacchi, dobbiamo esaminare tutto." Poi si rivolse a un poliziotto in divisa: "Di Leo, chiamami l'ingegnere."
Fu chiamato l'ingegnere dei Vigili del Fuoco e venne mostrato anche a lui uno di quei piccoli oggetti. I quattro formarono un conciliabolo del quale pochi si accorsero in quella confusione. I reperti misteriosi passavano da una mano all'altra, mentre i poliziotti ne portavano altri simili nelle dimensioni e dalla forma variabile. Sembravano dei grossi chiodi attaccati l'uno all'altro, ma potevano essere qualsiasi cosa, anche fili elettrici o parti dell'impianto sonoro. A guardarli con attenzione, però, non potevano essere scambiati con dei chiodi, poiché non avevano né la punta, né la capocchia e poi erano molto regolari e alcuni erano curvi. Per esempio ce n'era uno a forma di 'C', mentre un altro sembrava proprio una 'N'. Con un'espressione sperimentale sul volto, l'ingegnere palpò e soppesò uno di quei cosi, quindi provò a spezzarlo e vi riuscì facilmente. Con l'aiuto di una torcia osservò la superficie del taglio e ammise:
"Non credo di saper riconoscere questo materiale: è leggerissimo, quindi potrebbe essere una lega, ma mi pare troppo fragile."
Arrivò un agente che in mano aveva un insieme di quegli oggetti, saldamente uniti fra loro a formare indiscutibilmente uno 'STATO LIB' e disse quasi scusandosi:
"Capitano, più scaviamo e più ne troviamo."
"E i corpi?" chiese il superiore.
"Finora nessuno."
I quattro si guardarono stupiti, ma sempre più convinti. Si voltarono e osservarono il pavimento attorno ai loro piedi: anche lì c'erano lettere simili a quelle e il loro numero aumentava avvicinandosi al punto dell'esplosione. In pochi minuti raccolsero l'intero alfabeto.
Il capitano della Polizia corse subito alla macchina, prese il telefono e compose il numero della segreteria del Ministro degli Interni, mentre l'ingegnere raggiunse i suoi uomini calpestando macerie.
Intanto, nonostante fosse stata rimossa la maggior parte dei detriti, i corpi dei politici non erano stati ancora rinvenuti e non si era udito neanche un debole lamento.
Circolavano già le prime stime del numero di vittime; si parlava di otto morti e cinquantuno feriti di cui due gravissimi. E c'erano anche numerosi dispersi: tutti i politici. Esattamente dopo un'ora e cinquantacinque minuti di scavo tutti i detriti erano stati spostati e si era portata alla luce una buca profonda circa un metro. La quantità di esplosivo doveva essere stata notevole.
Il paese era sconvolto.
Non fu trovato il corpo di nessuno degli uomini che erano sul palco al momento dell'esplosione. Invece, mescolati a pezzetti di legno, parti di apparecchiature elettriche e brandelli di manifesti, gli infermieri raccolsero una infinità di lettere dell'alfabeto italiano che, del resto, a causa dell'esplosione, erano sparse in tutta la piazza. C'erano pure alcune parole ancora illese. Le frasi incolumi erano pochissime. I discorsi interi, neanche uno.
LA MONGOLFIERA
1800 metri.
"Devo darti una brutta notizia."
"Cosa c'è?"
"Abbiamo uno strappo nella tela."
"Cosa?!"
"Lassù."
Riparandosi gli occhi dal fortissimo sole, Dino guardò dentro l'apertura del fornello e vide nella tela bianca, quasi sulla cima del pallone, un taglio verticale che sembrava essere lungo circa un metro.
"E ora?"
"Ora buttiamo giù i sacchi uno alla volta."
Gianni aveva già fatto una decina di voli dopo il brevetto, mentre Dino non era mai uscito senza istruttore. Erano partiti tre ore prima dal campo di volo aerostatico e si erano diretti a ovest, dotati, secondo l'inserzione, di un "vero affare, pallone omologato in ottime condizioni."
In un'ora avevano percorso tutto il tratto di pianura verde che li separava dalle colline che preparavano la montagna. Salendo in quota alle sette, avevano subito sentito l'aria appuntita del mattino, poi il sole si era fatto più forte e bianco e il vento sempre più blu. L'aria era divenuta più secca e le poche e piccole nuvole si erano disposte ordinatamente seguendo in qualità di testimoni i due amici nel loro giovane viaggio.
Con un perfetto coordinamento di azioni, slacciarono rapidamente le fibbie dei sacchi e gettarono metà della zavorra, poi Dino tornò a guardare lo strappo, mentre Gianni rilevava l'altitudine.
"Scendiamo ancora. Dobbiamo mollare tutti gli altri sacchi", disse ancora chino sullo strumento.
Senza dire altro ripeterono l'operazione: furono sganciati due sacchi per volta, ognuno dalla parte opposta della culla.
In pochi secondi volavano a peso variabile zero.
Fu di nuovo Gianni a guardare lo strumento. Erano a 1771 metri e lui comunicò:
"Nonostante tutto scendiamo."
In realtà non correvano grossi rischi, perché la perdita di quota era contenuta: stavano scendendo lentamente e la mongolfiera rimaneva perfettamente governabile; se non fosse successo nient'altro avrebbero toccato il suolo ad una velocità ridottissima, atterrando come una piuma su un materasso di piume. Il fatto più spiacevole sarebbe stato l'interruzione del viaggio.
"Forse possiamo aumentare il gas e andare avanti" propose Dino.
"No," rispose il suo amico, "non possiamo, la maggiore pressione potrebbe allargare lo strappo. Dobbiamo cercare di rientrare e se non abbiamo abbastanza quota dovremo scegliere il posto adatto e atterrare subito."
Dino guardò in basso. Dall'alto il mondo sembrava piccolo e sicuro. Il paesaggio sottostante era costituito da colline di scarso rilievo rivestite da campi di forma rettangolare o quadrata, per lo più coltivati a granoturco. In quella stagione passavano dal verde di agosto al giallo di settembre, ma c'erano anche i colori marroni dei terreni incolti. A delimitare alcuni appezzamenti, file di alberi, specie gelsi a fusto basso. Soltanto una strada grigia in lontananza; piccola e curva, era rispettosa delle forme di vita circostanti. Visto dall'alto, il tutto sembrava una allegra coperta di lana fatta a mano con gli scampoli.
Gianni abitava in città, ma anche Dino era andato una infinità di volte in ascensore. Ciò che avvertirono in quel momento fu esattamente uguale alla sensazione che si prova quando un vecchio ascensore parte diretto verso un piano più basso: per qualche istante manca il terreno sotto i piedi. Solo che ora ci fu anche un violento scossone laterale.
Guardarono in alto: sulla tela gli orli del taglio erano vistosamente scossi dal vento. Un calcolo certo era difficile, ma lo strappo sembrava essersi allargato almeno di due metri. Adesso sì che perdevano quota; sentivano la brezza provenire dal basso e tutta la mongolfiera scendeva muovendosi disordinatamente a destra e a sinistra, avanti e indietro come un pendolo dissidente.
Appena avvertirono le scosse i due si afferrarono ai bordi della navicella per non essere sbalzati fuori. Istintivamente si piegarono sulle ginocchia per rimanere più bassi possibile rispetto alla balaustra. Dino rimase immobile così, aggrappato alle maniglie e con gli occhi fissi verso lo strappo. Ritenne di avere il diritto di essere preoccupato.
Gianni era più calmo e freddo. Si chinò ancora sull'altimetro, tenendosene a distanza per evitare di urtare la testa.
"Non spaventarti, Dino. Non stiamo precipitando..."
"Ah no? Comunque se stamattina fossimo andati a giocare a tennis ne sarei più sicuro!" argomentò l'altro mentre il vento gli sollevava i capelli come nei cartoni animati.
L'altitudine era 1582 metri. Gianni guardò il suo orologio da polso. Dopo dieci secondi era a 1557. Ragionò velocemente e poi informò l'amico:
"Perdiamo circa centocinquanta metri al minuto. Considerando l'altezza delle colline... se la perdita di quota rimane costante... in meno di sei minuti toccheremo il suolo."
"E ti sembra una bella notizia?" chiese Dino, ma aveva già capito.
"Sì," e fece ancora qualche divisione "... ad una velocità di circa nove chilometri all'ora, praticamente sarà come fare una brusca frenata in auto."
Dino ormai aveva gli occhi fissi sullo strappo, mentre Gianni teneva i comandi del pallone.
"Cerchiamo di dirigerci verso quel terreno pianeggiante" disse Gianni indicando un rettangolo verde fra i campi di mais. Era un pezzo di terra coltivato a soia, pianta dal fusto basso e tenero. Al contrario, il granturco circostante aveva un tronco alto almeno due metri e pericolosamente rigido.
"Sì, ma attento alla strada" lo avvertì Dino.
Governare era davvero difficile, ma il campo d'atterraggio prescelto era quasi a perpendicolo sotto di loro, quindi si trattava semplicemente di scendere diritti senza deviare la traiettoria.
Accadde ciò che non doveva. Un altro scossone, più violento del primo. La navicella subì una forte accelerazione verso il basso e, rispetto al pallone, si spostò bruscamente verso ovest. Gianni, che si trovava ai comandi al centro della navicella, si trovò sospeso sul pavimento per un tempo che riuscì ad essere quasi un secondo. Dino, che era appoggiato al parapetto, non ebbe il tempo di impugnarlo e, per un attimo, sotto di sé vide soltanto la crosta terrestre. Poi atterrò con l'addome sul corrimano restando con il busto nel vuoto e le gambe all'interno della culla. Gianni, che intanto era ruzzolato sul fondo, vide le gambe dell'amico che, agitandosi senza appiglio, si allontanavano e le afferrò con istintiva convinzione. Tirò con tutte le forze e riuscì a riportarlo completamente dentro.
Adesso stare fermi era davvero impegnativo. Qualcuno, in quel giorno di domenica, per sobbalzare e sentirsi in pericolo come loro, stava pagando dodicimila lire in un luna park. I due amici cercarono di rimettersi in piedi, ma le loro gambe instabili poggiavano su un piano instabile. Dino rimase a quattro zampe, Gianni non lo aveva mai visto così bianco in volto.
Il primo pensiero superfluo di Gianni fu controllare l'altimetro. Gli si avvicinò carponi urtandogli contro con lo zigomo destro, o forse fu l'altimetro a venirgli addosso. Segnava 1379 metri, ma guardandolo meglio era a 1344 e guardandolo meglio ancora era a 1303. Erano un'ottantina di metri in pochi secondi: perdevano circa 400 metri al minuto, il che non era neanche molto, ma il pallone ormai non li sosteneva più, perciò la velocità di caduta aumentava ogni secondo e per di più adesso governare era impossibile, anzi, inutile.
Cercarono di rimettersi in piedi e guardarono in alto. Per capire che era una mongolfiera bisognava saperlo. La tela sembrava un insieme di lenzuoli stesi a sole in un giorno di vento.
Tutto era zavorra adesso.
"Dino, abbiamo la bombola di riserva!" urlò Gianni.
La frase gli arrivò direttamente alla mente, senza passare per le orecchie, che non riuscivano a distrarsi dal rumore del vento. Scattò scompostamente in piedi e urtando dappertutto abbracciò la bombola e la staccò dagli agganci. Raggiunse la balaustra e la scaraventò fuori con violenza, senza neppure guardare di sotto. L'altro gli inviò un'occhiata di disapprovazione e indicò con la testa i campi sottostanti:
"E se sotto di noi c'è qualche contadino?" lo rimproverò.
"Sai Gianni," rispose Dino scuotendo la testa, "non credo che incontreremo mai più un contadino!"
1150 metri.
"Dov'è la strada?" chiese Gianni tornando alla guida.
"Proprio sotto di noi!"
"Dobbiamo cercare di allontanarci!" gridò. Tentò di governare sterzando prima a destra poi a sinistra, ma il pallone era ammutinato. "I comandi non servono a nulla!"
1091 metri sul livello del mare.
Gianni decise di provare ad aumentare il gas. Afferrandosi al telaio, svitò lentamente il rubinetto e la fiamma si alzò. Ma andò male: la non uniforme tensione della tela fece sì che questa si strappasse nel punto più debole. Un pezzo di tessuto volò via separandosi dal resto del pallone. Seguì un altro scossone e una ulteriore accelerazione verso il basso.
Una grossa berlina andava a pranzo in campagna.
"Mamma, guarda! c'è un paio di mutande che vola!" disse il piccolo dal sedile posteriore.
"Dormi. Fra poco saremo a casa dei nonni" rispose lei volumizzandosi i capelli allo specchio.
Gianni imprecò, ma non lo udì nessuno. Si allontanò dalle leve, raggiungendo il suo amico dalla parte opposta. Ciò fece sbilanciare le masse e inclinare pericolosamente la culla. Perdevano almeno seicento metri al minuto. Intanto gli oggetti che alla partenza erano stati stipati con rigore sul pavimento della culla ora si muovevano spensierati ed aggressivi, colpendo i due alle gambe.
998 metri.
Gianni vide agitarsi lo zaino con il pranzo.
"Non hai fame, vero?" chiese all'amico.
"Adesso no, magari più tardi", sorrise l'altro.
Anche i panini volarono verso i campi assieme a tutto ciò che non era ancorato alla struttura.
Poi Gianni indicò la bombola di elio che alimentava il fornello e disse:
"Non ci serve più neanche questa, se la gettiamo guadagneremo dieci secondi."
L'altro fece sì con la testa.
Allora Gianni si aggrappò saldamente al telaio che sosteneva il bruciatore e spense la fiamma. Scollegò il tubo di alimentazione e svitò i quattro attacchi mentre l'amico teneva ferma la bottiglia. Poi la afferrò per la maniglia e la portò sul bordo della navicella. Guardò in basso e la lanciò più lontano possibile. L'operazione fu più lunga del previsto. Durò comunque più di dieci secondi.
894 metri.
Guardarono in basso. Ogni cosa cambiava rapidamente aspetto, i punti diventavano alberi e le linee si trasformavano in solchi arati. A giudicare dalla forza dell'aria che proveniva dal basso, la velocità di caduta stava aumentando spaventosamente. In poco più di un minuto si sarebbero schiantati al suolo.
Non potevano fare nulla che potesse salvarli, questo era il problema primario. Quello secondario era che non conoscevano un modo per impiegare adeguatamente il tempo residuo. Dovevano pregare o pronunciare qualche frase di addio? Qualsiasi cosa avessero voluto dire o fare, il tempo disponibile sarebbe stato insufficiente. E più i secondi passavano, meno alternative c'erano. Conobbero il vero significato dell'espressione "non ho tempo".
Ora lo spostamento d'aria era fortissimo. Le cinghie, gli attacchi e le altre parti mobili in ferro si muovevano furiosamente sbattendo sul telaio e facevano un rumore di ferraglia impotente. Sull'altimetro le piccole cifre digitali rosse cambiavano rapidamente e raccontavano una storia senza lieto fine. Gianni osservava lo strumento: non serviva a nulla, ma teneva la mente occupata. Intanto Dino era girato di schiena e, aggrappato al parapetto, guardava in basso con espressione completamente assente. Quando Gianni alzò gli occhi dallo strumento provò a chiamarlo, ma l'altro non rispose. Allora gli si avvicinò e lo prese per una spalla. Nessuna reazione.
614 metri.
Gianni urlò: "Dino, abbiamo quaranta secondi."
Stavano piombando al suolo e lui pareva tranquillamente distratto. Poi, quando si sentì strattonato parlò piano e trascinando le parole: "Sì, sto solo pensando..." disse guardando sempre fuori.
"A cosa?"
Allora si girò verso Gianni: "Al perché stiamo precipitando."
"E' importante ormai?"
"Sì! Precipitiamo perché la mongolfiera non ci sostiene più. Ci rende pesanti e ci fa cadere."
"Dino, abbiamo 25 secondi."
"Ci resta solo una possibilità per salvarci: dobbiamo buttarci anche noi."
"Cosa?" Gianni pensò che il suo amico era già precipitato, ma Dino ora riprese a parlare velocemente e con gli occhi sicuri:
"Dobbiamo saltare anche noi, Gianni! Dobbiamo abbandonare la mongolfiera!"
"E cosa cambia? Soltanto moriremo un po' prima."
11 secondi.
"Ma non capisci, è la mongolfiera la nostra zavorra!" Prese l’amico per le braccia e ripeté: "Dobbiamo andare Gianni, coraggio."
Salirono a cavallo della balaustra e si tuffarono insieme.
UN DISTURBO NON COMUNE
"Aveva appuntamento?"
"Sì, alle diciotto."
"Con quale medico?"
"La dottoressa Vannini."
"Il suo nome, prego?"
"Bella Maria."
"Può accomodarsi. La saletta sulla destra. La chiameremo noi."
Locale ampio, pareti azzurre e arredamento decoroso, di quelli che non puoi dire né 'guarda che esagerazione' né 'starebbe bene anche nel mio salotto'. Ma i quadri appesi, troppi e troppo piccoli, che se ne guardi uno devi subirne contemporaneamente altri due. Poi, le solite riviste scandalistiche, inopportune dallo specialista perché avvisano che sopra certi mari lontani c'è gente ricca e famosa che passa il tempo sulle barche di altri ricchi e famosi, mentre qui fuori è inverno e tu stai aspettando il tuo turno per dire di te cose molto private e delicate ad una persona che non hai mai visto e che speri sia (come un'amica ti ha detto) capace. Intanto guardi una porta tinta frassino, maniglia ottone, della quale si può dire soltanto che "Vale la pena di spendere qualcosa in più quando si rifinisce uno studio, i pazienti hanno bisogno di un luogo accogliente, non troppo diverso dalla propria casa. Lei saprà senz'altro che la predisposizione a confidarsi con il professionista dipende molto dall'ambiente nel quale lo si accoglie. Fuori capitolato abbiamo rifiniture molto belle, ma sobrie sa? non cose troppo ricercate. Ne approfitti, è uno dei vantaggi di comprare sulla carta."
La porta si aprì e ne uscì una donna sui trent'anni, vestita con una eleganza equilibrata e opportunamente non lucida, che sembrava frutto del suo gusto personale e non dei consigli degli stilisti. Emise un sorriso semplice e senza destinatari, che significava "La visita mi ha soddisfatto. La specialista è competente, potete fidarvi." Camminando su tacchi adeguati all'orario, si allontanò dentro la città dimenticando gradatamente i problemi di salute, presa da luci, negozi e uomini che facevano finta di non guardarla.
"Bella Maria, prego."
Lo studio rientrava nella logica della saletta d'attesa. Recente e luminoso, sembrava arredato da una mente giovane ed in effetti la dottoressa non aveva più di trentacinque anni. Modi gentili e socievoli, quasi un'amica. Il camice era stirato perfettamente e della misura adatta, le maniche lasciavano scoperti i due polsini della camicia, che fuoriuscivano per la stessa lunghezza. Dava l'impressione di estrema cura, ma soprattutto emanava controllo e pulizia, o forse era solo la suggestione da divisa, che dona pari merito a tutti gli appartenenti alla categoria. Ce l'hanno anche gli analisti di laboratorio e lo si è visto pure nei centri elaborazione dati, c'è sempre più spesso dove ci sono scrivanie e computer. Presto lo vedremo indosso agli architetti e ai geometri. Per gli avvocati accetteremo anche un colore più scuro, purché sia uguale per tutti.
"Si accomodi e mi dica tutto dal principio."
"Beh, è successo sin dall'inizio. Già nei primi rapporti sessuali sospettai che qualcosa non andava come doveva, ma non sapevo neanche cosa significasse, sa, io ho cominciato presto, forse è stato un bene perché l'ho fatto senza immaginifiche attese, però non avevo sufficiente maturità per preoccuparmi. E allora la cosa è andata avanti per molto tempo prima che mi decidessi a parlarne con qualcuno."
"Quanti anni aveva?"
"Diciassette."
"Continui pure."
"Come le dicevo, sin dalle prime volte ho capito che c'era qualche problema."
La dottoressa, le mani sulla scrivania, ascoltava senza muovere una cellula.
"Beh a dirlo è molto semplice. Non riesco ad avere l'orgasmo."
L'altra rimase per qualche attimo silenziosa. Portò le mani sui braccioli della sedia e poi subito le incrociò poggiandovi sopra le labbra.
"Quanti anni ha?"
"Ventinove."
"Lavora?"
"Sì, in un negozio di confezioni."
"Fa sport?"
"Ora meno di un tempo, comunque non ho mai smesso di nuotare."
"Per il resto ritiene di avere uno stile di vita normale?"
"Credo proprio di sì."
"Vede, il disturbo è comune, ma in una persona con i suoi dati anagrafici è piuttosto raro", disse spostando dei fogli sul lato della scrivania.
"Spero di risolverlo, ultimamente mi sta dando non pochi problemi. Sa, ci si confronta... e si finisce col sentirsi in imbarazzo."
"Parliamo dei suoi rapporti sessuali. Prima che io cominci con le domande, c'è qualcosa che ritiene importante farmi sapere?"
"Credo che non ci sia nulla di strano nei miei rapporti, a parte l'orgasmo."
"Avvengono in modo normale?"
"Credo di sì. Non ho mai letto un libretto di istruzioni, ma credo che siano normalissimi."
"Può descrivermi un suo rapporto?"
"Dunque... trovo difficile descriverlo perché lo vivo in modo molto naturale. Non impiego molto tempo per eccitarmi, credo che questo sia il fatto più importante. Ed anche più strano, visto che una volta raggiunta l'eccitazione l'orgasmo dovrebbe arrivare, ma poi invece non arriva mai. Mi vergogno a dirlo, ma qualche volta ho dovuto anche fingere."
"Capisco, lei non deve assolutamente vergognarsi. E' normale che si cerchi di sembrare soddisfatti. Ne va anche della felicità dell'altra persona."
"Ci sono stati dei casi in cui le è sembrato vicino?"
"Cosa?"
"Qualche volta le è sembrato che stesse per avere l'orgasmo ma poi non è successo?"
"Temo proprio di no."
"Mai? Vede questo è un fatto importante per capire la causa del disturbo. So che è una domanda difficile, ma saprebbe dirmi approssimativamente quanto dura un suo rapporto?"
"Non si misura mai con i miei tempi, dura finché all'altra persona non basta, dipende solo da questo."
"E l'eccitazione dura per tutto il tempo?"
"Sì, per tutto il rapporto."
"E l'altra persona?"
"Beh, raggiunge sempre l'orgasmo con piena soddisfazione finché non ne può più. Per parte mia vorrei continuare per provare il piacere anch'io, ma come s'immagina non è sempre possibile... mi creda, non è facile sostenere una situazione simile."
Gli occhi della dottoressa si assentarono, lei abbassò le palpebre per metà e per un attimo sembrò che pensasse intensamente a qualcos'altro. Poi si passò una mano sul collo e si sistemò il colletto del camice. Sembrava un po' impacciata.
(Forse non è così brava come mi hanno detto.)
"Lei ha una relazione stabile?"
"No."
"Attribuisce questo fatto al suo problema?"
"Penso proprio di no. E' una scelta mia, e per adesso va bene così, mi piace la varietà, non ha controindicazioni. Forse mi capisce ..."
"Certo, perfettamente."
"Anche lei la pensa come me?"
"Approssimando diciamo di sì, ma torniamo a lei. Pensa che possa essere un problema legato allo stress?"
"Questo lo escludo, se c'è qualcosa di cui non soffro è lo stress. A parte i soliti pensieri ..."
"Pensa che possa dipendere dalla tensione, dovuta magari proprio al fatto che il suo piacere non riesce ad arrivare fino in fondo?"
"Questo non lo so. Non so se il problema è dovuto al fatto di sapere che c'è il problema, ma se anche fosse questa la causa, non mi spiego perché sia successo le prime volte. Sa, quando ho cominciato, non pensavo certo ad avere l'orgasmo, comunque prima e durante il rapporto non ho mai sofferto stress o tensione."
(E' lei il medico! Dovrei essere io a chiederle se la causa è lo stress. Non vedo l'ora di uscire da qui.)
"Ha fatto le analisi che la segretaria le ha indicato quando ha preso l'appuntamento?"
"Sì, le ho qui nella borsa."
Una busta bianca formato lettera passò nelle mani della dottoressa Vannini che, rinchiusa nella sua scienza, le esaminò attentamente.
"Non rilevo nulla di strano: sia le urine che il sangue sono a posto, ha solo le piastrine un po' basse."
"Sì, ho visto un piccolo segno vicino al valore delle piastrine. Può esserci una qualche... "
"No, non c'entra nulla. E poi sono di ben poco sotto la soglia minima."
"Può spogliarsi e stendersi sul lettino?"
La dottoressa arrivò per prima e vi stese sopra della carta da un rotolo fissato sulla testata.
"Ecco. Può stendersi."
Indossò un guanto in lattice alla mano destra e cominciò a toccare.
"Ora cerchi di rilassarsi... bene, così."
Esercitò in un punto ben determinato una calibrata pressione che durò pochi secondi, durante i quali la specialista, senza cambiare espressione, guardò con interesse la parte che stava analizzando. La toccava con dita competenti e non faceva mosse rapide né dolorose, più che un visita sembrava un massaggio.
"Le fa male se spingo verso l'alto?"
"No."
"E verso il basso?"
"Neanche."
"Ora contragga i muscoli della coscia destra e mi dica se le fa male."
"No, nemmeno ora."
"Ora facciamo lo stesso con la sinistra. Sente dolore?"
"No."
Sollevò la mano destra e la tenne per un momento in alto, come fanno i chirurghi quando attendono i ferri. Poi mise indice e medio su un altro punto, che sembrò cercare con attenzione. Nello stesso momento posò con delicatezza la mano sinistra sull'addome.
"Ora, io terrò qui la mia mano. Quando glielo dico, contragga per tre volte di seguito i muscoli addominali e poi mi dica se le fa male?"
"Cominciamo. Contragga, rilasci. Di nuovo, contragga, rilasci. Ancora una volta, contragga, rilasci. Male?"
"Non ho alcun dolore."
La dottoressa inspirò lentamente, tenendo sempre la sinistra sull'addome e l'altra sulla coscia, molto vicino all'inguine. Guardò ancora il pube, come lo scultore indeciso guarda la sua opera in divenire e infatti pareva sentirsene proprietaria."
(No, proprio non sa cosa fare.)
"Può rivestirsi."
Tornò a sedersi dietro la scrivania. "Non sembra esserci niente di anormale, almeno ad un primo esame. Tutte le proprietà valutabili al tatto sono in regola e le dimensioni sono addirittura maggiori della media" mise il pollice della mano sinistra sulla tempia e tenendo gli occhi chiusi si massaggiò la fronte con il medio. Sembrò nuovamente pensare a qualcos'altro. "Per capirci di più dovremo fare altri esami."
"Temo di capire. Mi infilerà una piccola sonda metallica che mi causerà bruciori per giorni."
"Non è esattamente così. Quello è un esame ancora ulteriore che dovremo fare solo se il prossimo non ci dice nulle di utile."
"E qual è il prossimo?"
"Vede, ciò che ci interessa è analizzare lo stato degli organi nella loro funzione."
"Cioè?"
"Dovremo osservare come si comportano durante un'eccitazione prolungata. L'ideale sarebbe farlo durante un normale rapporto sessuale, perché è la condizione più vicina alla realtà. Anzi, è esattamente la condizione da analizzare."
"E quando dovremo eseguire questo esame?"
"Prima possibile."
"Capisco. Allora... temo che ci dovremo accontentare di una eccitazione, come dire... autoprovocata: sarà difficile trovare una persona disposta a farlo in presenza di un medico."
"Non sarà necessario cercarla. Questa sera venga a cena a casa mia, signor Bella Maria."
IL CASSETTO DELLA SCRIVANIA
Alle ventuno e trenta prese a giocare con il filo della lampada da tavolo; con le sue eleganti scarpe di cuoio bordeaux, gli dava piccoli calci facendolo dondolare avanti e indietro.
La scrivania era di fronte a una grande vetrata al sedicesimo piano. Daniele Nigris, il socio meno importante dello studio tributario, nonostante la soffocante scadenza delle liquidazioni trimestrali, non riuscì più a lavorare, allora si mise a guardare la città di notte. Cominciò a osservare le luci alle finestre dei palazzi: si accendevano e si spegnavano ad intervalli irregolari e in sequenza apparentemente casuale. Invece, a guardarle bene, erano le spie luminose di una grande macchina programmata ed efficiente.
Per esempio, la luce della camera da letto del Signor Tullio Rosi, che potrebbe corrispondere alla quarta luce da sinistra al terzultimo piano del palazzo di fronte, questa notte deve spegnersi alle ventitré, quando lui si corica. Dovrà riaccendersi alle sette di domattina, quando si sveglia per andare in ufficio. Se tutto funziona, alle otto e trenta si accenderà la luce dell'ufficio del Rosi in qualche piano alto di un palazzo poco distante. Se ciò non accade, vuol dire che c'è stato qualche intoppo nella procedura, una influenza che ha costretto il Rosi a restare a letto, oppure un ingorgo stradale che lo ha fatto arrivare tardi in ufficio.
Un attento osservatore che volesse impiegare il suo tempo a guardare le finestre per giorni e giorni, saprebbe se una città funziona oppure no, accertando che le luci si accendano e si spengano alle ore dovute.
Daniele decise che quell'osservatore non sarebbe stato lui, perciò si dedicò ad altra attività. Prelevò la pipa dal posacenere, la svuotò senza cura e la impugnò dal fornello come fosse una pistola. Poggiò i gomiti sul piano di legno e dopo aver preso accuratamente la mira, sparò ad ogni finestra che si illuminava.
Il gioco consisteva nel colpirla appena si accendeva e prima che si spegnesse nuovamente. A quell'ora fu facile non sbagliarne una. Dopo alcuni minuti, soffiò sulla volata della canna della sua presunta arma e se la rimise in tasca con movimento veloce ed esperto. Abbozzò un sorriso soddisfatto pensando a se stesso con cappello e stivali impolverati.
Forse era meglio tornare a casa e continuare domani, se i suoi soci lo avessero visto lavorare in quel modo, non gli avrebbero affidato neanche le dichiarazioni IVA di un chiosco di gelati.
Con lo sguardo ancora perso al di là della vetrata, aprì, in basso a destra, il primo cassetto della scrivania. Vi infilò la mano destra in cerca del portafogli e delle chiavi dell'auto. Non li trovò. Continuò a cercare distrattamente, seguitando a guardare oltre il vetro. Non c'erano. Spinse il braccio in profondità, ma non riusciva a trovare niente, neppure il fondo del cassetto. Lentamente realizzò la cosa e si fermò. Arretrò con la sedia e guardò nel cassetto aperto. Dentro non c'era nulla, nemmeno il fondo di legno; era come una botola aperta su una cantina buia.
Dopo aver osservato con distacco quel quadrato nero per un po', la sua mente contabile gli suggerì alcune mosse che lui prontamente eseguì: chiuse il primo cassetto e aprì il secondo; era normalissimo: una calcolatrice, dei fogli intestati dello studio, alcuni oggetti di cancelleria. Li scostò e toccò il fondo del cassetto. Lo richiuse e aprì il terzo: scatole di dischetti per computer. Il controllo dei cassetti intermedi gli sembrò superfluo. Aprì l'ultimo: altra carta intestata. Va bene.
Gli venne l'idea. Riaprì il secondo cassetto, vi introdusse la mano e con ansia volse il palmo verso l'alto. Se il mondo non aveva dismesso le vecchie regole, con le dita avrebbe dovuto toccare dal basso il fondo del primo cassetto. Sì, il fondo c’era.
Suonò il telefono. Era Paola. "Chiudo tutto e arrivo", rispose lui. Chiuse il secondo cassetto e riaprì rispettosamente il primo per prendersi le sue cose. Niente da fare, era un buco nero senza fondo. Dopo un breve raffronto fra costi e benefici, ci mise la mano dentro e poi, piegandosi verso destra, tutto il braccio fino alla spalla. Iniziò a muoverlo in tutte le direzioni; era come giocare a "Tocca e indovina che oggetto è", solo che l'oggetto non c'era. Notò con preoccupazione che poteva spostare il braccio per una larghezza e una lunghezza che andavano oltre quelle delle dimensioni esterne del cassetto. Proprio come una botola. Cominciò ad avvertire anche qualcos'altro: una sensazione di freddo e di umido. Ritrasse il braccio, prese la lampada da tavolo (facendo cadere il fermacarte, ma non se ne accorse) e diresse il fascio luminoso verso il cassetto.
Il fondo c'era, ma pareva trovarsi due metri più in basso del normale. Rilevò l'insussistenza delle chiavi e del portafogli. Lasciò cadere dentro una penna, che rimbalzò un poco restando ben visibile.
(Non torno a casa se non vedo cosa c'era là sotto.)
A quell'ora era impossibile procurarsi una torcia elettrica. Cercò il proprio accendino. Poi andò nella studio di Marco, il socio più anziano e prese anche il suo. Tornò a sedersi alla propria sedia. Decise (chissà perché) che si sarebbe arrotolato i calzoni, ma prima di chinarsi indietreggiò con la sedia, non voleva tenere la testa vicina al cassetto aperto, senza guardarci dentro. Poi si rialzò, allungò il braccio e afferrò il tagliacarte d'ottone.
(Che stupidaggine Daniele, devi solo fare un giro nel cassetto della tua scrivania, a cosa ti serve il tagliacarte?)
Si infilò dentro, prima i piedi, poi le gambe, quindi il busto. Le spalle entrarono con difficoltà, finché con i piedi toccò il fondo. Effettivamente questo si trovava a circa due metri di profondità, tant'è che quando Daniele ci arrivò, aveva ancora le mani aggrappate al bordo della scrivania (chissà cosa avrebbe pensato la sua segretaria se avesse visto le mani del commercialista uscire dal cassetto della scrivania).
Sembrava di muoversi in un vicolo cieco di notte. La poca luce dell’accendino illuminò tre pareti. Le due che si fronteggiavano distavano circa tre metri l'una dall'altra. Daniele si avvicinò a una di esse e la toccò; sembrava di legno e pareva lo stesso che costituiva il cassetto e l'intera scrivania. Ci batté sopra con il pugno. La materia sembrava solida e spessa. Per un momento gli sembrò che non fosse stato il cassetto a diventare più grande, bensì lui a diventare più piccolo. La quarta parete non c'era: in quella direzione si apriva un vicolo di legno, il quale ad un certo punto curvava ad angolo retto verso sinistra, come la galleria in una strada di montagna. Iniziò a camminare. I piedi poggiavano sul pavimento solido che, contrariamente a quanto lui si aspettava, non rimbombò. Dopo la curva a sinistra il vicolo continuava diritto per un lungo tratto.
Procedeva guardando alternativamente per terra e davanti a sé. La luce era scarsa. Evitò accuratamente di farsi alcuna domanda su dove era e su cosa stava facendo. Ora la strada piegava a destra, poi seguiva un rettilineo, più lungo del precedente, intrapreso il quale, Daniele Nigris inciampò e cadde al suolo sbattendovi la fronte. Svenne.
Quando si riebbe, aveva gli occhi chiusi e avvertiva un equo mal di testa, localizzato in special modo nella parte anteriore della stessa. Si era addormentato con la fronte sulla tastiera del computer mentre lavorava e chissà da quanto tempo dormiva. Riaprì gli occhi ma non vide la luce della lampada da tavolo. Era buio, perciò con le mani cercò l'interruttore (doveva averlo premuto per sbaglio mentre dormiva), ma le sue dita non trovarono la lampada e neanche la tastiera del computer, bensì un superficie liscia e uniforme: esplorandola urtò un oggetto piccolo e leggero che finì lontano, era il suo accendino. Si accorse di non essere seduto ma disteso per terra: non aveva dormito e non aveva sognato, si trovava nel cassetto della sua scrivania.
Nei corridoi del sedicesimo piano la Signora Ruotolo aveva quasi terminato le sue fatiche, le restava da pulire solo lo studio dei commercialisti. Dal corpulento mazzo di chiavi della scala B isolò quella del suddetto studio ed entrò. Fece tutto e bene in poco tempo, come al solito. L'ultima stanza fu quella del Dottor Nigris.
Daniele si alzò massaggiandosi la fronte e fece luce con il secondo accendino. Guardò l'orologio: era lì da quasi otto ore. Dal silenzio del cunicolo, udì la camminata legnosa della donna. Era meglio che lei non lo vedesse uscire da una cassettiera e con un bernoccolo in fronte.
(Lo ammetto, ho sbagliato, adesso esco di qui a vado a casa.)
Cominciò a camminare nella direzione da cui era arrivato.
La Ruotolo aveva appena finito con l'aspirapolvere.
La fiamma dell'accendino si spegneva a causa del movimento. Provò a ripararla con una mano. Inutile, lo gettò via e rimase al buio. Riprese a camminare tastando le pareti con le mani.
Lei staccò la spina, ripose l'aspirapolvere sul carrello e chiuse le tende veneziane della vetrata. Il nuovo sole l'avrebbe fra poco illuminata.
Daniele ora sentiva distintamente i rumori provenienti dalla sua stanza. Capì che la donna delle pulizie stava per lasciare l'ufficio. A lui mancavano ancora parecchi metri per raggiungere l’uscita. Protese le braccia in avanti e cominciò a correre. All'ultima curva urtò contro la parete e si fece male al polso della mano sinistra. Gli ci volle qualche secondo per riprendere a camminare.
"Ma guarda questo, che disordinato! luci accese e cassetti aperti!", si arrabbiò la signora prima di andare via, spegnendo con riprovazione la lampada e chiudendo a chiave il cassetto della scrivania.
LA PORTA
I due si avvicinarono alla porta, ma restarono a circa due metri di distanza. Uno era piuttosto magro, l'altro aveva un po’ di pancia, ma la portava con leggerezza, quasi con orgoglio. Camminavano piano e fianco a fianco.
"Mario, apriamo la porta?"
"Certo, perché aspettare?"
"Già, perché aspettare, lo fai tu?"
"Veramente volevo lasciare a te questo onore."
"Ma io te lo cedo volentieri."
"Devo confessarti una cosa, Vittorio."
"Dimmi."
"Non so se è proprio il caso di aprirla."
"Perché?"
"E' solo... una sensazione, quella porta mi sembra..."
"Ti sembra... cosa?"
"Credo che oltre quella porta ci sia qualcosa di grosso."
"Vuoi dire qualcosa di brutto?"
"Né bello né brutto, direi piuttosto... rilevante."
"Stai cercando di spaventarmi?"
"No, ma che dici?
"Se continuiamo così non l'apriremo mai."
"Allora muoviamoci..."
Fecero qualche ulteriore passo avanti, ma nessuno dei due produsse atti concreti. Ispezionarono la porta, poi, con in volto un'espressione impermeabile, Vittorio tese la mano e la mise sulla maniglia.
"Tocca, Mario, senti come è fredda."
"Certo che è fredda, è di metallo!"
"Non ho mai visto una porta così grande... e come è scuro questo legno..."
"Senti Vittorio, cerca di non fare osservazioni troppo ovvie! Lo vedo bene da solo come è fatta."
"Non essere nervoso, ammetterai che ci troviamo in una situazione piuttosto insolita! Ehi, guarda, c'è anche la chiave!"
"E' vero... chissà perché si trova da questa parte."
"Probabilmente dall'altra parte non si chiudono mai."
Allora Mario, per la prima volta negli ultimi minuti, voltò il capo verso destra e guardò l'altro negli occhi. Disse piano:
"Cosa ci sarà al di là di questa porta, Vittorio?"
"Non so neppure immaginarlo, Mario, ma forse avevi ragione tu, è meglio se restiamo qui."
"Si, prima di andare dall'altra parte, forse è meglio se cerchiamo di capire dove siamo adesso."
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CRITICHE
Vincenzo Sarcinelli: Una goccia d'acqua nessuno la vede
Edizione O.L.F.A., Ferrara, 1999, pp. 60 L. 9.500
Una goccia d'acqua nessuno la vede è l'ouverture d'una serie di nove racconti, apripista del tutto casuale, riterrei. Racconti tutti validissimi, sul piano fantastico e sul piano estetico-descrittivo. In ognuno sono escogitate fantasiose situazioni trascendenti. O nei personaggi (L'ospite dell'abergo) e nell'emergenza della quotidianità, asfissiata da improbabili prevaricazioni da parte o del destino o di organizzazioni umane (La società del Gas, La Mongolfiera, Una domenica senza sole, Un disturbo non comune). Oppure in sorprendenti assurdità pirandelliane (Il cassetto della scrivania, Strage, La porta e l'eponimo della raccolta). Letture che lasciano sempre in tensione, a fiato sospeso. Il racconto non scade mai in scontati finali. Caratteristica dell'autore è proprio l'originalità del pensare il risvolto risolutivo della narrazione, momento determinante ai fini della valutazione della trama. Le conclusioni lasciano stupefatti, soprattutto con una bava di sorriso in bocca. Non è poca cosa in un'epoca dove tutto scorre nella serietà stressante d'un vivere tempi tutt'altro che ricreativi.
Il genere? Beh, c'è un po' di tutto. Dagli essenziali elementi della natura a Lucifero in persona; dal sesso debordante a fiabeschi luoghi incantati; da certi atti terroristici metaforizzati a taluni voli pindarici autodistruttivi o, se si vuole, a drammi all'insegna d'un'ironia totalmente comica tanto da concedere il sorriso laddove non sarebbe umanamente proprio il caso.
Nel particolare, è esaltata la mano aguzzina d'un progresso tentacolare. Società del gas e dei telefoni assorbi-tutto monopolizzano le istituzioni dominando rocambolescamente la società.
Non è tutto. Il cassetto della scrivanie e La porta assurgono a stimolo di morbose curiosità che nel finale rimangono impallinate da loro medesime.
È inconsueto un narrare tanto pervadente, incisivo e ficcante. Sarcinelli non è certamente un autore che annoia il lettore, no!
Emilio Diedo
("Punto di Vista" N. 23 Gennaio/Marzo 2000, pp.30-31,)
Vincenzo Sarcinelli
Una goccia d'acqua nessuno la vede
Edizione O.L.F.A., Ferrara, 1999, pp. 60, L. 9.500
Narrativa. Sono nove racconti dove lo scrittore mette in luce una fantasia ragguerdevole (e la fantasia oggidì è merce piuttosto rara): infatti tutte le singolari storie hanno il potere di avvincere il lettore, purché abbia inclinazione per il fantastico e il non convenzionale. A ciò si aggiunga lo stile, nitido e conseguente. Pagine spesso surreali, a volte ironiche. Tra i racconti migliori La società del Gas e Strage, ma anche nelle nemmeno due pagine di La porta l'autore dimostra originalità e inventiva. Per scrivere racconti di questo tipo ci vogliono idee, e a Sarcinelli non mancano.
("Punto di Vista" N. 23 Gennaio/Marzo 2000, p. 51)
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