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Gordiano Lupi

IL GABBIANO SOLITARIO

Edizione O.L.F.A. 2000, Ferrara, pp. 32

 

1.

Il volo tranquillo del gabbiano solitario dipinse un panorama solito di vecchie sensazioni.

Le sue giovani ali muovevano antiche emozioni di vita. Erano i ricordi del branco, che covava sogni e certezze tra le rocce del mare, protese a guardare il futuro.

I suoi compagni avevano chiuso la giornata di caccia trovando riparo alla notte nel solito approdo.

Erano una bella colonia di gabbiani reali, per lo più bianchissimi e giovani, pronti a sfidare l’ignoto ed a vivere emozioni infinite. Il loro covo era sulle scogliere del promontorio, proprio dove il litorale si fa più aspro e frastagliato, costellato da enormi detriti appuntiti, gettati sulle spiagge e disposti alla rinfusa, come in un gioco praticato da giganti senza tempo.

In quel luogo, nascosto alla maggior parte degli uomini, o riscoperto solamente per una battuta di pesca o una gita domenicale fuori porta, la spiaggia renosa lasciava il posto agli anfratti inarrivabili su antiche scogliere ed il popolo degli uccelli marini vi aveva da tempo eletto la sua sede abituale.

Wally era un gabbiano triste perché non era capace di vivere la vita del branco. Nessuno glielo aveva mai insegnato e adesso forse credeva che fosse tardi per apprenderlo. La colonia lo sfuggiva come un diverso e nessuno mai si sarebbe sognato di avvicinarlo e di scambiare due grida festose con lui.

Il gabbiano solitario abitava una scogliera protesa sul mare, che nelle notti di libeccio veniva percossa dalle onde e dalla furia dei venti. Soffriva la mancanza di amici con i quali pescare sul far della sera, o fare incetta di avanzi di cibo lasciati sulla spiaggia da bagnanti distratti. Non aveva una famiglia da quando il suo vecchio padre lo aveva abbandonato, per volare nell’etereo paradiso dei mari celesti.

Suo padre era un gabbiano potente, con un’apertura d’ali notevole, capace di volare sui mari per una giornata intera e di raggiungere le isole misteriose e lontane, che lui non aveva mai neppure sognato di poter toccare. Era un capo branco rispettato e gli aveva insegnato tutto quello che lui sapeva della vita. I primi battiti d’ali, le prede preferite, le zone migliori di pesca e le discariche abusive, dove recarsi a placare la fame nei giorni di magra.

Sua madre non se la ricordava più. Era caduta vittima di un tragico incidente quando lui era ancora piccolo e faceva fatica a tenersi in volo su ali malferme. Era la stagione delle cacce umane quando un essere eretto l’aveva uccisa per gioco.

Ricordava il suo corpo possente cadere a terra trafitto da ripetuti spari di un fucile lontano. Ricordava le risate degli uomini e il pianto del padre. Le grida di dolore e di vendetta del vecchio genitore echeggiarono a lungo sul promontorio.

Suo padre si fece più triste e cominciò a parlare poco con lui e ad evitare il branco. Si chiuse in un mutismo incomprensibile e spesso si abbandonava a liti furenti per piccoli pretesti con il resto del gruppo.

Il dolore aveva trasformato suo padre e Wally lo avvertiva, proprio nel periodo che avrebbe avuto bisogno di maggior comprensione. Era il tempo che il piccolo gabbiano cresceva e cambiava le penne grigiastre, prendendo quel bel colore bianco degli esemplari adulti. Mano a mano il becco induriva e si faceva possente, ma il suo cuore avrebbe avuto bisogno di un affetto che adesso non trovava.

Wally cominciò ad apprezzare sempre più il gusto della solitudine. Si rinchiudeva in se stesso e non parlava, cacciava le prede nel mare frastagliato dai caldi venti di scirocco e libeccio, si riparava nelle fredde giornate di grecale e tramontana, uscendo soltanto sul mezzogiorno, quando l’aria è più calda e si riesce a volare tranquilli.

I compagni non gli interessavano. Era un gabbiano solitario, intristito prima del tempo dalla durezza della vita che si era trovato ad affrontare.

Usciva di primo mattino e volava sino alle ore più calde, dietro ai soliti pescherecci, cibandosi di avanzi della pesca dell’uomo, tuffandosi nel mare e perdendo i suoi pensieri sulle rotte delle navi.

Ogni tanto si fermava sulla calma della piccola rada e galleggiava tranquillo, lavandosi con cura le penne bianchissime. Sulla sera si portava sulla sua spiaggia solitaria e camminava lentamente, con la solita andatura caracollante tipica dei gabbiani stanchi, attendendo il tramonto del sole.

La solitudine del povero gabbiano era una scelta di vita dettata da antichi ricordi e parole non dette.

Comprendeva solo se stesso ed i suoi bisogni corporali, afferrava soltanto i suoi sogni e le perdute parole del passato.

Il gruppo dei bianchi gabbiani reali lo guardava da lontano e lo vedeva come un pericolo per la propria ordinaria realtà. Chi si credeva di essere? Perché non viveva da gabbiano comune?

Wally sfuggiva il contatto dello stormo e passava i suoi giorni sempre uguali confinato nella sua solitudine.

L’aria fresca del mattino dipinse sul volto di Wally i soliti ricordi di vita lontani.

Soffiava un pungente vento di tramontana ed uscire sul mare non era cosa proponibile, almeno per il momento.

Wally si dette una ripulita veloce al piumaggio, scosse il capo e beccò qua e là per il suo corpo alcuni insetti che lo infastidivano.

Avrebbe rimandato al mezzogiorno la sua uscita in cerca di cibo, adesso stava meglio al riparo delle vecchie scogliere, con il muso rivolto alle isole lontane in perenne attesa di nuove emozioni.

La colonia, nella scogliera vicina, si svegliava nello stesso istante e riponeva le idee di caccia a momenti migliori.

Il capo del branco era un vecchio gabbiano di nome Rudy, che guidava con decisione il suo gruppo, difendendo la prole ed i giovani, curando la sua fida compagna con l’amore di un saggio animale guerriero.

Era stato allievo del padre di Wally, anche se non era mai riuscito a comprenderlo a fondo negli ultimi anni della sua vita, con quel mutismo assoluto e quel suo carattere spigoloso ed indecifrabile.

Con Wally non aveva neppure provato a tentare di impostare un dialogo. Il suo carattere solitario lo aveva scoraggiato. Un gabbiano normale non sarebbe mai vissuto fuori dalla logica del branco. Rudy aveva finito con l’ignorare quella strana presenza fatta di solitudine e mistero.

Wally voleva vivere da solo? Bene, che lo facesse, ma senza dare fastidi di sorta e soprattutto senza condizionare l’esistenza del gruppo, che aveva bisogno di comunicare e di vivere unito.

Rudy temeva che quell’atteggiamento non in sintonia con le tradizioni delle colonie di giovani gabbiani reali facesse scuola e creasse dei problemi esistenziali, difficilmente risolvibili.

La famiglia del vecchio gabbiano era composta in modo tradizionale, con una compagna che curava i piccoli nelle loro esigenze di base e due giovani rampolli che tentavano di improvvisare i primi voli sulle onde.

Rudy insegnava loro l’arte della pesca ed il modo di stare nel branco rispettando usi e consuetudini naturali.

La presenza di Wally lo infastidiva anche da lontano. Come poteva vivere così isolato? Perché aveva quell’alterigia innaturale e non provava ad avvicinare il gruppo? Quanti anni erano passati dalla morte di suo padre e quanto aveva dovuto soffrire per cercare di tollerare il suo atteggiamento!

Il resto del branco avrebbe voluto aggredirlo e ridurlo all’impotenza, magari sopprimerlo per mettere a tacere una voce dissidente, quello che tutti vedevano come un anelito di diversità.

Wally faceva la sua vita in silenzio, non disturbava nessuno, ma non condivideva le abitudini del gruppo.

Rudy aveva placato le ire dei giovani gabbiani.

Era ancora affezionato al ricordo del vecchio genitore ed avrebbe protetto quel figlio solitario, che si era volontariamente allontanato dal resto del gruppo.

Lo avrebbe difeso da tutto e da tutti, ma capirlo no, quello proprio non era in grado di farlo.

 

3.

Le bianchissime ali di Wally tracciavano cerchi concentrici nell’infinita volta celeste. Il gabbiano volava con perizia e consumata esperienza, antico retaggio di insegnamenti lontani. Il garofano delle rupi, cosparso sulle scogliere dell’antico promontorio, colorava di rosso il percorso della sua vita. Il litorale flagellato dai venti era il suo palcoscenico ed era bello vederlo volteggiare a lungo mentre spirava il ponente dalle isole lontane e le tamerici salmastre soffrivano la forza delle intemperie.

Quel giorno i suoi pensieri tracciavano una rotta inconsueta nella spirale dei ricordi.

Un insolito desiderio di fuga gli comparve davanti. Avrebbe voluto vedere nuovi mondi, percorrere altre strade, con la compagnia consueta della sua solitudine.

Le isole lontane, sulle quali affacciava il suo volo di primo mattino, erano da sempre un sogno coltivato ed un fiore non colto.

Sarebbe partito prima possibile, con le sue agili ali di giovane gabbiano, avrebbe solcato quel mare troppo spesso infido e maligno, troppe volte tartassato dalla furia dei venti. Sarebbe volato via da quelle rocce che conosceva troppo bene e che adesso non avevano più niente da dire ai suoi occhi tristi di animale solitario.

Salutò mentalmente le scogliere, che da tempo componevano la sua casa ed il rifugio alle intemperie ed al freddo della notte, poi con il becco colse un garofano delle rupi, lasciandolo cadere tra le onde del mare. Era il saluto alla sua terra ed al solito vecchio mondo che voleva lasciare.

Suo padre non avrebbe approvato. Aveva sofferto tanto per crearsi uno spazio tutto suo in quella piccola comunità, anche dopo la morte della sua compagna, pur con tutti i suoi sbalzi di umore, pur con il suo carattere modificato dal dolore, non sarebbe mai stato capace di scappare lontano. Wally era diverso da suo padre e voleva scoprire nuovi orizzonti, al di là del suo temperamento solitario, voleva conoscere da vicino le rocce delle isole lontane, che ricordava soltanto dai racconti dei suoi vecchi sul far della sera.

Il suo viaggio non sarebbe stato una fiaba, ma un modo nuovo, forse l’unico, di cambiare prospettiva nei confronti della vita. Doveva fuggire dalla consuetudine e dal suo ruolo prefissato: non era più il momento di costringere i suoi occhi a guardare il suo solito volto riflesso nello specchio della sera. Wally sentiva che volare lontano era la sola cosa che ancora sarebbe stato capace di fare e che gli avrebbe dato un motivo nuovo e valido per sentirsi vivo ed in sintonia con il resto del mondo.

Il viaggio lo avrebbe condotto a fuggire dalle solite cose, dai vecchi ricordi, da antichi rancori.

Il viaggio sarebbe stato un modo per avere nostalgia e per ricordare con dolcezza un tramonto lontano, lasciato a sfiorire su di una terrazza lontana affacciata sul mare.

Wally sentiva che doveva farlo: avrebbe smesso così di rappresentare per gli altri un esempio da non seguire e si sarebbe lasciato trasportare come una cosa volata nel cielo azzurro di mille incantesimi lontani.

Avrebbe preparato l’occorrente e quanto prima sarebbe stato in condizione di salutare i suoi vecchi lidi per un volo infinito, oltre i confini della notte.

4.

Un’ ultima ricognizione rapida per ammirare il panorama consueto doveva proprio farla, prima di spiccare il volo verso le sponde dell’infinito, dove non avrebbe mai avuto punti prefissati dai quali scoprire il gioco delle correnti o la furia dei venti.

Il paesaggio noto sarebbe presto diventato un territorio vergine, da scoprire palmo a palmo in un’avventura continua.

Wally salì nel punto più alto del promontorio, là dove spesso trovava la non voluta compagnia del gheppio o del falco di palude, che si spingevano oltre i loro usuali confini di pianura in cerca di prede.

Non erano i suoi incontri preferiti, anche perché lui non amava molto il dialogo con gli altri, né con i suoi simili, né con le altre specie che popolavano quel territorio.

Era volato sin lassù per guardare dal punto più estremo tutta quella stupenda distesa di terra e mare, che declinava sino a valle davanti ai suoi occhi.

Le palme nane abbarbicate alle rocce si protendevano dai loro rifugi inarrivabili come in un breve saluto, la costa rocciosa in lento degrado verso il mare, protesa come sempre ai venti salmastrosi ed alle torride calure estive, scopriva le siepi di cineraria e corbezzolo, ma anche i fiori rossi del lentisco ed i bianchi cisti marini.

L’erica era il lievissimo arbusto dei suoi domini e si stendeva per lunghi tratti nei pressi delle scogliere, con la compagnia di allori ed aceri, ma anche di ginepri e tormentati pini marittimi dalle curve sofferenti.

Un volo terminale sino alle prime case di quel promontorio sul mare lo spinse ad assaporare il gusto delle povere tamerici marine, che racchiudono in loro stesse millenni di sapore di mare. Infine volteggiò sulle scogliere, che da sempre erano state il giardino incantato del garofano delle rupi. Il piccolo fiore risplendeva in quella primavera, colorando di rosso tutto il promontorio, in una cascata verdeggiante che arrivava sino alle prime onde del mare.

Tutto questo Wally lo avrebbe perduto.

Non avrebbe più visto il volo delle rondini nei primi giorni d’aprile davanti al suo nido abituale, non avrebbe atteso le garzette dalla palude o l’airone cinerino mentre solcava l’infinito. Non avrebbe più udito il canto d’amore delle folaghe dagli stagni acquitrinosi del fondo valle, ma neppure avrebbe potuto scrutare i brevissimi voli delle marzaiole o dell’imprendibile cavaliere.

La sua ordinaria realtà si faceva da parte e lui sarebbe partito alla scoperta del mondo. Era giovane ed aveva una voglia di avventura dentro le sue penne, che non poteva essere confinata in un territorio angusto, popolato da troppi ricordi.

Non aveva mai avuto amici e questo era un vantaggio.

Dietro le sue giovani ali lasciava solo pensieri e rimpianti d’un passato, ricordi del suo vecchio padre e parole non dette, il dolore per la madre caduta sul mare della sua fanciullezza, il disprezzo del branco che lo vedeva diverso.

Ma cosa potevano sapere di lui quegli stupidi pennuti, che volavano sulle coste rocciose del suo promontorio senza capire niente di quello che c’era da comprendere?

Suo padre gli aveva insegnato tutto. Non aveva certo bisogno di parlare con loro di quello che componeva la realtà circostante. Non si sarebbero compresi. Per i gabbiani del branco il panorama di cielo e mare, che si apriva di fronte ai loro occhi sino a toccare angoli riposti di antiche scogliere, era un qualcosa di ordinario e quotidiano che c’era sempre stato e sempre avrebbe dovuto esistere, al solo fine di permettere loro di poter cacciare e vivere.

Era una mentalità puramente utilitaristica, pensava Wally, che da sempre, grazie agli insegnamenti del vecchio padre, aveva visto quella terra come un insieme di rocce e mare silenziose, raccolte in un tentativo di perenne quiete nei silenzi della sera. E lui aveva sempre cercato di rispettare la volontà della natura. Le sue grida acute d’amore non avevano mai trovato un richiamo corrispondente e si erano pian piano acquietate, rinunciando a farsi sentire nella volta infinita. Le battaglie con i giovani rivali non lo interessavano, si limitava a vivere la sua solitudine imparando a conoscere ogni palmo della sua terra, che lo accoglieva ogni giorno di primo mattino su di un palcoscenico composto di antichissimi sogni lontani.

 

 

 

 

 

5.

Tutto era pronto per la partenza. Non doveva salutare nessuno, perché non aveva amici da ricordare. I suoi pensieri da tempo correvano solamente dietro a un passato che non poteva tornare.

Rudy spiava da lontano quel che stava succedendo nella scogliera del gabbiano solitario. Lo vedeva indaffarato, mentre sistemava le cose essenziali nella sua tana, comprendeva che stava accadendo qualcosa e temeva per lui, soprattutto in ricordo dell’affetto che nutriva per il vecchio genitore. Si sentiva responsabile della vita di Wally, anche se quest’ultimo non ne voleva assolutamente sapere e non riconosceva alcuna autorità al di fuori di se stesso.

Rudy decise di spiccare un rapido volo e di andare a vedere cosa stava succedendo nella scogliera del giovane gabbiano. Sembrava che volesse preparare una fuga e lasciare quei lidi consueti e la sua solita vita. Temeva per quello che poteva accadere.

"Cosa stai facendo?", disse Rudy al giovane gabbiano solitario, rivolgendogli la parola per la prima volta, dopo anni di silenzio e di incapacità totale nel comunicare.

Wally era un po’ infastidito dal dover rispondere al vecchio capo in merito alle sue intenzioni. Non era cosa che dovesse interessare al branco quello che lui voleva fare. Non aveva mai fatto parte della colonia e non aveva mai riconosciuto l’autorità di nessuno. Cosa voleva adesso da lui il vecchio Rudy? Solo suo padre avrebbe meritato una spiegazione, ma suo padre da tempo era volato nella parte più remota del cielo ed era un volo che non prevedeva ritorno.

"Voglio volare via da questo luogo e raggiungere l’orizzonte, le isole lontane, che da qui riesco solo ad intuire. Voglio fermarmi sui due scogli che sembrano giganti a guardia delle navi che solcano questo mare. Voglio scoprire qualcosa di me che in questo posto non riuscirei mai a fare!"

Aveva detto anche troppo per le sue abitudini.

Wally era abituato a fare i fatti ed a spiegarsi con le azioni, parlare lo riteneva tempo perduto e sottratto a cose molto più importanti.

Rudy scosse la testa ed aprì le ali sconcertato.

"Sei sicuro di potercela fare tutto da solo?"

"In vita mia ho sempre affrontato ogni cosa da solo".

"Nessuno ti ha mai costretto, Wally. Io ti ho sempre sorvegliato, anche da lontano, affinché niente di male potesse accaderti. Ma tu hai sempre voluto isolarti dal resto del gruppo".

"Non ho niente da imparare dal gruppo, che non abbia già appreso da mio padre. Non voglio diventare uguale a voi e perdere il gusto della scoperta e dell’infinito. Non voglio lasciarmi travolgere da una vita di consuetudini e di momenti eternamente uguali. Voglio continuare a sorprendermi della mia stessa capacità di vedere oltre l’apparenza."

"Sei giovane, Wally, ed è giusto che tu parli così. Da ragazzo, quando ancora mi reggevo malfermo sulle ali e le mie piume avevano un colorito grigiastro, anch’io spesso ho sofferto di queste sensazioni. Non sei il primo ad avere la voglia di scoprire cosa c’è oltre l’orizzonte. Non sei il solo che sogna una vita diversa dal consueto ripetersi di momenti uguali a momenti passati…"

"Ed allora è giusto farlo. Non posso costringermi a vivere secondo schemi prefissati dalla tradizione. Voglio volare libero e scoprire sino in fondo il sapore della solitudine. Voglio scavalcare montagne e vincere pericoli, basandomi solo sulla mia forza, per poi magari tornare alla mia solita vita, ma non prima di aver visto cosa succede oltre i miei occhi."

Rudy comprese che non avrebbe mai potuto convincere il giovane gabbiano a desistere dalla sua impresa. Quel ragazzo era sempre stato così strano, ma non era uno sciocco e solo adesso sentiva che sarebbe stato meglio riuscire ad avvicinarlo e parlare un po’ con lui, invece di permettere che si intristisse coltivando solo ricordi e sensazioni lontane.

Wally dette un’ultima occhiata alle sue scogliere, salutò il panorama consueto che da anni lo destava di primo mattino, guardò Rudy e lo vide preoccupato.

"Dovunque andrai, piccolo Wally, ricordati che qua c’è un vecchio gabbiano che ti vuole bene e attende il tuo ritorno. Abbi cura di te!"

Wally non aveva mai avuto una parola così dolce da nessuno, dopo la morte di suo padre. Il vecchio gabbiano temeva per la sua sorte e gli raccomandava prudenza nell’affrontare il viaggio. Il suo cuore ribelle provò un lieve palpito d’amore verso quello sguardo invecchiato da antico cacciatore di scogliera.

Tutto era pronto per il viaggio. Non restava che salutare il capo branco e promettere che ci sarebbe stato un ritorno, non sapeva come e quando, ma la sua terra lo avrebbe nuovamente accolto. Prima però c’era molto da fare e da scoprire.

Wally aprì le ali e si gettò dalla scogliera sino ad afferrare i primi raggi del sole nel cado mattino d’aprile.

 

6.

La prima tappa del viaggio di Wally lo vide toccare le sponde dei due isolotti lontani, al limite dell’orizzonte, che da sempre vedeva dalle sponde del suo promontorio come un rifugio inesplorabile ed una meta da conquistare.

I due scogli avevano sempre partorito favole nelle memorie dei nonni. Sembravano due giganteschi soldati in mezzo ad un canale tempestoso, che dovevano selezionare le navi in transito dirette sulla terra ferma.

Per altri erano le porte dell’arcipelago, un passaggio stretto e tortuoso, che andava affrontato, confidando nel tiepido vento di scirocco o nella bonaccia del maestrale.

Wally vedeva i due scogli come il compimento di un sogno. Quante volte dalla sua rupe aveva pensato di volare lontano e di spaziare nel punto più alto di quelle isole! Quante notti insonni aveva trascorso guardando il faro intermittente segnare un punto disperso nel mare infinito!

Il primo isolotto che si presentò alla sua vista aveva una forma triangolare piuttosto allungata ed era sede abituale di una popolatissima colonia di gabbiani.

Anche qui non poteva stare da solo, doveva sospettarlo, avrebbe dovuto fare i conti con gli altri e per di più con un branco che non conosceva.

Il capo della colonia si avvicinò a Wally.

"Hai perduto la rotta? Dove sono i tuoi compagni?"

"Non ho compagni. So bastare a me stesso ormai da lungo tempo ed il mio viaggio mi ha condotto proprio dove ero diretto", rispose Wally piuttosto contrariato e mal disposto come sempre nella conversazione.

"Come puoi volare da solo così lontano? Vieni dalla terraferma ed hai lasciato il branco?", insistette il vecchio gabbiano a metà tra l’incuriosito ed il diffidente.

"Non ho mai avuto un branco. Non sono nato per vivere nel branco. Le regole scritte dalle tradizioni non sono fatte per me. Voglio volare libero e conoscere tutto ciò che è possibile, ma voglio farlo da solo, confidando nelle mie poche forze".

Il vecchio gabbiano insulare non comprese molto di quello che andava dicendo il giovane. L’unica cosa che afferrò fu che si trovava di fronte ad un possibile pericolo per la pace e le abitudini del suo gruppo. Cosa voleva questo piccolo ribelle che veniva da lontano? Non avrebbe certo permesso che millenni di tradizioni e di solida vita di gruppo venissero messi in discussione da strani discorsi rivoluzionari.

"Mio giovane amico, credo proprio che tu qua non sia il benvenuto. La nostra vita è scandita da tempo da dei ritmi ben definiti. Noi sappiamo ancora distinguere il bene dal male ed il bianco dal nero. Non vogliamo avere dubbi o pensare a cose più grandi di noi. Soprattutto non vogliamo mettere in discussione ciò che è sempre stato e non può venire modificato dal corso degli eventi".

"Ma io non voglio assolutamente essere vostro ospite. – replicò Wally – Mi cercherò un rifugio per la notte e domani proseguirò il mio volo alla ricerca dell’ignoto. Stai pur certo che non disturberò la tua sonnolenta vita del branco".

Al vecchio capo bastava solo questo per stare tranquillo.

Non aveva certo bisogno di un giovane scapestrato che mettesse strane idee in testa ai suoi figli. L’importante era che non ci fosse contatto tra i due mondi ed entrambi sarebbero stati felici di vivere due vite così palesemente in contrasto tra loro.

Wally volò nel punto più alto della scogliera.

Da lì vedeva tutto il canale intorno, scorgeva il continente lontano e la sua casa riposta tra le rocce. Poco più avanti c’era l’isolotto più piccolo, a forma di piramide, con scogliere inaccessibili e sentieri di montagna tortuosi.

Alcune paranze navigavano placidamente nella quiete delle acque circostanti. Era il caso di procurarsi la cena con i resti della pesca di quelle barchette che costeggiavano la riva. Non aveva la forza per cacciare, aveva volato troppo per essere il primo giorno di viaggio.

Si lanciò nel mare e cominciò a seguire i pescatori nel loro breve tragitto. Qualche avanzo cominciò a cadere dalla poppa della barca. Per stasera poteva bastare, la fame era placata, non restava che trovare un riparo per la notte che si stava approssimando a lesti passi.

Il sole tramontava dietro le montagne lontane della grande isola, lo poteva scorgere distintamente dal suo rifugio improvvisato che si era ricavato in un anfratto della scogliera a precipizio sul mare.

Domani avrebbe raggiunto quella nuova terra misteriosa: restava ancora molta strada da fare e doveva essere ben riposato per continuare il cammino.

 

7.

Wally si svegliò di soprassalto.

Un gran frastuono di grida di gabbiani lo trasportò rapidamente sul palcoscenico della realtà.

Aveva sognato suo padre ed il suo sguardo buono, che aveva nei giorni felici della sua fanciullezza, quando ancora era in vita sua madre. Poi aveva visto per un attimo il volto di Rudy e le sue parole d’affetto erano tornate alla ribalta come una dolcissima cantilena protettiva.

Il risveglio era stato traumatico. Davanti a lui c’erano un centinaio di gabbiani inferociti che gridavano parole incomprensibili. Soprattutto ciò che lo sconcertava era il fatto di essere lui il destinatario di quelle parole di fuoco.

Cos’aveva mai fatto per essere considerato un pericolo?

Il vecchio gabbiano, che lo aveva accolto con diffidenza la sera prima, guidava il gruppo dei giovani guerrieri.

Uno dei bianchi volatili aggredì Wally emettendo un grido di ostilità nient’affatto simpatico. Il giovane gabbiano cercò di difendersi come meglio poteva, ma l’elemento sorpresa fu determinante e venne ripetutamente colpito da dolorosissimi beccotti.

Doveva fuggire via, se non voleva fare una brutta fine.

Era inutile parlare con quella gente. Il loro capo si era dimostrato di una chiusura totale nei suoi confronti. Lo temeva, aveva paura che la sua presenza portasse una ventata di novità sulla sua colonia e che il suo modo di pensare non conformista potesse fare adepti.

Wally si gettò dalla rupe, sfuggendo un altro assalto da parte di un giovane gabbiano. Fortunatamente non volevano ucciderlo, ma solo spaventarlo e convincerlo ad andarsene al più presto dalla loro isola per non farvi mai più ritorno.

Il vecchio capo branco quando lo vide scappare dette ordine di fermarsi ai suoi giovani rampolli.

Adesso sarebbero tornati alla loro solita vita priva di colpi di scena, questo era l’importante. L’elemento perturbativo era stato rimosso: occorreva solo dimenticare in fretta e tornare a volare con calma paziente dietro paranze e lampare.

Wally volteggiò impaurito sino allo scoglio vicino, poi si fermò sulla piccola rada dell’isolotto a leccarsi le ferite.

Galleggiò per qualche minuto sul mare, come per lavare vergogna e dolore di quell’improvvisa avventura. Sentiva male al petto, dove aveva ricevuto due morsi da quel gabbiano che lo aveva aggredito. Non era una ferita grave, si sarebbe presto rimarginata, ma era il dolore morale che sarebbe durato di più.

Cos’aveva fatto di male per meritarsi una simile accoglienza? Voleva semplicemente fare la sua vita, che era diversa dalle abitudini del gruppo, ma non aveva mai imposto niente a nessuno, né aveva tenuto atteggiamenti aggressivi. Come mai lo temevano e non lo volevano sulla loro terra?

Wally cominciava a capire che non sarebbe stato facile affrontare la solitudine di quella vita nomade, da una terra all’altra, da un tramonto ad un’alba, da un’isola alla terraferma. Occorreva non temere brutti incontri ed avere grande fiducia nella propria salute e nei propri mezzi, perché, anche se aveva il vantaggio di disporre totalmente della sua vita, era anche vero che non aveva nessuno su cui appoggiare i propri pensieri.

Era forse la prima volta che Wally si fermava a considerare i problemi della sua esistenza solitaria, che sino ad allora aveva sempre vissuto come una scelta obbligata dettata dalla sua diversità.

Adesso che era lontano dal suo mondo si accorgeva che la solitudine era ancora più pesante, perché non conosceva niente di quello che avrebbe potuto incontrare.

Tutto era una scoperta ed una sensazione assoluta di novità. Tutto era un panorama di ignoto e di pericolo, frammisto al piacere dell’incertezza e dell’avventura.

Avrebbe comunque continuato a correre il rischio dell’ignoto, perché la sua vita solitaria era una conquista alla quale non avrebbe mai rinunciato per confondersi nel vuoto senza storia delle eterne consuetudini.

 

8.

La grande isola.

Quante volte l’aveva vista nei risvegli solitari dalle cime più alte del promontorio! Quante volte aveva sognato di volare su quelle rocce, scendendo dalle pendici al mare, per le calette misteriose che frastagliavano le coste!

Adesso che vi si trovava sopra non la vedeva così diversa dalla sua terra. I soliti profumi di mare, oleandri e tamerici inebriavano i suoi sensi, il garofano delle rupi colorava di rosso gli aspri declivi che portavano al mare, paranze e lampare costeggiavano le piccole insenature, mentre grandi velieri si spingevano a largo assieme a panfili e motoscafi per vagare nel mare infinito.

Montagne altissime e fredde scendevano su piccoli porti ed ampie insenature si aprivano tra le braccia di altissimi pini e foreste di palme verdeggianti. Fichi d’india affastellati sulle rocce crescevano sui litorali assolati.

Anche qui c’erano molti suoi simili, che facevano la solita vita di sempre. Era bene non avvicinarli neppure, per evitare reazioni aggressive da parte di qualche componente del gruppo.

Wally volava tranquillo e superava colonie numerose di gabbiani reali, che cacciavano le loro prede nei piccoli golfi antistanti i loro covi. Spesso qualcuno si fermava a guardarlo meravigliato e provava a chiedergli qualcosa, ma non otteneva risposta.

Sarebbe stato difficile spiegare agli altri quello che stava facendo, soprattutto non avrebbero mai compreso il suo amore per la solitudine.

Wally non voleva più rischiare brutte sorprese ed aveva deciso di optare per il silenzio nel suo vagare per il mondo. Si sarebbe limitato ad osservare, avrebbe cercato di capire, si sarebbe fatto ricettacolo di antichi sapori e profumi di rocce perdute nel mare, ma non avrebbe mai più avvicinato i suoi simili, che per lui rappresentavano un pericolo addirittura superiore agli essere umani.

L’uomo gli ricordava la morte della madre, anche se era piccolo e non ancora capace di volare bene. Era un ricordo triste e da allora aveva compreso che non poteva mai fidarsi di quegli essere eretti, che non erano capaci di volare dalle rupi. Essi infatti uccidevano anche per gioco, o peggio per noia, per dimostrare a se stessi che erano capaci di fare un centro da una distanza difficile. Non ci si poteva fidare dell’uomo, che era un essere irrazionale ed imprevedibile, poteva uccidere per qualsiasi motivo e quasi mai era la fame o la necessità che lo spingeva a farlo. Il suo vecchio padre lo aveva ben addestrato su questo punto e lui stesso era stato la testimonianza vivente di quanto andava dicendo.

"Noi gabbiani siamo più tranquilli degli altri volatili, per la nostra carne coriacea, che non è buona al gusto umano, ma spesso il cacciatore annoiato, che non scova la preda, mira su di noi per provare la sua capacità all’amico che ha accanto…ed allora può accadere di tutto!". Pensava Wally e rammentava il corpo elegante della madre cadere in quello specchio d’acqua infinito, che si apriva davanti al suo volto di giovane gabbiano impaurito.

Si fermò vicino ad un peschereccio attraccato nella baia di un piccolo porto, per riposarsi e vedere se era possibile trovare qualcosa per fare colazione.

Wally si appollaiò sulla tettoia in ferro battuto, che faceva da riparo alle barche dei pescatori ormeggiate ai moli. Tutto intorno c’erano altri gabbiani bianchissimi e gatti randagi di porto, arruffati da battaglie d’amore e cibo, che portavano addosso i segni di una vita segnata da lotte continue per la sopravvivenza.

Il pesce veniva scaricato da quegli uomini e smistato in cassette per la vendita. Le frattaglie venivano lasciate a terra o gettate nel mare. I gabbiani si lanciavano lesti a prendere parte al banchetto, facendo a gara con i gatti per spartirsi i resti di quelle prede incustodite.

Wally comprese che in quel territorio per mangiare si doveva lottare. Non solo con i propri simili, ma anche con quei gatti così abituati alle zuffe, che portavano sul loro corpo tutti i segni distintivi di un passato fatto di combattimenti all’ultimo sangue.

Gli uomini, senza volerlo, aiutavano la spartizione dei miseri avanzi, gettando qualcosa in acqua favorivano la sola pesca dei gabbiani, mentre sui resti abbandonati sul porticciolo si accendeva la rissa consueta, nella quale i gatti, esperti lottatori d’amore, avevano facilmente la meglio.

Wally per il momento si limitava ad osservare dall’alto della sua postazione. L’appetito non era poi così grande e poteva attendere con pazienza lo svilupparsi degli eventi. Quando i vecchi gatti randagi ebbero ultimato di dividersi i resti del loro pasto, si limitò a calare in picchiata ed a trangugiare qua e là qualche pezzetto di pesce rimasto sul bagnasciuga, sotto gli occhi allibiti dei suoi simili, che lo vedevano per la prima volta.

"E tu da dove vieni?", gridò un giovane gabbiano, meravigliato dalla presenza del nuovo commensale.

"La mia terra è il continente di là dal mare, su quelle rocce che puoi vedere solo alzando la testa di primo mattino nelle terse giornate di maestrale".

"E sei venuto così lontano tutto da solo? Dov’è il tuo branco? Ti hanno allontanato per qualche colpa grave?"

"Non ho un branco. Basto solo a me stesso. Non ho mai avuto bisogno d’altro in vita mia".

"Non è possibile. Ogni gabbiano dabbene ha bisogno del suo branco. Come puoi sopravvivere senza l’aiuto del tuo gruppo?"

Era impossibile farsi capire. Da tempo Wally ci aveva rinunciato. Continuare a parlare poteva servire solo a farsi cacciare di nuovo come un criminale o un dissidente. Perciò pensò bene di tagliare corto, dopo essersi sfamato, e di volare via nel cielo infinito, tuffandosi di tanto in tanto in quelle acque limpide per un bagno ristoratore.

 

9.

Wally riprese a volare a pelo d’acqua, in quello specchio di mare che trasformava sensazioni e ricordi in dolcissimi momenti di antica poesia.

La grande isola lo accoglieva come una terra inesplorata, che confondeva emozioni perdute. Wally voleva scoprire ogni angolo remoto, che dal suo promontorio aveva a lungo sognato, abbandonandosi a fantasie solitarie.

Volava tranquillo nelle calette remote, che si aprivano davanti ai suoi occhi meravigliati, si gettava in picchiata a pescare le prede marine argentate, che la sua formidabile vista gli consentiva di scorgere da altezze incredibili. Risaliva rocce di antico calcare, che portavano sulla cima di montagne, da dove fermarsi a vedere il mare era uno spettacolo unico al mondo.

In quei momenti il giovane gabbiano era affascinato dalla sua solitudine e non avrebbe mai voluto condividere con nessuno le sensazioni che stava provando.

Una leggera brezza marina soffiava sul suo volto, proteso in un infinito panorama di cielo e mare e Wally si sentiva felice del suo viaggio alla scoperta della vita, per quelle terre ignote.

Mai come adesso comprendeva di aver fatto la scelta giusta. Cos’aveva da condividere con quel branco ignorante di giovani gabbiani? Sarebbe valsa la pena di perdere questo spettacolo?

Il viaggio colmava la sua solitudine ed i momenti di tristezza, quando calava la sera ed il ricordo del volto tranquillo del padre prendeva il sopravvento, si facevano sempre più rari.

Le nuove scoperte affascinavano il giovane gabbiano, che si lasciava tentare da ogni situazione nuova, cercando di scovare assonanze e diversità con la sua terra lontana in ogni luogo nuovo che andava scoprendo.

Wally raggiunse un arenile al tramonto del sole, in un golfo di pini marittimi e acacie fiorite, con siepi di tamerici che calavano sin quasi sul mare.

Era stanco e doveva trovare un riparo per la notte. Per il momento fece la sua solita passeggiata sulla spiaggia e raccolse qua e là qualche avanzo di cibo e piccoli animali marini sul bagnasciuga. Gli ultimi morsi dell’appetito erano placati.

D’un tratto si accorse di non essere l’unico inquilino di quella spiaggia deserta.

Proprio davanti a lui stava una giovane gabbianella, ancora malferma sulle ali, proprio nel momento in cui avrebbe mutato definitivamente il piumaggio dal grigio al bianco. Aveva già un becco giallo e solido e sembrava di poco più giovane di Wally.

In un primo momento il giovane gabbiano avrebbe voluto volare via lontano, per non ripetere vecchi errori e cadere in nuove incomprensioni, ma poi sentì, dal profondo del cuore una voce che gli diceva che poteva fidarsi. Addirittura gli parve che il tono fosse quello del vecchio padre e che nel sottofondo lo stesso Rudy approvasse.

"Da quale colonia vieni? – Gli domandò la gabbianella – Non ti ho mai visto da queste parti".

"Il mio nome è Wally e vivo libero. La mia terra è l’infinito e non ho gruppi o legami abbastanza solidi da poter tenere ferme le mie giovani ali. Tu, piuttosto, chi sei? Come mai sei tutta sola senza il tuo branco? Non è salutare per una giovane gabbianella".

"Il mio nome è Betty ed ho capito tutto di te. Sei un cavaliere errante, come mio padre. Sei di una razza che non è destinata a fare una buona fine."

Wally era stranamente interessato al dialogo con Betty e di questo era il primo a sorprendersi, perché i suoi simili solitamente lo infastidivano e non amava molto parlare.

"Raccontami la tua storia, mi interessa".

"La mia vita è una storia di tristezza e non so fino a qual punto può esserti d’aiuto. Sappi che anch’io vivevo con un avventuriero, che cavalcava l’infinito assieme a mia madre, senza uno stormo, felice solo delle nuove scoperte che il cielo gli dava giorno dopo giorno. Ma non è durata a lungo".

"E’ la storia dei tuoi genitori?"

"Mio padre e mia madre: gli unici amori di questa mia breve vita. Una perdita dalla quale non risolleverò mai più il mio povero corpo distrutto dal dolore".

"Posso comprenderti perché anch’io ho perduto mia madre da piccolo, uccisa dalla barbarie dell’uomo. Mio padre adesso è volato nell’alto dei cieli e sono solo al mondo. Vago per cercare la mia identità e spesso riesco a trovarla tra le rocce silenziose di questi arenili deserti, più di quanto riesca a farlo stando insieme agli altri".

Betty riprese il suo racconto con gli occhi che ancora facevano trasparire emozione e paura.

"Ricordo ancora quel giorno. Eravamo sui monti più alti delle due piccole isole. Mio padre volava tranquillo in cerca di cibo e mia madre lo seguiva cercando di correggere il mio volo incerto. All’improvviso due aquile gigantesche si gettarono sui nostri corpi inermi. La battaglia fu breve e terrificante. Mio padre lottò disperatamente, mia madre si frappose tra me e le aquile, ma non ci fu niente da fare. Soltanto io, non so se pensarla fortuna o disgrazia, riuscii a salvarmi, gettandomi nelle acque del mare. Al termine della lotta i due corpi dei miei unici affetti giacevano al suolo, come supremo monito ad una battaglia perduta."

Una lacrima cadde sul volto della giovane gabbianella. Il dolore era cosa recente ed ancora da assimilare. Wally comprese e non disse altro. Anche a lui tornavano a mente i silenzi del padre e la sua fanciullezza distrutta, fatta di pensieri e parole troppo grandi, mentre i ragazzi del branco pescavano felici non curandosi d’altro.

"Possiamo continuare il viaggio insieme, se credi".

L’offerta di Wally era veramente insolita per il suo carattere chiuso e riservato. Forse sentiva che con Betty poteva aprirsi, la vedeva vicina al suo mondo interiore.

Per la prima volta in vita sua avrebbe condiviso i suoi sentimenti con un essere diverso da sé.

Ne sarebbe stato capace?

 

10.

Oltre la grande isola per Wally esisteva l’infinito. Una distesa insormontabile di cielo e mare che nella sua mente non era neppure capace di materializzare.

Grande fu la sua meraviglia nel vedere in lontananza nuove terre inesplorate.

La prima cosa che balzò davanti ai suoi occhi, come un sogno fuori dalle nebbie di primo mattino, fu una grande scogliera popolata da capre selvatiche e sterpi di rosmarino. Il profumo intenso di quei fiori si spandeva per tutta la zona circostante.

Era un isolotto brullo, altissimo, a strapiombo sulle acque, dove la presenza dell’uomo era ridotta ad una piccola famiglia sulla baia ricca di palmizi e pini marittimi. Tutto il resto era sole e salmastro, golfi che si aprivano sul tramonto del sole.

Betty era stanca. Le sue ali ancora non le consentivano di volare a lungo. Si fermarono per riposare sulle rocce del piccolo porto. Vicino a loro una colonia di gabbiani si affannava per mettere insieme l’occorrente per il pranzo. Decisero di non avvicinarsi più di tanto e di attendere il momento propizio per pescare tranquilli.

Wally si sentiva stranamente felice quel giorno. Aveva come una luce che si accendeva dentro, illuminando la parte più segreta del suo cuore. Spesso si era fermato in passato a pensare alla felicità e nella sua vita solitaria aveva sempre terminato con l’affermare che questo stato d’animo era solo un’invenzione. Poteva esistere solo temporaneamente, ma la vita era sempre in agguato per distruggerlo dalle fondamenta. Wally era stato felice quando suo padre gli aveva insegnato a volare nel cielo di primo mattino, oppure quando aveva catturato la sua prima preda nel mare davanti alle scogliere del suo promontorio. Poi c’era stata tanta tristezza e dolore e Wally aveva perduto al forza di essere felice. La sua vita era diventata un palcoscenico di ordinaria solitudine, dove ogni giorno si rappresentava una commedia già vista. Il viaggio, come scoperta di qualcosa fuori da sé, ma anche come momento per cercare di dipanare il sentiero dei suoi sogni, era una ventata di novità su quell’arido territorio spazzato dai venti.

Il suo cuore aveva preso il volo per solcare l’infinito, per avere nostalgia della sua terra di fronte alla scoperta dell’ignoto.

Betty si sentiva tranquilla in compagnia di quel giovane gabbiano dalle ali forti e lo sguardo pensieroso. Pareva comprenderla, sembrava diverso da tutti i suoi simili che aveva incontrato sino a quel momento.

Wally era in grado di proteggerla, come in passato avevano fatto suo padre e sua madre, poteva essere lui a sostituire il vecchio genitore ed a prenderla per mano nell’infinita eternità del mare.

Ricordava i racconti del padre, le favole che le narrava alla fioca luce della sera, i racconti di giovani gabbiani che volano al tramonto sulle onde di un mare in burrasca e si beccano delicatamente il corpo per trasmettersi il loro eterno amore.

Wally intanto era tornato da un giro di ricognizione nella baia circostante ed aveva nel becco un pesce, che ancora dibatteva la coda in un ultimo breve anelito di vita. Lo depose accanto alla compagna per farla mangiare. Sapeva che era stanca e che non avrebbe avuto la forza di scendere in picchiata sulle acque, cercare la preda e risalire nella piccola baia tranquilla, riparo del loro cammino.

Il sole tramontava su quell’insolito panorama di terra e mare, mentre una lieve brezza di maestrale scolpiva i loro volti incantati di fronte alla scoperta della vita.

Barche lontane alla deriva, come ricordi di antichi pescatori, dipingevano in momenti senza tempo una distesa interminabile di colori soffusi e cangianti.

Wally era partito per un viaggio solitario ed aveva trovato l’antidoto alla sua voglia di solitudine.

Betty aveva recuperato un punto fermo della sua vita. Una solida parete rocciosa sulla quale appoggiare le speranze del prossimo futuro.

Abbandonati alla lieve sinfonia dei ricordi, di fronte ad un mare che da sempre accoglieva le loro vite, videro passare davanti ai loro occhi gli sguardi soddisfatti dei loro vecchi genitori.

Non li avrebbero delusi. O almeno avrebbero provato a farlo.

 

 

11.

Oltre il mare c’era una distesa di infinito fatta di terre emerse sconosciute. I due gabbiani volevano disperdere i loro sogni in un immenso desiderio di avventura. La loro solitudine si era colmata di sensazioni impreviste e le parole d’amore avevano aperto uno spiraglio su di una vita troppo spesso uguale alla sinfonia dei giorni passati.

Avevano ripreso a volare incontro al mattino, dopo una notte trascorsa al riparo delle scogliere della piccola isola, mentre si tenevano i corpi al riparo delle grandi ali.

Entrambi sentivano un calore nuovo nel cuore e la loro voglia di solitudine si stemperava in un connubio di sentimenti, che parevano eterne parole di speranza, da sempre rituale dolcissimo di una vita trascorsa pensando ad un amore lontano.

Il mare interminabile separava il loro volo deciso dalle terre che si aprivano nel nuovo orizzonte. Avevano lasciato alle spalle la piccola isola dal profumo intenso ed i suoi pochi abitanti, che non avevano neppure voluto avvicinare. Wally sapeva che nel viaggio non era bene fermare lo sguardo ad assaporare il ricordo di ciò che era passato. Glielo aveva insegnato suo padre. Si doveva alzare la testa, scrollarsi di dosso i pensieri, come si tolgono dalle penne gli schizzi del salmastro, e guardare avanti. Vivere il presente, come eterna conquista passo dopo passo, con gli occhi disposti a scrutare il futuro e ad accettarlo sempre con buona disposizione d’animo.

Suo padre era stato un grande gabbiano e forse aveva realmente imparato a comportarsi così. Lui ci provava soltanto e quasi mai ci riusciva. Il ricordo ed il rimpianto delle cose perdute erano spesso la costante della sua vita.

D’improvviso i pensieri di Wally vennero interrotti dall’apparire di un piccolo scoglio in mezzo a quel mare solcato dai venti.

L’abitante di quella remota terra era un nero cormorano, vecchio ed incurvato dagli anni. faceva da spartiacque tra i terreni della grande isola e la terraferma lontana, che si apriva oltre l’orizzonte.

"Abbiamo un nuovo solitario – disse Betty – il suo nido in mezzo al mare, lontano dalle coste e dalle parole degli uomini, nascosto ai voli dei gabbiani e delle rondini, è un rifugio alle strade ripide della vita".

"La solitudine si può vivere viaggiando fuori da noi stessi, per terre remote da scoprire, illudendosi a volte di scappare anche da quello che ci portiamo dentro e che regolarmente non può che riaffiorare ai primi soffi di vento. Ma si può vivere anche cercando dentro di noi, senza mai muovere le nostre ali dallo stesso orizzonte. Possiamo viaggiare all’infinito con la nostra fantasia, scoprire inesauribili mondi pur senza mai spostarsi di un palmo", rispose Wally. Parlava di se stesso, paragonava la sua nuova scelta di vita ai vecchi giorni, che aveva trascorso nella solare solitudine del suo promontorio.

"Esiste anche un altro modo di vivere la solitudine – interferì il cormorano che ascoltava attento i due compagni - e forse è quello che più frequentemente scegliamo senza accorgersene".

"Stavi ascoltando i nostri discorsi? Hai veramente un buon udito, nonostante gli anni", disse Wally meravigliato dalle parole di quel nero abitante dei mari.

"In questo rifugio lontano dal mondo ho affinato tutti i miei sensi ed ho imparato ad ascoltare ogni suono ed a distinguere rumori e voci sul far della sera. Il canto d’amore e le grida di guerra dei gabbiani, le voci del vento mutevoli, come carezze modificate dal peso degli anni, le voci stridule delle rondini quando giungono sulle braccia della primavera…. Tutto raccolgo e catalogo su questo scoglio. Niente deve andare perduto in questa mia vita che sta volgendo al termine. Ma la cosa che preferisco conservare sono i sentimenti di chi ha la sventura di volarmi accanto. Credo di essere diventato un buon conoscitore di animi, anche se la cosa non mi è mai servita a niente, se non ad ingannare le lunghissime ore solitarie sulla mia scogliera".

"Hai parlato di un terzo modo di vivere la solitudine…." Disse Betty ritornando su di un argomento che le stava molto a cuore.

"Credo che lo scoprirai presto, lo intuisco dal tuo sguardo apprensivo verso il compagno con cui stai facendo questo viaggio. E’ la solitudine di coloro che si costruiscono un fortino inespugnabile, composto da esseri fatti a loro immagine e somiglianza e continuano a vivere senza alcun contatto con tutto ciò che accade al di fuori della famiglia che hanno edificato".

"E’ poi così sbagliato?", intervenne Betty.

"Non sono qui per giudicare.– rispose il cormorano tagliando corto – Mi limito a classificare la realtà ed a catalogarla. Posso elencarti mille modi di condurre la vita, ma non chiedermi quale sia il migliore, perché non potrei dirtelo. Ognuno di noi ha un ruolo ben definito ed il mio consiste nel conoscere e nel raccogliere sentimenti e parole volate nel vento. Con voi sono stato fortunato, perché da molto tempo ormai non si soffermavano sul mio orizzonte due occhi innamorati. Il mio unico rammarico è quello di non riuscire a vivere i sentimenti che afferro nel vento della sera o nella luce del primo mattino".

"Vuoi dire che la tua vita scorre come un fiume in piena e non lascia traccia alcuna sulla strada del tuo cuore?", disse Betty interessata.

"Non so dirti se è sempre stato così. Non lo rammento. Da molti anni però mi limito ad osservare la vita negli occhi degli altri, registro tutto con pazienza ed analizzo. Ho una collezione di sentimenti veramente inesauribile".

Wally era sconcertato. La solitudine del vecchio cormorano proprio non era capace di comprenderla. La sua vita consisteva in un panorama di abitudini e pensieri, su letti disfatti di ricordi di esistenze lontane. Era troppo facile limitarsi a raccogliere e classificare senza prendere posizione e rischiare in prima persona. Era troppo semplice dire che non spettava a lui giudicare. Wally era un solitario che ancora non aveva smesso di sognare e per quanto possibile avrebbe continuato a farlo.

Volarono via veloci verso un nuovo orizzonte, felici come sempre di poter scommettere sul futuro, che si apriva davanti ai loro occhi come ad un panorama di milioni di possibili scelte da compiere.

Ancora una volta Wally si disse che, nonostante le parole del vecchio cormorano, sarebbe stato ancora fantastico rischiare giorno dopo giorno la propria avventura e continuare ad aver paura di sbagliare.

 

 

12.

In lontananza c’era la terraferma e di questo i due gabbiani si stupirono non poco. Erano partiti da un promontorio, che stendeva le sue larghe braccia sino a penetrare il mare infinito e che aveva alle spalle colline, montagne e terre interminabili, per giungere nuovamente di fronte ad una simile distesa di terra, che si apriva davanti ai loro occhi e non accennava a terminare.

Il viaggio li aveva condotti ad un nuovo punto di partenza. Oltre il mare e le grandi e piccole terre emerse c’era nuovamente la terraferma con spazi che si estendevano all’infinito.

Anche il mare aveva una fine, per quanto grande fosse e lontano dal mare per loro non poteva esserci vita.

Il viaggio era giunto a compimento e la scoperta più grande era stata che non c’era niente di veramente importante da scoprire, o almeno niente che non sarebbe stato possibile afferrare anche stando fermi al solito posto sul mare a scrutare l’orizzonte ed a guardarsi dentro, cercando di comprendere a fondo le proprie emozioni.

In definitiva era quello che aveva sempre fatto il padre di Wally ed ancora una volta il giovane gabbiano solitario doveva dare ragione a quello che era stato per lui l’unico maestro di vita.

"Torneremo ai nostri lidi, cara Betty, perché qua non abbiamo proprio niente da fare", disse Wally mentre guardava in lontananza un volo festoso di gabbiani nei pressi di una rada grigia ed annerita dai fumi di un’industria lontana. "Abbiamo valicato l’ignoto per arrivare a capire che solo quello che avevamo dentro non ci era ben chiaro, ma adesso è tempo di tornare ad affrontare la vita".

Il rapido dietro front dei due giovani gabbiani sul far della sera dipinse un tramonto nuovo fatto di speranza.

Avevano tutta la vita davanti per cercare di commettere il minor numero di errori possibile. Avrebbero edificato un futuro insieme partendo da due vecchie solitudini. La loro nuova vita sarebbe stata nel branco, a contatto con gli altri, inseriti nel loro mondo fatto di eterni momenti, spalancati come occhi stupefatti alla scoperta dell’ignoto.

Wally aveva compreso che era giunto il tempo delle scelte per la vita, quelle definitive, che attraversano tutta un’esistenza e costruiscono importanti momenti da ricordare.

Wally lo aveva capito da molte cose, attimo dopo attimo, dagli incontri fatti e dai pensieri che avevano cominciato a mutare corso come il gioco dei venti.

La cosa più importante però l’aveva cominciata a comprendere solamente alla fine del viaggio, mentre aveva iniziato con maggiore insistenza a fissare lo sguardo della sua compagna.

Alla luce della sera aveva scorto il loro futuro riflesso in quegli occhi innamorati, così come una nave, che si trova a varcare un infido canale, volge lo sguardo verso il faro lampeggiante ed attende di farsi indicare la strada maestra.

Wally aveva cominciato a pensare che non era più il momento per la solitudine. Bisognava avere il coraggio di osare sino in fondo, smettendo di fuggire davanti alla vita. Betty era da tempo che lo aveva compreso ed aveva abbracciato la sorte del suo giovane gabbiano avventuroso, seguendolo come uno scudiero segue il suo cavaliere errante, attendendo fiduciosa il giorno in cui si sarebbe accorto che quello che andava cercando per le strade del mondo in realtà lo aveva a portata di mano.

Wally si sarebbe fermato un momento a cercare di capire ciò che stava accadendo nelle tempeste del suo cuore, avrebbe pensato a suo padre ed al vecchio Rudy, avrebbe valutato tutti gli antichi ricordi della sua breve vita.

Infine si sarebbe lasciato vincere dall’amore, abbandonando lo strano vizio della solitudine, che lo teneva lontano dal reale pulsare della vita.

Wally e Betty volavano nel tramonto. Tra breve avrebbero fatto ritorno a casa, riscoprendo antichi lidi e dolcissimi momenti di abbandono. Le prime stelle della notte cominciavano a far intuire la loro presenza, mentre gli animali marini cercavano riparo per trascorrere tranquillamente il loro riposo. Wally cercava un rifugio per le loro stanche membra. Avrebbero ripreso il viaggio nella calma silenziosa della mattina, quando accarezzare i pensieri che volano nel vento rappresenta un rituale solito che cavalca emozioni senza tempo. Ricordare sarebbe stato facile, come sempre si riesce a coronare di sogni silenziosi il fresco risveglio tra le onde del mare.

Volare nel vento, tra le rocce, attorno ad isole prima ignote e adesso familiari, sarebbe stato l’ultimo istante da assaporare intensamente prima del rientro al porto di partenza.

Il vecchio capo branco avrebbe accolto i giovani rampolli che tornavano al nido. Wally non era mai stato così felice come allora ed il solo pensiero di rivedere Rudy sulle rocce dell’antico promontorio lo faceva fremere di gioia. Era un sentimento inspiegabile che accarezzava il suo cuore immerso in progetti per il futuro.

Volare e sognare erano un unico inscindibile momento, che si faceva eterno istante di sentimenti inespressi.

Gli occhi di suo padre nell’aria fresca del mattino comparvero improvvisamente per rischiarare il cammino e renderlo più facile e certo. Era un sorriso compiaciuto quello del vecchio genitore, che gettava un saluto nel vento, cullando da lontano il volo sicuro del giovane Wally. Suo figlio stava diventando grande, calcando antiche tracce e disseminando brevi parole per le antiche strade del solito vecchio mondo. Nient’altro di ciò che da sempre avrebbe avuto ragione di esistere sarebbe accaduto, ma era proprio questa la cosa più straordinaria.

Le rocce lontane delle terre emerse stemperavano le prime luci della notte. Wally e Betty avevano trovato un rifugio dove riposare le stanche ali dai voli diurni per quelle terre sconosciute. Tra breve sarebbe stato domani ed avrebbero avuto un sogno in comune da edificare per le strade della vita.

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