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Edoardo Corbetta

DISPERAZIONE

Edizione O.L.F.A. 1999, Ferrara, pp. 28

 

DISPERAZIONE

Dopo tanti giorni di pioggia, al di là della piccola e stretta valle, si intuiva una giornata calda, luminosa. Il cielo, o meglio, il tratto di esso visibile, si mostrava sereno. Poche nuvolette stazionavano a metà altezza della gola, timorose di salire, di andare a contaminare l’azzurro oltre le cime. Alcuni tentativi di formazione nebbiosa si concedevano fugaci apparizioni al limitare del bosco, subito vanificati dalle correnti d’aria provenienti da nord. In una delle misere dimore sparse sul pendio, un uomo apparentemente molto vecchio, stava alla finestra, adagiato su una poltrona sfondata.

L’assurda posizione delle case sempre in ombra era stata imposta da un’inondazione che molti decenni prima aveva obbligato gli allora abitanti del fondo valle ad emigrare più su, al sicuro da successive piene di quel ruscello improvvisamente diventato troppo adulto. La scelta obbligata divenne definitiva e le successive generazioni, per convinzione e per pigrizia, si avvinghiarono a quella terra poco ospitale, senza una precisa ragione. Nei tempi più recenti la popolazione giovanile aveva però preferito in gran parte andarsene e, come i tralci d’edera staccati dal tronco, attecchire altrove.

Il vecchio aveva l’aspetto di una larva: aveva visto morire la moglie e tre figli, uno dei quali il mese precedente. Un albero appena tagliato gli era rovinato addosso dopo aver toccato il suolo e subito un’imprevedibile deviazione. Non aveva nemmeno pianto, ormai asciutto in tutto il proprio corpo, spremuto da una lunga vita di tribolazioni.

"Ciao pà, vado ad aiutare Remo, vedrai che tra pochi giorni la strada sarà sistemata e potremo andare con il carro alla Pieve."

"Mi basta che mi lasciate alla ‘Curva dell’Orso’, a prendere il sole sulla solita roccia. Vi aspetterò per il ritorno…"

"… Con il solito tabacco. Lo so che ti manca tanto! È per questo che ci stiamo dando da fare! Ciao!"

Lo vide allontanarsi verso il piccolo cantiere senza poter respingere la tristezza che lo assaliva al pensiero che suo figlio, così giovane, volesse vivere in quel luogo ormai tanto odiato. Il ragazzo infatti aveva sempre espresso il desiderio di restare lì, fra quei boschi poveri, lontano da tutti e fra mille disagi.

La giovanile allegria fu accolta dagli operai con sollievo, si sentivano già meno stanchi, per l’insperata distrazione. Il ragazzo arrivò di corsa ad abbracciare il fratello che ammirava molto e che inconsapevolmente imitava in tutti i suoi gesti. Mentre mangiavano un boccone, Remo riprendeva il solito discorso.

"Che fai qui, in mezzo a noi vecchi? Va lontano, fatti una vita decente, qui non ci sono speranze per migliorare."

"Che dici? Tu vecchio? Sei forte come un toro, abile in tutto. Quanti anni hai, veramente? Scusami, ma lo sai che io con le date non vado d’accordo!"

"Eh! I quaranta son già suonati…"

"E allora? Papà ne aveva di più quando sono nato io. appena avrai un figlio…"

"Un figlio! Ormai non ci credo più. Piuttosto, non mi hai ancora risposto, perché non te ne vai? Io ci sto perché non posso abbandonare il babbo e perché mia moglie è testarda come me. Sembra una robinia radicata ad un terreno impervio e crudo."

"Non c’è risposta, ci sto e basta. Io dico che ti fa comodo trovare queste scuse, nemmeno tu ce la faresti ad andartene."

Alla donna si allargava il cuore vedendoli tornare gioiosi. Dalla vita non chiedeva altro, solo la gioia di amare il suo uomo, di accudire alla famiglia senza mostrare il peso della fatica, che a sera le faceva apprezzare il riposo, pronta a riprendere il suo posto il giorno dopo, con lo stesso entusiasmo. Quella vita pur pesante dovette subire un ulteriore peggioramento. Scoppiò la guerra, Remo dovette partire nel Corpo degli Alpini, ultimo baluardo contro il nemico.

Vennero giorni tristi, lei si misurava i pasti per non farne mancare al ragazzo in crescita ed al suocero che non si decideva di spegnersi, contro ogni logica.

"Voglio aspettare Remo, poi me ne vado" diceva a se stesso ad alta voce.

Remo faceva sapere di stare bene e si augurava di tornare presto. Il ragazzo provvedeva ormai al sostentamento della famiglia lavorando con volontà ed animo sereno. Si era presentato anche lui in caserma, voleva arruolarsi, per non sentirsi estraneo alle sorti della patria ma venne rifiutato perché la sua guerra la doveva combattere lì, ogni giorno, contro un nemico invisibile, dura e difficile. In quell’occasione conobbe una ragazza con la quale strinse subito una buona amicizia. Si trovavano bene insieme, liberi di sognare senza turbare che invece già disegnato gli stessi progetti, sempre rimasti tali.

"Goditi la tua gioventù, nessuno ti chiede tanti sacrifici, a noi basta poco per vivere, ce la posso fare da sola, mi fai sentire in colpa, non devi rinunciare ai giusti svaghi della tua età." diceva la cognata.

"Non ci penso neppure! C’è molto da fare, siamo rimasti in pochi, non è giusto, questo è il mio dovere."

La generosità l’avrebbe tradito qualche giorno dopo. La sera stava calando, accompagnata dalle nuvole basse, scaricate dalla pioggia, in fase di ritirata. Dopo aver pulito fuori, lei si apprestava a rientrare in casa. Con la coda dell’occhio scorse la figura di un uomo curvo su se stesso, infangato, con un aspetto terribile, sbucato dal vicino cespuglio. Lo riconobbe solo quando lui alzò lo sguardo disperato, pieno di sofferenza, prima di cadere bocconi per terra svenuto.

I compagni se ne erano andati tutti, la baracca degli attrezzi sembrava dovesse cascare da un momento all’altro. Si mise in mente di poterla rinforzare da solo, ma un colpo maldestro, guidato dalla stanchezza, ne provocò la caduta. Riuscì ad arrivare a casa dopo un interminabile percorso di sofferenze, sostenuto dalla forza della disperazione.

Venne approntato un pagliericcio in cucina, vicino alla stufa, ma lui continuava a tremare per la febbre, perdendo più volte conoscenza. Mentre si lamentava, tentava di portare la mano sul fianco sinistro. Il padre lo volle guardare: aveva una brutta ferita, ma sembrò non preoccuparsi molto.

"Gli basterà tempo e risposo, la ferita deve essere tenuta pulita, non ci vuole altro." disse prima di andare a letto. Nella notte, la vivacità del fuoco ed un primo recupero delle forze, incoraggiarono il ferito a scoprirsi per guardarsi il fianco. La cognata si avvicinò, avendo udito il cigolio della rete.

"Fermo! Faccio io! Non devi muoverti, guarda, hai tolto la benda!"

Cominciò con gesti sicuri la medicazione di quel corpo robusto, caldo e sconosciuto. Sì, sconosciuto, perché quello che lei aveva sotto gli occhi anni prima, quando lavorava o si lavava alla fonte, là fuori, non aveva nulla in comune con quello che stava curando. Le fiamme rosse, le ombre magiche, il contatto con quel giovane fisico, la turbarono visibilmente. I gesti persero la precedente spontaneità, trasmettendo anche lui lo stesso disagio. Le mani si incontrarono per un brevissimo istante, subito allontanate dal reciproco senso di colpa.

Dormirono male entrambi, lui per il male fisico, lei per il ricordo del marito lontano o forse morto, che le mancava tanto e per quella inquietudine traditrice che l’aveva assalita. Il mattino li aiutò, scacciando le notturne suggestioni con la sua luce innocente.

Seguì un lungo periodo di relativa calma, la guerra volgeva al termine, tutti aspettavano i soldati di ritorno, per riprendere la vita di prima, non facile, ma confortata da maggior fiducia. Le lettere di Remo e di altri commilitoni non arrivavano da tempo, la gente si consolava incolpando il trambusto provocato dal passaggio da una parte della barricata all’altra. Qualcuno, ferito, era stato dimesso, altri anticipavano l’arrivo con messaggi recapitati dai ‘si dice’. Nella casa di Remo invece cresceva l’angoscia per l’assoluta mancanza di sue notizie. Il vecchio si chiuse in un assoluto mutismo, aprendosi un po’ solo quando il figlio, nel frattempo sposato, lo andava a trovare in compagnia della moglie, con il pancione ormai prossimo alla maturazione.

Quella nuova vita in arrivo intristiva l’altra nuora ancor più, a causa del figlio perso per mancanza di prudenza, poco prima della partenza del marito. Lei non gli disse nulla, data la drammaticità del momento storico, confidava nel suo ritorno per coronare il loro grande desiderio: l’aborto era una prova che la gravidanza era possibile e, usando le dovute attenzioni, la prossima sarebbe arrivata a buon fine.

Il giovane boscaiolo aveva condotto la moglie nella casa paterna prima di recarsi al lavoro, non la voleva lasciare sola. La giornata prometteva bene, c’era sereno, la temperatura, mite. Le due donne alternavano intime riflessioni ai coinvolgimenti del nonno, rivitalizzato dal vicino lieto evento.

Improvvisamente il cielo si oscurò. Così distratte, le due cognate non si erano accorte dell’odore di pioggia che vagava nell’aria, prima che le nubi apparissero dietro la cima dei monti.

"Che tempo! Scappo subito a casa! Fra poco torna mio marito, avrà bisogno di ristoro. A domani!"

"Dovresti aspettare qui, non è prudente metterti per strada in questo momento."

"No, non è lontano, faccio presto, posso arrivare prima che cominci a piovere" gridò ormai lontana.

Si avviò a passo lesto, superò la prima curva, la seconda poi un lampo la bloccò. Si guardò intorno, calcolò la strada da percorrere, guardò la scorciatoia che il marito le aveva proibito di usare, dopo essere rimasta incinta. Avrebbe dimezzato il percorso: non esitò oltre. Pregustando il veloce rientro superò i primi scalini creati dalle radici affioranti con insospettata agilità, quando una fitta lo costrinse a fermarsi. Si appoggiò ad un albero, il dolore non le dava tregua, il pericolo di trovarsi nel maltempo si stava facendo reale. Si morse le labbra per darsi forza, fece qualche metro ma l’equilibrio le mancò. Si chinò, si mise in ginocchio con le mani a terra, proseguendo in quella curiosa posizione. Pur nella drammaticità del momento le venne da sorridere, ricordando i giochi infantili.

Non vide niente altro, tantomeno il marito che con le morte nel cuore, dopo averla cercata a casa, dalla cognata, sulla strada, l’aveva finalmente trovata, già priva del calore vitale.

Il vecchio non sopportò quell’ulteriore dispiacere, se ne andò senza aspettare Remo, che non sarebbe tornato mai più dal fronte ormai cancellato. Una mina abbandonata lo fermò beffardamente sulla strada del ritorno, assieme ad un gruppo di commilitoni, ubriachi di allegria, mentre percorrevano su un autocarro gli ultimi chilometri prima di arrivare al comando, in terreno ritenuto sicuro.

Molte case svuotarono, su quel pendio ombroso. Quelle due rimasero aperte entrambe, pur contando una sola presenza ognuna. La donna, vestita di nero, volle castigare il proprio aspetto che non voleva saperne di sfiorire, lui reagì in maniera sconsiderata alla triplice disgrazia. Si trascinava da una sedia all’altra, guardava fuori senza vedere nulla, cedeva al sonno soltanto quando la volontà non riusciva più a combattere. Trovava un po’ di sollievo nel lavoro, esagerando, rispetto alle forze di cui disponeva. Ritardava il più possibile il rientro a casa, da dove usciva ancor prima che facesse giorno. Poco a poco trasferì il proprio corpo sempre più spesso nella capanna degli attrezzi, rimanendovi troppo a lungo. Al mattino i compagni lo trovavano con gli occhi sbarrati rivolti verso l’entrata, come se da lì dovesse ricomparire lei, con l’adorato pancione. Si sentiva in colpa per aver sognato ad occhi aperti il figlio già grandicello che gli correva incontro, che conduceva al paese nei giorni di festa, che ammirava ogni sera, addormentato nel proprio letto. Gli sembrava aver peccato di presunzione, aver sfidato il destino, aver anticipato una gioia non ancora meritata, aver in qualche modo causato la duplice morte.

Cominciò a diradare le presenze sul lavoro, favorito dagli stessi colleghi che mascheravano bene la sua assenza. Le forze lo abbandonavano, ma lui non voleva ‘mangiare il pane senza averlo guadagnato’. Testa dura, da gente di montagna, determinata ed orgogliosa. Gli amici lo illudevano incaricandolo di mansioni adatte ad un vecchio.

Il capo-operaio si decise un giorno a far visita alla cognata per informarla della situazione, pregandola di trovare una soluzione, ‘prima che sia troppo tardi’. La donna è seduta vicino al camino, tenuto spento nonostante la bassa temperatura. Rammenda vecchi abiti maschili che ormai più nessuno indosserà. Di fuori, le nuvole basse impongono la loro fredda, triste presenza. L’ago di tanto in tanto cerca di scuoterla, ma è come se pungesse un oggetto inanimato. È definitivamente sola, le fanno compagnia solo una miriade di sentimenti sbiaditi dal tempo ma pur sempre forti. Alza gli occhi, sospira, come a cercare un aiuto, ma deve subire il ricordo ancora pungente di un episodio maturato da una decisione tormentata, sofferta ma poi imposta da una forza superiore. Si rivide lungo il sentiero che conduce alla capanna, soffre le incertezze di quei momenti, i ripetuti dietrofront ed i successivi ripensamenti. Ricorda il profondo scoramento provato attraversando i luoghi frequentati con Remo, entrambi ancora fiduciosi nel futuro, così luminoso, lungo, tanto lungo, oltre la vita e nella serenità trasmessa dalle illusioni.

Ma lei ora è sola, tanto debole da non riuscire a pensare, può solo subire la visione dei viveri abbandonati sulla panca ed il panico provato nel momento in cui se lo trovò inaspettatamente di fronte.

"Cosa vorresti dimostrare? Pensi forse di essere l’unico uomo al mondo al quale sia capitato un immenso dolore?"

Certamente più che le parole fu la violenza del copro alla porta che lo fece trasalire, mentre lei se ne andava.

Non ebbe però il coraggio di abbandonarlo. Il maltempo ostacolava il suo compito, lei depositava sulla panca delle porzioni più abbondanti che però ritrovava quasi intatti, per sopperire il minor numero dei viaggi.

Ancora non riesce a comprendere quale forza superiore l’abbia spinta a quel gesto che ancora la turba, per la battaglia interiore sofferta, incapace di reagire, sentendosi solo un semplice campo di battaglia di due opposte volontà.

Lo ricorda sdraiato sopra un rudimentale giaciglio, con il viso rivolto verso la parete mentre la pioggia cade con incredibile intensità. Sul tetto della capanna vi arriva rallentata, l’impatto con il bosco è morbido, molto diversi dalla violenza che batte le lastre dei tetti. Le sembra impossibile che lui, uomo forte, vivace, abbia potuto ridursi così. Non vuole accettare la realtà, si tormenta, si chiede come fare per scuoterlo, sbloccare il tedio infinito nel quale si è lasciato cadere. Le viene in mente una scossa elettrica che fa sobbalzare un corpo inanimato. Si copre gli occhi, vorrebbe pregare ma riesce solo a piangere.

"Ne verrà la pena? Non può esserci un’altra soluzione? Dio, come vorrei che ci fosse qui Remo, lui saprebbe cosa fare."

Lo chiede ai tronchi accatastati là fuori che deviano il corso dell’acqua proveniente dall’alto, impedendole di scaricarsi sulla capanna per poi proseguire altrove, dopo aver evitato l’ostacolo.

Le sembra una risposta, ovvero, una delle due forze interiori si impone. Si sdraia vicino a lui, lo sente molto freddo. Lo stupore sta per lasciare il posto alla paura. Ode il suo battito e trae un sospiro di sollievo. Gli massaggia le mani, gli si aderisce completamente: uno spiraglio di vita riemerge con il tentativo di scacciarla. Le basta poco per vincere la debole resistenza, fa tutto da sola.

Dopo, l’uomo non osa aprire gli occhi, apre la bocca per dire qualcosa ma lei gliela chiude con la mano.

"Non dire niente, non ti devi rimproverare nulla, sono stata io a volerlo, per te e per Remo. Ora ti devi alzare, sparire da qui, se non vuoi che vada in giro a dire quel che è successo. Nessuno può rinunciare alla propria vita, non ci appartiene, abbiamo il dovere di viverla, di dare il nostro piccolo contributo al grande DISEGNO a noi sconosciuto.

Tuo padre non ti perdonerebbe l’interruzione della sua stirpe, colpevolmente. È tuo compito provvedere, lontano da questo posto maledetto. Io non ho diritto di iniziare un’altra vita né quello di interrompere l’attuale."

L’uomo riprende la stessa precedente posizione, girato di schiena, apparentemente insensibile.

La donna, restando sulla soglia e rivolta verso il bosco, prosegue con voce decisa:

"Non ti voglio più vedere. Dopo che avrai superato il ponte mi basterà saperti vivo nel mondo e fare ciò che devi. Non ti ha insegnato nulla il tuo lavoro? La cura per le piante, la continuità della specie? Il tuo comportamento sta oscurando il grande sacrificio di Remo, non te lo posso permettere. È lui che deve essere ricordato: il migliore della vostra famiglia. È il suo coraggio che deve restare nella mente di chi ci ha conosciuto, non la tua esasperante nullità."

Non attende alcuna risposta, accosta la porta, si avvia verso casa incurante della pioggia, affrontata a testa alta, in preda ad indicibili conflittualità.

Poco dopo il sole illumina le cime dei monti tingendole di rosso. La luce sta lasciando il posto alle tenebre, qualche rumore segnala il rinnovarsi delle quotidiane abitudini familiari. La casa di Remo è buia e silenziosa. La canapa degli attrezzi, nel bosco, mostra la porta spalancata, testimone dell’inizio di un nuovo cammino.

 

IL MULINO SUL FIUME

Finalmente distesa! Il contatto con le lenzuola fresche ed asciutte del suo confortevole letto le trasmetteva sempre un po’ di emozione, nonostante fossero trascorsi tanti anni dalla prima volta. Non poteva fare a meno di confrontarlo, come al solito, con il pagliericcio di crine che aveva nella fatiscente catapecchia vicino al fiume. risentiva persino l’inconfondibile odore di umido presente in qualsiasi periodo dell’anno. Le era sembrato un miracolo, allora, quando il mugnaio capitò nella povera dimora a trovare suo padre, compagno di distrazione giovanili e di meno innocenti evasioni in età più avanzata. Ancor più sorprendente fu la decisione che i due amici presero: creare un’unica famiglia al mulino, diventato troppo grande per l’uomo rimasto solo e tanto salubre per loro due. Aveva infatti i locali d’abitazione aerati, ben più in alto del livello stradale, protetti dal notevole spessore delle mura. La polvere fluttuava leggera nell’aria, non precipitava pesante come quella che regnava nella casupola di legno. In quel momento si sentiva tranquilla, come se il fatto appena accaduto fosse successo ad altri, molto lontano da lì. Finalmente a letto!

Suo padre e l’amico giunsero al matrimonio piuttosto tardi. Dopo aver folleggiato sempre insieme, dovettero separarsi. Assorbiti dalle nuove abitudini, dagli impegni di lavoro e familiari, incontrarono molte difficoltà a ritrovarsi, complici alcuni chilometri che si erano interposti fra loro. Vennero colpiti entrambi da tragici fatti, causati dallo stesso fiume. Dopo i due drammatici eventi entrambi non avrebbero più voluto vivere, ma furono costretti a farlo: il mugnaio per dividere con la moglie il dolore che non sarebbe stata in grado di sopportare da sola, l’altro perché non poteva esimersi da un minimo di responsabilità che la condizione di padre gli imponeva. Gli iniziali buoni propositi di quest’ultimo vennero però presto disattesi. Dopo una prima dimostrazione di forza morale, si lasciò sopraffare dalla disperazione. Gli vennero a mancare le energie e abbandonò la bambina a se stessa, consolata solamente dalla generosità dei vicini.

In una bellissima giornata estiva, il bambino del mugnaio stava tornando a casa, dopo aver giocato con gli amici. Voleva dimostrare agli apprensivi genitori che era in grado di andare al paese e ritornare al mulino da solo. Si sentiva grande, dopo il primo anno di scuola, sensazione confermata in quel momento, arrivato ormai a pochi metri da casa, indenne e senza l’aiuto di nessuno. Il fossato che riceveva le acque del canale, quando venivano dirottate dalle chiuse per l’uso della grande ruota, era asciutto ed al bambino parve una scomoda scorciatoia per arrivare dietro la cucina, sorprendendo la madre sicuramente indaffarata dietro ai fornelli. Il rumore della corrente copriva i suoi passi leggeri. L’ignaro padre alzò la grande tavola di ferro per convogliare l’acqua del fiume nel fossato laterale: voleva far girare le macine, finire il lavoro prima del solito per portare il figlioletto alle giostre, arrivate il giorno prima. Aveva ancora il sorriso sulle labbra, quando vide l’inconfondibile corpicino dibattersi disperatamente. Lo raggiunse poco prima che l’affluente artificiale si ricongiungesse all’emissario. Le sue terribili urla giunsero alla moglie, nonostante il sinistro sferragliare della grande ruota e la turbolenza delle acque. Il senso di colpa che attanagliò i due poveri coniugi li inselvatichì immediatamente, arrivando a vietare la presenza di chiunque alla mesta cerimonia, dietro la bara bianca. Non parlarono mai della disgrazia e delle coincidenze che l’avevano provocata, né fra loro né con altri: non volevano alterare con le parole l’intimo dramma. Sembrava che lo volessero soffocare da soli, impedire ad ogni costo che si presentasse alle loro menti buttandosi anima e corpo nel lavoro, inventando controlli alle macchine, pulendo dove non serviva, andando su e giù per la scaletta di legno verso il magazzino, scrivendo, correggendo, distruggendo fogli già riempiti per rimetterci le stesse cose, insomma tutto quanto vietasse al pensiero di tornare là, fra quelle acque assassine. Lei non fermava più l’enorme ruota di ferro, sopportava il cigolio degli ingranaggi ed il brontolio incessante del corso d’acqua durante i lavori domestici. L’irritazione provocata in precedenza da quei rumori molesti veniva accolta come ulteriore mezzo di distrazione, qualcosa contro cui scagliare la propria rabbia. Nei momenti di muta, profonda solitudine invece, si imponevano un duro castigo. Si coricavano ad orari diversi, per evitare le lusinghe delle parole, subdole tentatrici tendenti ad inserire le consolazioni da loro assolutamente rifiutate. Al risveglio dovevano combattere fra il desiderio di continuare a restare soli e autopunirsi o affidarsi al giorno come unica possibilità di tregua parziale, sopportando estenuanti sforzi fisici. Più di una volta avevano pensato di raggiungere il figlio, tentazione ritenuta alfine una comoda fuga dal meritato castigo e quindi scacciata.

Facevano l’amore quasi inconsapevolmente, per rifornirsi di energie e sopportare la giusta punizione, fino alla successiva ricarica.

L’amico del mugnaio fu colpito dalla sfortuna in maniera altrettanto tragica. Abitava in un paese piuttosto lontano, sulla riva dello stesso fiume. La moglie prestava servizio presso il macellaio: curava le pulizie della casa e del negozio che si trovava in fondo all’unica via del piccolo centro. Lo scontroso proprietario godeva della compagnia della moglie insignificante e di un buon numero di voraci roditori, attirati da più di una favorevole condizione. Il corso d’acqua, in quel tratto ancora stretto ma profondo, faceva un’ampia curva, arrivando a toccare la parte estrema delle abitazioni, nei pressi della macelleria. Aveva piovuto molto, nei giorni precedenti. L’orto del bottegaio era stato sommerso dalle acque che, rientrando, avevano lasciato qualche pozzanghera ed alcuni corpi estranei. La siepe di sambuco che divideva l’orto dal fiume, impediva di vedere la buca creata dalla pioggia e dalla corrente. Quando la donna si avvicinò per mettere ordine, il terreno cedette improvvisamente. Cadendo, picchiò il capo sulla tavola che separava le colture, rimanendo un attimo stordita. Non voleva fare la figura dell’incapace verso i suoi datori di lavoro, non chiamò nessuno. Cercò di sistemarsi un po’, rivoltò la gonna ed immerse le mani in una pozzanghera, a lungo, per togliersi il fango La causa della morte, in apparenza inspiegabile, venne riconosciuta nella leptospirosi, così banalmente contratta. Il marito reagì in maniera sconsiderata, dopo un primo contegno ammirevole. Si rifugiò nel vino, dentro il quale pensava di affogare il dolore, del quale però divenne subito schiavo. Perdette il lavoro e la casa, mentre la figlia cresceva fra stenti e sofferenze. Le parenti l’avrebbero tenuta con loro, ma lei si oppose sempre, preferendo dividere con il padre al-meno le ore notturne, nella catapecchia a ridosso del fiume, un tempo usata come ripostiglio per i pescatori.

Il mugnaio, il giorno del funerale della moglie notò fra i parenti un volto vagamente noto. Se lo ritrovò davanti poco dopo: gli occhi gli ricordavano qualcuno, il resto no, coperto c’era da una folta barba incolta ed una capigliatura da selvaggio. Le mani sporche e screpolate uscirono da un cappotto rattoppato appartenuto ad un uomo molto più alto, per stringere le sue, mentre la voce esprimeva confuse parole di condoglianze. Il mugnaio fu quasi insensibile alle altre manifestazioni d’affetto dell’altra gente: quegli occhi umidi e spenti, quell’aspetto trasandato e pur così familiare, non gli uscivano dalla mente. Gli dissero alfine chi era, lo informarono su tutto quello che lui, isolato nel proprio primitivo dolore, non aveva mai saputo. Decise di andare a trovarlo. Seguì il percorso del fiume fino ad arrivare alla località indicata, entrò nella baracca cadente dentro la quale brillavano quattro occhi vivaci di disperazione, una piccola luce in tanto squallore. La ragazzina non poteva ricordagli suo figlio, anche se poteva avere la stessa età. L’uomo non ci pensò, il tempo si era fermato a quel terribile giorno per lui. L’immagine che gli restava dentro era quella delle vorticose acque da lui stesso comandate, troppo forti per un esserino tanto debole. I due amici, finalmente ritrovatisi, decisero di stabilirsi al mulino, tutti e tre, dove parve ritornare un poco di serenità. L’esuberanza, l’incoscienza, la vivacità giovanile impersonate dalla ragazza, la sua gran voglia di vivere, riuscirono a scuotere i due uomini ormai provati.

Passarono gli anni, la donna, rimasta sola, godeva della confortevole situazione, senza desiderare altro. Aveva imparato il lavoro dello ‘zio’, riuscendo presto ad ottenere il controllo assoluto dell’attività. Aveva sofferto troppo in gioventù per concedersi pericolose fantasticherie e rischiare nuove tristezze. Il mulino rappresentava tutto il suo mondo, non temeva nessuno entro quello spazio. La gente, al di là dei propri confini, la metteva a disagio, pertanto restava avvinghiata alle proprie solide mura come s temesse di vedersele sfuggire, se si fosse distratta. Aveva acquisito una buona capacità professionale affinando le astuzie che gli stessi contadini mettevano suo piano della contrattazione, per necessità. Non dava l’impressione di avere bisogno di protezione, come qualcuno pensava. Lei, donna, rimasta sola, viveva benissimo nel suo grande mulino sul fiume, lontano dal paese. Le sue sporadiche apparizioni in pubblico incuriosivano i residenti, che lei evitava accuratamente, ritornando appena possibile nel proprio rifugio.

Non era tanto bella, ma il lavoro la manteneva bene in salute. Finché si vestiva con i soliti abiti, a volte maschili dei suoi uomini scomparsi, passava inosservata, ma da quando fu costretta a partecipare ad una cerimonia per festeggiare una sedicente nipote, apparve a tutti in maniera diversa. La nuova immagine, imprevedibile cancellò la precedente, sopravvivendo anche quando poi si mostrava nei poveri, vecchi indumenti. La ‘cugina’ che l’aveva convinta a partecipare alle nozze della figlia, aveva artificiosamente accorciato le distanze della loro parentela, nella fondata speranza di ottenere ricchi regali per quella che doveva essere l’unica nipote. Quel giorno l’aspetto della mugnaia sorprese tutti. Niente trucchi, per carità, bastarono degli abiti appena decenti, prettamente femminili, un’acconciatura decorosa, un paio di scarpette con tacchi di altezza media per renderla quasi irriconoscibile. La temperatura della primavera inoltrata aveva favorito qualche esposizione inconsueta delle sue forme, assolutamente nella norma, ma imprevedibili in lei, nascoste dal quotidiano abbigliamento. La compagnia, le risate, il vino, le manifestazioni d’affetto della sposa e del fratello, giovane in età da servizio militare, le dischiusero un mondo nuovo ed apprezzabile. Le occhiate del giovanotto cominciarono a farsi più insistenti, passando dal riso solare ad una cupa espressione. Ne fu turbata. Il ragazzo si mostrava attentissimo a volgere in risate gli iniziali sguardi non del tutto innocenti e lei, dopo l’immediata metamorfosi, si tranquillizzava, incolpando la generale allegria per le sue libertà, che un po’ tutti si concedevano. Nessun altro però aveva l’insistenza del ‘nuovo parente’: si impose un atteggiamento più attento e meno vivace. Al brindisi, il giovane si avvicinò, baciò prima la sorella, poi la mugnaia quasi allo stesso modo. Lei sentì che le labbra si erano attardate più del dovuto sulle proprie guance. Appena gli fu possibile le sedette vicino, abbandonando l’espressione del romantico corteggiatore per assumere quelle dell’allegro fratello della sposa. Le sue battute ad alta voce, le risate aperte, le ‘amichevoli’ strette ai fianchi della ‘zia’, non potevano destare sospetti fra i presenti. Chissà come, sembrò che l’elastico delle sue calze si fosse allentato all’improvviso, perché lui si chinava spesso per sollevare i gambali deviando però le inconsuete manovre verso le gambe di lei, sempre più attraente. La donna si meravigliò di tanta audacia, si sentiva molto a disagio, non sapeva se reagire o ignorare: era la prima volta che subiva simili pesanti attenzioni. Rossa in viso, incolpando il caldo che gli altri non sentivano, tentò di congedarsi precipitosamente, adducendo improrogabili impegni. Purtroppo la sedicente prima cugina chiese al figlio di accompagnarla e lei non poteva avere motivo di rifiutare la cortesia. Il giovane fece fatica a star dietro a quel passo da bersagliera. Negli ultimi metri, troppo distratto dalle accese fantasie, si lasciò allontanare ancor di più, permettendole di riparare velocissima dietro al portone, che chiuse a chiave senza salutare. Si sentì finalmente a proprio agio, si sedette, riprese l’abituale respiro, alterato dalla precedente situazione. Aveva ormai superato la quarantina, ma l’episodio lo trovò impreparata come un’adolescente. Nei giorni successivi troppo spesso non riusciva a stare ferma, ricordando le carezze fino allora ignorate. Le richiamava alla memoria sicura di poterle scacciare appena avesse voluto, ma non era così. Il corso della fantasia suscitava quelle visioni, ma presto affiorarono spontaneamente, sempre più frequenti ed intense. Le immagini del giovane eccitato mentre le guardava la camicetta appena scollata, i suoi occhi arrossati, ebbero il potere di soffocare le residue dosi di buon senso. I clienti si meravigliavano di vederla distratta sul lavoro, cercando di approfittarne immediatamente.

Un bussare violento e prolungato la fece sobbalzare. Voleva ma esitava ad aprire il portone, temendo o forse sperando che al di là dello stesso ci fosse lui, l’oggetto delle sue ultime distrazioni mentali. Un successivo sbatacchiare le impose di avvicinarsi, il cuore le batteva in gola, aspettò un momento ancora, prima di dare l’ultimo giro di chiave.

"Ohé! Dormivi? Sei diventata sorda? Hii! Che eleganza! È un giorno di festa? Se vuoi torno un’altra volta, oppure faccio da solo, se ti fidi."

Dopo un attimo di smarrimento la donna si riprese, fu grata al simpatico vecchietto di averla riportata alla realtà, lo tranquillizzò sullo stato di salute del proprio udito, recuperò il consueto equilibro, si rimise gli abiti da lavoro temporaneamente lasciati per guardarsi allo specchio con lo stesso vestito di quel giorno e seguì il cliente verso il piano di carico.

Volle guardare gli uomini con una diversa attenzione, senza però provare particolari sensazioni. Non si sentiva invece tanto sicura quando il ‘nipote’ accompagnava i contadini al mulino e cercava di appartarsi con lei in mezzo ai sacchi di farina. Allora lei si allontanava, lamentando un’improvvisa emicrania che scompariva appena il carro con il pericoloso carico aveva superato la curva, dietro il filare dei pioppi. Le visite del ragazzo ad un tratto cessarono, suscitando in lei reazioni contrastanti.

Le stagioni si succedettero senza ulteriori problemi. Le abitudini rientrarono prepotentemente nei consueti ampi spazi. Ogni tanto pensava al curioso episodio che l’aveva scossa l’anno prima, rimasto isolato e senza aver lasciato alcun segno… forse.

L’inverno si stava avvicinando, più freddo e nebbioso del solito. Stava eseguendo le faccende domestiche, non aveva motivo di essere prudente di chiudere il portone a chiave. Se lo trovò dietro le spalle, favorito dalla nebbia e tradito dallo scricchiolio dell’ultimo gradino della scala di legno. Era molto cambiato, più sviluppato nel fisico, l’aspetto deciso di chi sa cosa vuole, due baffi in più e la stessa luce rossa negli occhi. Il servizio militare aveva cancellato le giovanili indecisioni, la vita spartana gli aveva trasmesso un carattere forte, nuove energie, del tutto superflue in quel momento.

Entrambi i due trassero giovamento da quel rapporto poco comune, più bella lei, più spavaldo lui. La maggior disinvoltura le procurava pesanti apprezzamenti da parte dei rozzi campagnoli che frequentavano il mulino. Lui ne rimase sorpreso, la civetteria della ‘zia’ sino a quel momento chissà dove custodita, veniva messa in mostra senza riserve, esasperandolo. Sospettava incontri amorosi nei numerosi angoli creati dalle cataste, la rimproverava per gli atteggiamenti spavaldi che teneva con i clienti, non tutti vecchi, la sottoponeva ad interrogatori assillanti ai quali lei sottostava con sottile piacere. Tutto quello che le coetanee avevano vissuto, distribuito negli anni, veniva da lei provato in dosi concentrate ed in tempi brevi. La tranquillità da esse raggiunta contrastava con la sua effervescenza, così come la carica nervosa presente negli anni giovanili, per loro ormai esaurita, le meravigliava e le disturbava. Le liti cominciarono ad alternarsi a momenti di tenerezza, con sempre maggior frequenza. Le discussioni aumentavano di intensità ma terminavano in immancabili riappacificazioni ugualmente tumultuose. Diedero la colpa di tutto ciò alle forzate assenze che il lavoro di camionista gli imponeva. Presero così la decisione di ufficializzare il loro legame, senza sorprendere nessuno. Sembrò una saggia decisione, ma il rapporto nato dalla sola attrazione fisica cominciò a scricchiolare poco dopo. Lui aveva lasciato l’autotreno per sostituirla al mulino, lasciandole molto tempo libero, troppo, per una donna che quando ne aveva poco non sapeva come riempirlo. Prima, si gettava fra le braccia del suo giovane compagno con una carica tanto più forte quanto più si sentiva affaticata, come se le energie rilasciate in quei momenti provenissero da un contenitore ben separato da quello che tratteneva le forze destinate alle fatiche quotidiane, poi, i minori impegni alterarono l’ormai consolidato equilibrio. Si stava adagiando, attratta da nuove comodità che soffocavano i precedenti slanci passionali. Il marito subì la stanchezza per il lavoro a lui poco geniale. Arrivava a sera sfinito. Nel letto cercava soprattutto la ricarica per le proprie energie fisiche, quelle che gli servivano durante il giorno.

Percorrendo strade diverse erano giunti entrambi alla stessa non del tutto imprevedibile apatia. Lei conobbe il della cura del proprio corpo, di truccarsi allo specchio, di trascorrere pomeriggi oziosi in città a guardare le vetrine ed ad ascoltare i pettegolezzi mentre era in attesa dal parrucchiere per signora.

Qualcosa cambiò: l’uomo sembrò più vitale, apprezzava i boccoli, le cotonature, le permanenti che, diceva, le donavano molto. Un’altra donna della sua età non più verde, più smaliziata, avrebbe cullato qualche sospetto circa la ritrovata vitalità del marito, della vivacità del suo sguardo a cui però faceva seguire poco altro.

"Ieri sera gli uomini hanno fatto le ore piccole!"

"Sì, spero che non abbiano fatto qualche altra spedizione, quei porconi! Quando si trovano, dopo tanto tempo, si scatenano, gli sembra di essere tornati ‘coscritti’ alla vigilia del militare!"

"Eh! Sempre a pensar male, lei!"

"Invece ha ragione! Non te lo ricordi più cosa hanno combinato quella volta?"

"Per forza, erano ubriachi!"

"E chi ti dice che anche ieri sera non lo fossero? Hai visto a che ora sono rientrati? Beata te, che il tuo non ti lascia mai!"

Quest’ultima frase diretta alla mugnaia attirò l’attenzione generale sull’imbarazzatissima ultima arrivata.

"Il tuo uomo, perché non si aggrega ai nostri?"

La prendevano alla larga, ma infine arrivavano sempre là.

"Fa un lavoro pesante, lui deve ancora fare ‘il callo’"

"Va là! È così giovane, dovrebbe essere abituato ormai."

"Si fa presto a dire, i sacchi sono pesanti, non sai mai come prenderli. Alla sera non ha più la voglia di uscire!"

"Mah! A me non sembra, dopo tutto lo facevi anche te!"

"Sì, ma io ci sono quasi nata là, la malizia mi è cresciuta dentro, non è solo questione di forza muscolare."

Qualche dubbio le era venuto, a pensarci bene, per le troppe sere ‘vuote’ del marito, al quale riferì il contenuto di quella conversazione. Voleva fornire altre giustificazioni a quelle pettegole. Naturalmente lui la rassicurò, ringraziandola per la comprensione. Consapevole di dover mostrare maggiori attenzioni, almeno a parole, le che gli sarebbe piaciuto molto prendersi qualche ora di libertà di giorno, perché era più facile vincere la stanchezza. Avrebbe voluto andare con lei in città. Lo disse prevedendo la risposta simpaticamente negativa: "I clienti non possono essere trascurati, si fa presto a perderli, e poi?" Contava anche sul fatto che non volesse più rinunciare ai pomeriggio esclusivamente suoi. Vide bene, infatti. Lei non prese sul serio la proposta, elencò i motivi che la rendevano inattuabile, ma lo ringraziò del pensiero affettuoso.

Un giorno trovò il negozio di acconciature femminili molto affollato, doveva esserci qualche festa, pensò. Si stava irritando. Le venne in mente che avrebbe potuto realizzare il desiderio del consorte. Sulla strada del ritorno, in aperta campagna, incrociò una ragazza in bicicletta che faceva il percorso inverso. Aveva un fiore nelle labbra ed un’espressione felice che lasciava intendere molto più della normale gioia di un momento, uno sguardo che lei non aveva mai avuto a quell’età. Già, ma in quel tempo aveva ben altre preoccupazioni per la testa, "ora le ragazze stanno bene, non soffrono al fame e la solitudine, il freddo e la vergogna per i vestiti stracci, vano in giro a cogliere fiori, a guardare il cielo stando sdraiate su un prato e possono fare un sacco di altre belle cose".

La grande ruota era ferma, il piazzale completamente libero. Temette fosse successo qualcosa di grave e si mise a correre. Entrò in casa spalancando il portone senza riuscire a trattenerlo, chiamò il marito, spaventata. Lui scese dalla scaletta che portava al locale degli ingranaggi, sorpreso.

"Che cosa ti è successo? Perché sei già di ritorno? Devi aver corso molto, che sei tutta affannata!"

"Sono io che vorrei sapere qualcosa: perché la ruota non gira, non c’è nessuno, il piazzale è vuoto in un periodo di pieno lavoro? Mi sono spaventata!"

"Non ti devi preoccupare, va tutto bene. Non mi sono fermato un attimo, c’era poca gente per via della festa alla Pieve. Ho finito presto e stavo facendo ordine lassù. È ancora presto, perché non andiamo in città insieme?"

Alla risposta affermativa lui tirò un sospiro di sollievo: non gli andava di restare solo con lei, dopo l’esaltante avventura appena conclusa. La serata si svolse felicemente, un po’ meno la conclusione.

"Che mal di testa! Si vede che non sono più abituato a far la bella vita. Ora mi prendo una calmina e mi addormento vicino al mio amore. Lo spirito protettivo e quasi materno di lei le impediva di coltivare sospetti, dopo aver scacciato quelli suggeriti dalle amiche. I due giovani amanti divennero più prudenti, anticipavano i loro incontri appena dopo l’uscita della mugnaia senza fermare la ruota, facendo lasciare i carri sul piazzale, con la promessa che avrebbe fatto tutto da solo, dopo aver sbrigato alcune faccende di carte urgenti. Scelta azzeccata, perché un giorno lei stava tornando, non trovando una busta da spedire. Vide il mulino in pieno lavoro. Cercò meglio sul fondo del capace borsone, trovò la lettera e proseguì l’iniziale programma.

Gli appuntamenti clandestini avvenivano nel minuscolo locale degli ingranaggi, polveroso e poco confortevole, per persone normali, prive degli obiettivi che invece loro perseguivano. La moglie non l’avrebbe mai cercato lì, nel caso fosse rincasata improvvisamente, avrebbe chiamato dalla cucina e la ragazza avrebbe potuto scappare attraverso il portoncino di scarico della farina.

Non ci voleva credere quando scoprì la tresca. Le tornava tutto chiaro, dopo pochi minuti di riflessione: la sconosciuta ciclista incontrata altre volte, l’incongruenza fra l’aspetto sano e le improvvise crisi di stanchezza del marito. Dopo tanto tempo, avrebbe dovuto essersi abituato a quel lavoro, ormai. Si rese conto di essere in condizioni di inferiorità: non poteva competere con quell’esempio di fresca gioventù, ma l’orgoglio ferito esigeva una reazione.

Non glielo disse apertamente, per evitare una rottura definitiva. Parlando per ipotesi, disse che lei avrebbe potuto rientrare nei panni della padrona, rimetterlo sulle strade a bordo di noiosissimi camion, se avesse subìto dei torti, come stava succedendo ad alcune sue amiche, elencando le terribili vendette che avrebbe attuato. Ammetteva qualche scappatella, ai mariti si può concedere in casi eccezionali, roba da prendi e fuggi, al di fuori comunque del proprio ambiente. Non concepiva scusanti per tradimenti consumati sotto il tetto coniugale, come era capitata alla prestinaia, povera stupida, che non aveva nemmeno protestato.

"Quando sarò vecchia sopporterò eventuali tue distrazioni, ma lontano da qui. Finché so far girare la testa agli altri uomini posso accettare una ragazzata, ma niente storie a puntate con la stessa donna e sotto il mio tetto."

"Che discorsi! Che ti prende? Io non cerco donne, mi basti tu, che mi fai spompare, non c’è posto per le altre. Lo sai come mi invidiano i miei coetanei?"

"Lo so, lo so, si fa per dire. Però sai come la penso."

Troppo sicuro di sé, fece male ad interpretare la pungente chiacchierata come una conversazione normale. Le prudenze già in uso furono ritenute più che sufficienti e non informò neppure la compagna dell’argomento tirato in ballo dalla moglie, la quale si mostrò apertamente sospettosa, nella speranza che lui troncasse la relazione. La passione crescente per quegli occhi di fuoco, per quella camminata particolare, per quel corpo così fresco e giovane, cancellavano in lui ogni timore, anzi, il rischio lo esaltava ancor più. Non era facile, far scomparire ogni segno lasciato dalle turbolenti visite della maschietta. Un giro d’ispezione approfondito confermò alla matura consorte i sospetti di un’ininterrotta storia d’amore clandestina NELLA SUA PROPRIETÀ! Alcuni indizi trovati nel locale degli ingranaggi evidenziarono il luogo ove si svolgevano gli odiati incontri.

I primi tepori primaverili avevano già annunciato la bella stagione, il buon umore aleggiava su tutti, tranne che sulla mugnaia. Nel periodo invernale aveva trovato un po’ di conforto nelle espressioni accigliate della gente impegnata a difendersi dal freddo e dalla nebbia. Le frequenti piogge, le condizioni bigie del tempo, il grigiore della foschia umida, tutte quelle cose le avevano tenuto compagnia, si era sentita in qualche modo compresa, le sembrava di non essere la sola a sopportare una grande sofferenza. La buona stagione, assieme alla predisposizione all’allegria, la disarmava. L’accompagnavano pensieri tristi, cupi propositi di vendetta, soffocati dal buon senso, sempre più debole. La moglie condiscendente diceva che, in fondo, aveva previsto una simile eventualità, per la differenza d’età, che non le sarebbe importato più di tanto una divagazione sentimentale del giovane marito. Le rispondeva l’altra, l’offesa, che lui doveva confessare l’inevitabile, che si mostrasse almeno dispiaciuto per non saper soffocare l’amore verso una coetanea e le chiedesse comprensione. Invece no, lui continuava a negare, a giocare a nascondino con tanta avvenente freschezza e forse ridere di lei. Si stava avvicinando alla città in preda alle solite turbolenze, quando due ragazzini la superarono, giocando e ridendo fra loro. Le sembrò essere l’oggetto di tanto scherno. Furibonda, decise di tornare, ci ripensò, si riconvinse, andò su e più volte come una belva in gabbia. Aveva detto: "Vado a fare un giro, farò tardi." Arrivò davanti al suo portone appena accostato. Ricordò benissimo di averlo chiuso con un giro di chiave! L’acqua del fossato faceva girare la grande ruota di ferro, due carri sostavano, vuoti, sul piazzale. Passò dalla parte della cucina, sul retro. Una risata squillante, inarrestabile, le giunse improvvisa, seguita da un’altra dal tono pacato, quasi soffocato, maschile, proveniente dalla torre. L’offesa per la dimostrazione di impudenza subita agì al posto di lei. Non si era mai sentita così leggera, salendo la scaletta per sbloccare la sicura, protetta dal profondo vascone e dalle loro risate. Con rabbia mise in movimento gli ingranaggi, fermandoli a vendetta compiuta. Finalmente a letto!

Quella notte avrebbe goduto il confortevole abbraccio delle lenzuola asciutte, fresche di bucato, senza fastidiose gelosie. Se l’era augurato, ma non accadde. Sorse in lei un desiderio: spinta da una forza superiore si alzò. Lucida, determinata, consapevole di quel che stava facendo, risalì la scaletta di legno, entrò nella torre, tolse il corpo della ragazza gettandolo nel fiume attraverso un finestrino. Sembrava leggera, esile, ma lei aveva fatto molta fatica a toglierla da lì, come se si volesse opporre. Pulì il contenitore rotante posto all’interno del vascone fisso, nel punto dove era giaciuta l’estranea.

Voleva stare vicino al suo ragazzo, in un luogo che lei non aveva mai conosciuto come nido d’amore. L’odio non esisteva più, nemmeno l’amore, forse mai presente fra loro. Restava la consapevolezza che, sopravvivendo, sarebbe tornata alle già provate sofferenze, senza una per-sona sulla quale scaricare odio e desiderio, alla quale appoggiarsi o contro la quale scagliarsi.

Si adagiò vicino a quel corpo immobile che conosceva bene, che le aveva dato tanto, gioie sublimi e dolori atroci. Aveva un coltello da cucina con sé, affilato. Si sentì molto serena e decisa, quando lo usò.

 

LA LINEA GOTICA

 

Il posto di osservazione si trovava su un crinale sovrastante la strada nazionale, ben mimetizzato dalla vegetazione: posto adatto per controllare una buona parte dell’Alta Val Tiberina, quella dominata dal Passo del Verghereto. La zona entrava a far parte della fascia che univa la costa tirrenica a quella adriatica chiamata ‘La Linea Gotica’ nei pressi della quale i tedeschi stavano opponendo una tenacissima resistenza, prima di riprendere la ormai inarrestabile ritirata verso il nord.

Su una roccia sedeva il comandante di una pattuglia di partigiani, statura media, capelli neri e ricci, occhi vivaci di chi è avvezzo a guardare lontano, assieme alla giovane moglie. Lei parlava a bassa voce, con il capo chino e le mani in grembo. La usa figura particolarmente proporzionata ed il viso di rara bellezza la rendevano simile ad un personaggio della letteratura romantica, più che ad una campagnola in grado di sopportare non pochi disagi. Poco dopo si lasciarono: lui si avvicinò al gruppo poco lontano, lei si avviò dalla parte opposta. Il tempo di estrarre una pagnotta e lei era già sparita nella boscaglia.

Come tutti i residenti del paese, troppo vicino al fondovalle ed alla strada accessibile ai mezzi militari, i due giovani coniugi avevano deciso di sfollare in un luogo impervio, il più lontano possibile dai pericoli della guerra. Durante le perlustrazioni lui aveva trovato una casa da boscaiolo abbandonata, perfetta per le sue esigenze. Coperta dalla vegetazione spontanea, praticamente invisibile dal cielo, si dimostrò un nascondiglio ideale, nel quale la moglie con l’aiuto della vecchia madre avrebbe colto il figlio in arrivo. Ben presto le operazioni belliche costrinsero l’uomo ad allontanarsi sempre più dalla famiglia.

Dopo alcune ore di cammino la donna si trovava ancora molto lontano da casa: l’aspettava almeno il doppio dello spazio sino a quel momento percorso. All’andata aveva notato alcune baracche destinate agli attrezzi agricoli sparse un po’ dappertutto. Ne incontrò una e pensò di fermarsi per trascorrervi la notte. Il profondo silenzio ed il cielo stellato visibile a tratti fra i rami, la indussero ad indugiare un po’, nel tentativo di allontanare i timori che quotidianamente l’assalivano. Le piaceva molto il contatto con la natura senza interferenza alcuna, si sentiva incoraggiata e ricaricata. Si guardò intorno, fu tentata di dormire lì fuori, assaporare l’aria pulita dei suoi monti, ma ritenne più ragionevole usare una certa prudenza. Entrò, nel buio e nel profondo silenzio sentì di non essere sola. Tese tutti i suoi nervi, si concentrò: percepiva un respiro lento, molto debole. Accese il lume a petrolio che aveva con sé, si armò di un’accetta trovata accanto alla porta d’ingresso, si avvicinò al punto da dove proveniva la respirazione sospetta e vide un mantello militare dentro il quale si intuiva una presenza di un uomo raggomitolato. Pochi attimi bastarono per vanificare la paura. L’uomo era ferito. Si avvicinò ma non vide tracce di sangue: aveva la febbre alta, alternava svenimenti a sguardi terrorizzati, raddrizzava il capo lasciandolo poi scivolare di lato, esausto per lo sforzo sostenuto. Lei capì che era molto grave. Gli passò una pezza umida sulla fronte, gli bagnò le labbra, ottenendo evidenti segni di apprezzamento. Aveva con sé del pane e del formaggio ma il soldato, come aveva temuto, non era in grado di alimentarsi: provò a tritarli e bagnarli per farne un impasto ma il cibo risultava ancora troppo solido. Cercò di farlo bere, senza ottenere apprezzabili risultati, si sentiva avvampare, consapevole che quella vita le stava sfuggendo. Aveva combattuto anche lei contro il nemico, aveva visto cadere partigiani e tedeschi, lei stessa aveva ucciso per difendersi, però quell’uomo, QUEL nemico lo avrebbe voluto aiutare, strapparlo alla morte, tanto terribile e così reale, così vicina. Una grande tristezza si impadronì di lei, tipica di chi vorrebbe reagire senza averne le possibilità. Certamente l’uomo era arrivato fin lì già ferito, ma l’estrema debolezza doveva essere giunta dopo per mancanza di cibo. Anche lei si sentiva spossata, stranamente priva di ogni energia. Uscì nel buio della notte, di una bellezza irripetibile, ma lei la poteva più apprezzare. Cercò un aiuto nella natura, che non arrivò.

"Oh, Dio! Com’è possibile lasciar morire un uomo così? Ci deve essere una soluzione!"

Un’improvvisa fitta al petto la riscosse, cominciò a percorrere lo spazio antistante la capanna a passi lunghi e decisi, riflettendo. Si fermò, volse lo sguardo al cielo, pregò, pianse, cercò ancora una volta un’alternativa: nessuna! Era disperatamente sola nel prendere la decisione non facile che le era stata suggerita.

Percorse la breve balza dove il vento consentiva la sola presenza di quercioli, di rovi accaniti, di forti arbusti, di ginestre parimenti tenaci e di cardi affiorati fra le rocce, attratta dalla grande croce di legno tesa verso le stelle. Nel breve tratto maturò la sua scelta.

Ebbe l’impressione di avere l’approvazione da quel povero tentativo degli uomini di comunicare con Dio per chiedergli luce ed energie a sostegno delle loro deboli forze.

Rientrò nella baracca, uscì, vi rientrò decisa. Si sdraiò accanto al ferito e lo attaccò al seno ricco di latte che il figlioletto stava ormai rifiutato. Altre lacrime caddero sul volto del giovane che, come un bimbo appena nato, cominciò a mettere in pratica la spontanea ricerca del cibo. Quella linfa vitale, altri cibi liquidi recuperati da casa, il graduale passaggio a più efficaci forme di alimentazione ed il forte fisico del ragazzo, produssero l’effetto sperato. Infine, di lui rimase una medaglietta, unico segno tangibile del suo passaggio ed il ricordo nella donna di uno sguardo carico di infinita riconoscenza, di parole incomprensibili ma dal chiaro significato.

Il sole ormai alto scaldava l’aria, non la casa, completamente in ombra. Mentre coccolava il suo bambino, la giovane madre rifletteva sull’immediato futuro, sulla prossima quotidiana convivenza con il suo uomo e la ricerca della confidenza reciproca, improvvisamente interrotta. Entrambi avrebbero incontrato nuove difficoltà per comprendersi, per accettare le inevitabili variazioni dei propri caratteri maturate in un periodo tanto lungo e drammatico. Occorreva dare e chiedere al compagno di vita pazienza e tempo per raggiungere l’obiettivo preposto all'inizio del percorso comune.

Lo vide, stava arrivando sul piccolo sentiero, sentì un tuffo al cuore per l’improvvisa apparizione. Avrebbe voluto corrergli incontro e allontanarsi con lui nel bosco per appagare il grande desiderio ma si trattenne, temeva che il cuore non avrebbe retto ad un’emozione tanto forte, di colpo liberata da ogni impedimento e presenza estranea. Subì un attimo di panico al ricordo di ciò che era accaduto in sua assenza. Non gli avrebbe detto nulla, cominciava a nutrire dei dubbi circa la reale conoscenza di quel compagno che l’attraeva fisicamente, tanto da togliere il respiro, ma interiormente ancora lontano. Si sarebbe confidata quando fosse stata certa che lui avrebbe capito… forse.

Si abbracciarono, si guardarono a lungo negli occhi: lei si rese conto che dovevano cominciare capo, sperava che anche lui ne fosse consapevole. Desiderava raggiungere con il suo uomo quella intimità totale cercata sin dall’inizio del loro rapporto e mai raggiunta per colpa degli eventi.

Doveva impedire che la passione soffocasse la tenerezza di quell’amore tornato giovane, o meglio, di quell’amore nuovo, appena sbocciato.

 Edoardo Corbetta

DISPERAZIONE

Edizione O.L.F.A. 2000, Ferrara, pp.24 - Collana Quaderni Letterari - Narrativa

 

I N D I C E

La ciarda.....................................3

La maglia nera..............................7

Pepìn, meccanico rubacuori........... 11

Il senso della misura......................14

Schermaglie.................................17

Banner di HyperBanner Italia

 

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