MARCO PENNONE
RACCONTI DEL BRIVIDO, DEL MISTERO
E
DEL TERRORE

I° - II° Quaderno
Raccolta di racconti vincitrice
della II^ Edizione del Premio Letterario Internazionale
"JANUS PANNONIUS"
I° Quaderno
IL BUCO NEL MURO
"Se stesso, da se stesso, solo
UNO eternamente, e singolo."
PLATONE: Convito, citato da
E. A. POE e epigrafe del rac-
conto "Morella".
Non si dava pace. Non poteva più stare fermo. E girava, girava come un ebete da un capo all’altro dello studio grande: avanti e indietro, su e giù, in lungo e in largo, senza requie, bestemmiando a mezza voce.
Urtò la ‘console’, e una preziosa statuetta in vetro soffiato vi rimase per miracolo in piedi; rovesciò con un pugno il vaso di fiori preparato con cura dalla governante; poi staccò dalla parete un piatto di porcellana di Sèvres e lo sbatté per terra, con la gioia insana di chi manda tutto a quel paese, senza rimpianti, soddisfatto che tutto crolli, senza possibilità di salvezza.
Ma ecco, ad un tratto, arrestò il ritmo ossessivo dei passi e le litanie cadenzate di bestemmie.
Un ricordo lontano lo aveva folgorato: ed era rimasto così, quasi in bilico, una gamba avanti e l’altra indietro, rapito di colpo alla realtà del momento.
Volse di scatto il capo alla parete sinistra, che il sole feriva con larghi fasci di pallidi raggi.
Gli brillarono gli occhi di una luce gialla, irreale. La bocca gli si atteggiò a una smorfia di sorriso. Era lì, lì! S’avvicinò. Spostò senza fatica una massiccia ‘commode’ laccata, facendo tintinnare il servizio d’argenti del Settecento.
Esplorò con lo sguardo e con il tatto la parete. I motivi floreali della tappezzeria s’alternavano simmetricamente ad esili volute, che si perdevano nel fregio dorato dell’alto soffitto. La carta da parati era spessa e quasi intatta.
Avvicinò gli occhi per ingrandire i particolari, per vincere con i suoi penetranti raggi visivi i raggi che proiettava il sole ormai prossimo al tramonto.
Scorse una piccola croce, dentro il petalo d’un fiore.
E d’improvviso, con impeto inumano, le sue unghie affilate iniziarono il lavoro.
[……]
Si arrestò. Si accasciò sul pavimento. Era affannato, ansimava. Espirando emetteva un ruglio ossessivo, ed una lunga bava gli colava sul petto.
Le unghie erano rotte, le dita sanguinavano. Ma la tappezzeria, per un largo tratto circolare, era scorticata, fatta a brandelli, macerata, ridotta a grumi informi di carta. E dietro appariva la parete nuda, fredda, d’un giallo strano, putrido, orripilante, nauseante: un colore della tonalità inclassificabile, quasi simile a quella degli ultimi raggi di un sole malato, ma più gelida, etica, moribonda.
Fece un salto giù in cantina e scelse gli arnesi più adatti per aprire una breccia nella parete: un piccone, uno scalpello, una mazza, un punteruolo.
Si mise a lavorare rapido, deciso, senza scendere a patti con la fatica, alternando abilmente l’uso degli attrezzi.
Il muro non era pieno: ora i colpi di piccone rimbombavano.
Ci doveva essere un’intercapedine o forse, poteva darsi, un antico sgabuzzino, murato chissà quando.
Ancora qualche mazzata e il punteruolo affondò nel vuoto. Cadde un mattone: si aprì un buco. Venne su un getto d’aria fredda e umida che lo fece trasalire. Continuò ancora a lavorare per allargare l’apertura, mentre il sole annegava rapido dietro la cima del monte. Ecco: comparve qualcosa, qualcosa di bianco, no… di grigio… Ossa! Ossa umane!…
Diede ancora qualche colpo con lo scalpello. Ora la breccia era larga abbastanza per rivelare il tremendo segreto. Vi mise dentro tutto il capo e vide uno scheletro in posizione eretta, appoggiato contro una seconda parete di mattoni nudi: era tenuto su da un’incredibile rete di sostegno formata da fili di ferro arrugginiti, alcuni fissati a grossi chiodi, altri che si perdevano su in alto, non si vedeva bene fin dove. Brividi elettrici scossero l’aria della stanza. Quei macabri resti dovevano essere murati da circa due secoli nella tetra umidità di quell’intercapedine…
Si era ricordato della leggenda di un suo trisavolo morto suicida, il cui corpo non era mai stato ritrovato perché, gli raccontava il nonno, si era fatto murare vivo dai suoi servi dietro una parete della villa in costruzione. Altri dicevano che era stato ucciso e gettato nella vicina palude. Altri ancora che era sparito nel nulla, come divorato dalla noia che opprimeva ogni settecentesco ‘giovin signore’. Quel lontano racconto, udito più volte nell’infanzia, gli era balenato alla mente all’improvviso, mentre andava su e giù per la stanza. E finalmente aveva voluto verificare la sua fondatezza, per allontanare una volta tanto la noia che lo opprimeva da sempre.
Una violenta corrente fece sbattere la finestra. Si voltò di scatto, col cuore in gola. Una spessa nuvola di polvere si alzò dai detriti e s’avviò lenta verso le tende. Abominanda visione! Il rosso maligno di un tramonto lungo e stentato dipingeva di sangue rappreso ogni cosa. Le rose nel vaso parevano appassire di colpo. Era preso da una misteriosa sensazione d’orrore e di ebrietudine insieme, foriera di un evento imminente e decisivo.
Infilò ancora la testa nel buco e alla luce fioca di un antico accendino a benzina, della stessa tonalità della luce pre-crepuscolare, vide una targhetta di marmo, posta ai piedi di quei miseri resti. La spolverò con una mano. Una scritta: forse un nome. E gli si contrasse il volto: era il suo, quel nome, il suo! Sotto vi era la sua data di nascita, esatta, seguita dalla data di morte, quell’anno in corso, e proprio quel mese, e quel giorno che ora stava finendo!…
[……]
Aveva preso una dose massiccia di tranquillanti per potersi riaddormentare. E ora il torpore lo abbracciava, lo proteggeva, quasi, da altri sogni inquietanti, come quello che poco prima aveva sognato. Sì, si era affaticato troppo con lo studio e col lavoro di ricerca di antichi autori: aveva solo bisogno di un lungo periodo di riposo, magari d’un bel viaggio…
A poco a poco, mentre così pensava, cedette al sonno.
[……]
Il sole, entrando dalle policrome vetrate che davano sul giardino, inondava la casa con sprazzi d’arcobaleno.
Il maggiordomo, alle nove in punto, entrò dalla porta di servizio, fischiettando sereno, come sempre. Ma subito cessò la melodia. Avvertì uno strano odore di ristagno, mancava l’aria.
Spalancò la finestra della cucina e controllò il gas: tutto a posto. entrando nel salone della villa, il maggiordomo vide una gigantesca nube di polvere che ristagnava a un metro dal soffitto; il sole la illuminava senza penetrarla, creando un effetto spettrale.
Spalancò una dopo l’altra le porte, entrò nel soggiorno: sempre una nube di densissimi pulviscoli e un’aria pesante che toglieva il respiro.
L’apprensione lo fece volare di sopra, alla camera da letto del padrone. Si mise a bussare forte, chiamò ripetutamente: nessuna risposta… Prese la rincorsa e con una poderosa spallata ruppe la serratura. Un’occhiata al letto… e gli uscì un grido d’orrore. Il cuore per poco non gli balzò fuori dal petto. Uno scheletro, uno scheletro giaceva su quel letto, dietro le cortine trasparenti, adagiato sulle coperte intatte!…
Tutto era in ordine, non rivelava traccia di recente presenza umana. anzi, c’era una strana polvere sopra i comodini, c’erano strappi nelle cortine; e grigie ragnatele erano tese sotto il baldacchino.
Un odore di muffa riempiva i polmoni: un odore di stanza inviolata da anni.
Un freddo sudore rigava le tempie del fedele maggiordomo. L’usuale ritegno cedeva sempre più il passo alla disperazione, al puro terrore.
Indietreggiò, batté la schiena contro una parete, volò fuori dalla stanza, percorse un tratto di corridoio, ma s’arrestò, tornò indietro sui suoi passi. Sì, era sicuro: sentiva un’altra presenza.
Forse era l’assassino del suo padrone, forse era un pazzo che aveva architettato una macabra messinscena: doveva andare a vedere.
Si diresse verso la scala a chiocciola che portava allo studio grande, nella torre-belvedere. Saliva, saliva su a spirale, spinto da una forza oscura. entrò in quella stanza luminosa, regno d’arte e di poesia. Polvere, calcinacci dovunque. E… il grande buco nel muro.
S’avvicinò, come un automa. E vide… e toccò… il suo padrone… morto, appoggiato alla seconda parete, il corpo sostenuto da un’incredibile rete di fili di ferro luccicanti al sole.
"L’ANGELO DELLA PERDIZIONE"
"Il nemico [il demonio] si comporta
come una donna, poiché suo malgra-
do è debole e vuole sembrar forte."
(SANT’IGNAZIO DI LOYOLA: Esercizi spirituali)
"Dio s’è fatto uomo: e va bene.
Il diavolo s’è fatto donna."
(V. HUGO: Ruy Blas)
Avrei potuto ben dire, in quella mitica notte di plenilunio, di essere trasfigurante, immateriale: mutante, svanente nell’aria odorosa di terra umida, impregnata di una invisibile voluttà
Scendevo la larga viuzza a ciottoli di fiume che dai campi a terrazza declinava fino al litorale.
Vedevo, nel tremolio dell’orizzonte anch’esso inebriato da un’estasi misteriosa, vedevo del fumo scuro, lontano, che si innalzava nel cielo irradiato dal disco pieno di Selene, e si scorporava dolcemente contro il chiarore argenteo.
Come ogni anno, la Primavera mi entrava nel sangue, prepotente, invitante. E quella sera più che mai faceva sentire il suo richiamo…
Un filo di vento muoveva appena appena – mi fermai a guardare, a una curva da cui s’apriva la vista sul golfo – le cime di esili cipressi, che accompagnavano il muro di pietra fiancheggiante la stradina.
Iniziavano gradini bassi e larghi, molto distanti l’uno dall’altro, e bisognava fare lunghi passi per posare una volta sola il piede sopra ognuno.
Affrettai l’andatura. Volevo arrivare presto giù in paese.
C’era la festa della Santa, quella sera, con la processione; e già l’aria portava fin quassù note ovattate di trombe e di clarini, colpi in sordina di grancassa e di piatti.
La stradina era buia: in quel punto non c’era nemmeno un lampione; e dove non arrivavano i raggi della luna, bisognava guardare bene per terra, prima di posare i piedi.
Ecco: ero giunto proprio nel punto più oscuro. Il ciottolato era finito, e la viuzza sfociava per un breve tratto nell’erba, prima di continuare, come una sterrata carreggiabile, fin sotto alle antiche mura del paese.
Quel percorso in mezzo all’erba diveniva sempre una sorta di acquitrino: c’era una polla vicina, e un manto d’acqua impregnava costantemente il terreno.
Cercavo di superare l’arduo passaggio a lunghi passi, sulle punte, non appoggiando per intero le suole, per non sporcarmi troppo le scarpe lucidate di fresco.
L’odor di menta, in quel punto, era oltremodo penetrante.
C’erano le caratteristiche piante dei luoghi umidi: strappai passando una punta di equiseto.
Pensavo agli insetti filiformi che nuotano svelti nei piccoli stagni: da bambino mi incantavo a guardargli, là, nel laghetto sotto alla sorgente, vicino alla roccia muschiosa…
Appena superato il tratto critico, mi fermai un attimo a controllare le scarpe. Non vedevo niente: dovevo andare un po’ più avanti, dove c’era di nuovo il chiarore lunare.
Ecco, ancora un punto buio: quella specie di piccola galleria formata dai rami degli alberi che s’intrecciavano a volta. Lo passai rapido. Poi non c’erano più difficoltà sulla via, fino alla mèta.
La luna ora rispuntava. Ah, luce degli amanto! Diana triforma! Eccoti di nuovo!!
Non che avessi paura (quei luoghi li conoscevo palmo a palmo), ma un po’ di chiarore mi dava sicurezza, e soprattutto affrettava il mio passo verso il paese.
Ah, le scarpe! Dimenticavo! Mi chinai, strappai un ciuffo d’erba… e stavo per passarlo in fretta sulle punte per togliere le tracce di fango, quando… quando mi parve di udire come… come un richiamo; no, un lamento… Chissà… Comunque, certo, una voce.
Anche se flebile, flebile, immateriale, come proveniente dall’oltretomba… Ma era una voce, ne ero certo!
Tesi l’orecchio, acuii al massimo l’udito: e dopo qualche istante la riudii.
Provai un leggero brivido, non paura. Non ancora, almeno.
Mi rialzai, andando avanti piano, guardando intorno, cercando d’individuare la fonte di quella voce misteriosa.
Ecco: la udivo di nuovo. Ora era più distinta, non più flebile.
Aveva una tonalità irreale… E pareva… pareva che chiamasse me, il mio nome!
Non riuscivo a capire se era di un uomo o di una donna, e soprattutto non riuscivo a capire da dove diavolo provenisse. Seguii una traccia che mi portava a lato d’uno spiazzo erboso, giù in basso, verso un boschetto fitto di castagni.
La curiosità vinceva la paura, e feci qualche passo dentro la macchia…
Mai! Non l’avessi mai fatto!
Meglio mille volte aver proseguito da corsa verso il paese, non aver mai visto niente!
Avanzai ancora un poco. Il buio era pressoché totale: la luce lunare non poteva penetrare il fitto intrico dei rami.
"Chi è, c’è qualcuno? Chi ha chiamato?" lo chiesi d’un fiato, trattenendo il respiro…
Non ebbi risposta.
"Chi è, cosa vuole?"
Niente.
Si vedeva solo quello che a me parve un cerchio di luce lunare, che spuntava dietro il tronco d’un grosso castagno.
"Bene, ora vado. Sarà stata la mia immaginazione. Saranno state le voci del paese in festa che sono arrivate fin quassù… Bah!"
Troncai i miei pensieri. Mi voltai, feci pochi passi per tornare sul sentiero, quando…
Sì, per poco non svenni. Sento ancora un tremore convulso al ricordo, un tremito alle gambe, come allora, quando mi mancò il fiato, e il cuore per poco non mi uscì dal petto.
Una mano! Una mano molle, viscida, ma nello stesso tempo forte e decisa, mi si era posata sulla spalla.
Mi girai a scatti, semiparalizzato dalla paura.
Era un’adolescente alta, piuttosto grassa, il viso pieno, i capelli lunghi e scarmigliati, gli occhi chiusi, quasi fosse cieca…
Era illuminata da una luce nascosta sotto il suo giubbotto di pelle, certamente una torcia elettrica, che creava sul suo corpo degli effetti spettrali, raccapriccianti…
"Chi… chi sei?" balbettai "Cosa vuoi?"
Ed ella aprì gli occhi.
No, non è facile trovare le parole.
"Caron dimonio con occhi di bragia" è poco, anzi, non dice nulla; nulla che sia pur lontanamente possa far pensare a quanto vidi.
Erano occhi satanici, solo questo posso dire. splendevano nella notte come fari, e raggelavano all’istante, penetrando come gelide spade.
Erano un misto di gatta, d’aquila, di civetta, di serpente: scintillanti, con riflessi indefinibili, dal verde ora chiaro ora scuro al giallo all’arancio al rosso vivo…
Sto pensando alla leggende di Medusa: ma certo Perseo stesso non sarebbe riuscito a vincere quello sguardo: ne sarebbe stato annientato, come stavo per essere annientato io, dilaniato nel cervello e nel corpo dall’indicibile assurdità di quel mostro, di quella creatura inumana, di quell’incubo, di quella visione orrenda del Male…
Restavo inchiodato, sgomento, gli occhi fissi, spalancati, attirati magneticamente da quei suoi terrificanti occhi che mi fissavano…
Ed ella parlò.
Ma le sue labbra non si muovevano. Erano sigillate, del tutto immobili.
Quella voce cavernosa sembrava venir su dalla terra, dalle viscere della terra, era sinistra e irreale come la luce che la illuminava, ed era nello stesso tempo suadente, musicale, fluida, incantatrice:
"Vieni, vieni con me!
Sono Ishtàr, Regina del Cielo,
sono Athàr,
son Militta,
sono Mitra,
sono Iris,
sono Osiris!"
Mi mancava il respiro. Se non avessi ben saputo che quelli erano i nomi di antiche deità orientali, avrei giurato che quella cantilena fosse un’invocazione di Satana.
E continuò l’invito, più suadente che mai, mentre io meccanicamente mi infilavo una mano sotto alla camicia per toccare il crocifisso d’oro: ma non c’era, non ce l’avevo, l’avevo lasciato sul comodino!
"Vieni, vieni con me!
sono Gèa,
son Demétra,
sono Kore,
sono Afrodite:
Uranìa,
Skotìa,
Persephaëssa,
Pandemìa"
E continuava, nominando, dopo quelle greche, anche divinità romane: ero interdetto, del tutto sbigottito, attonito…
"Vieni, vieni con me!
Sono Rea,
son Bellona,
son Dèa Bona,
son Pomona,
sono Flora,
son Perenna,
son Matuta,
sono Vesta,
sono Pale…"
Ma sùbito dopo confermò ciò che, appena vedutala, già avevo sospettato.
Avrei voluto sprofondare nella terra. O poter volare, per abbandonare immediatamente quel luogo maledetto.
Ma tutte le mie funzioni vitali erano come sospese.
Sentivo e capivo tutto, ma ero come in una sorta di stadio minerale o vegetale, non potevo assolutamente muovere nessun arto.
Sì, sùbito dopo proruppe nell’orrenda invocazione:
"Azazèl,
Athanaèl,
Semiazàs,
Belzebùb,
Lìlith,
Scox,
Aloùga,
Baal, Mòloch,
Sabàzios, Eurýnomos,
Adramelèch,
Amòn,
Astaròth,
Haborým,
Assatàn,
Phosphòros,
LU CI FE RO!"
A quest’ultimo nome i suoi occhi mandarono un lampo elettrico, quattro volte, come quattro erano le sillabe tremende che aveva scandito.
Un indemoniata! Era un’indemoniata!
Quella ragazzina grassoccia, quell’adolescente troppo cresciuta dalla guance piene di foruncoli era un’assatanata, un’indiavolata, un’invasata dal Grande Nemico, dall’Avversario Eterno!
Padre Randolfo, il nostro docente di teologia al seminario vescovile, ci aveva detto che una famiglia del paese lo aveva chiamato per esorcizzare una ragazzina di dodici anni che manifestava strani fenomeni: dava in escandescenze, era incontinente, rompeva gli oggetti, durante le crisi li spostava con la sola forza dello sguardo, e poi cambiava del tutto personalità, diventava violenta, volgare, cambiava voce, sì, le veniva fuori una voce mascolina, cavernosa…
Noi studenti lo stavamo a sentire a bocca aperta: credevamo si trattasse solo di storie cinematografiche, e invece…
Padre Randolfo c’era andato, in quella casa, e ne era rimasto sconvolto: nonostante le nostre insistenze, non ci aveva voluto raccontare nulla.
Dopo moltissime richieste, infine, s’era tolto il colletto bianco, s’era bottonato la camicia e ci aveva mostrato una cicatrice a forma di croce, un piccolo segno di croce alla base del collo. Trasalimmo…
"Perché non sei diventato prete? Non ti piaceva più da prete? Perché non hai continuato, eh? Rispondi, pretino! Ex pretino!"
Trasalii, scosso dalla sua voce orrenda.
Quella spaventosa creatura sapeva tutto di me!
"Non resisti alle tentazioni, eh? Dì la verità!"
Avrei dato dieci anni di vita per avere un crocifisso da sbatterle sulla faccia! Non mi veniva in mente neanche mezza parola per contrastarla, ma neanche se l’avessi ricordata, non mi sarebbe uscito niente dalla bocca: ero completamente afasico.
E quella continuava ancora , ora con tono mellìfluo, sinuosamente penetrante, sempre fissandomi intensamente col suo sguardo che inchiodava ogni cellula del corpo:
"Vieni, vieni con me!
Sarai Re della Terra,
Re del Nero,
Re degli Abissi.
Sarai Terra,
Abisso, Nero.
Sarai Notte.
Lo so: tu ami la notte.
Sarai Notte Eterna,
eterno godimento nel Fuoco.
Sarai Pietra.
Sarai simbolo del Male,
venerato, amato, adorato!…"
Prima era immobile, come di granito; ora mi parve di vederla muoversi: mi parve di vederla sorridere mentre pronunziava quell’invito suadente.
Si muoveva, ora ora si muoveva, avanzava sempre più vicino a me!
La vedevo avvicinarsi sempre di più, e la vedevo trasfigurare.
M’appariva a un tratto tremenda e bellissima., Angelo della Perdizione che mi tentava oscenamente ad un Potere Eterno. Si tolse il giubbotto.
Sotto non aveva niente, e il suo corpo statuario era illuminato da una misteriosa fonte di luce, una luce autonoma, sua, che pareva provenire direttamente da dentro di lei, quasi se fosse una gigantesca, meravigliosa lucciola… quella luce creava effetti straordinari; mi pareva sempre più bella, più suadente, più bionda.
E sembrava… Sì, era lei, era diventata lei!
Aveva preso le sembianze di Valeria, la ragazza bionda che avevo conosciuto l’anno scorso giù in paese e che mi era piaciuta tanto, da subito!
Sorrideva, sempre più bella e invitante, e un diadema a forma di due serpenti intrecciati le si era posato sui capelli, mandando accecanti bagliori.
Meccanicamente – e non so ancora come abbia potuto scuotermi dal torpore in cui ero caduto – feci di no con la testa: no, mai, non avrei ceduto, mai, mai, tu non sei Valeria, no, sei una stramaledetta incarnazione del Demonio!
Lei alzò un braccio, e con le lunghissime dita mi fece un cenno d’invito, sorridendo, stupenda.
Arretrai di un passo. Le gambe mi erano ridiventate autonome, obbedivano a comandi provenienti da quella parte del mio cervello che si sforzava di liberarsi dal torpore.
"Vieni, vieni,
unisciti a me sulla Terra!"
Chiunque le avrebbe ceduto, se non avesse pensato alle tremende conseguenze.
Ella era Mefistofele, ed io una sorta di novello Faust: ma io non volevo fare alcun patto con lei, non volevo condannarmi alla dannazione eterna!
Arretravo. Toccai un tronco col dorso.
"Vieni, vieni,
ti do la Conoscenza Eterna!"
Arretravo ancora, sollevando il fogliame dal terreno.
"ELOHÌM, SOSPINGILO TU!"
Aveva tuonato, irrigidendosi, col dito puntato contro di me, con la voce terrificante.
E fu il momento in cui mi scossi, completamente, dal suo maleficio influsso.
Mi volsi, urtai un tronco, corsi via, a gambe levate, non vedendo nulla o quasi all’intorno.
Inciampai in un ramo basso, caddi con le mani in avanti, mi rialzai sulle ginocchia, mi volsi indietro: lei era lì, dietro di me, di nuovo orrenda, con quegli occhi spaventosi, pronta a farmi a pezzi!
Mi aiutai aggrappandomi a un ramo, mi rialzai in piedi.
corsi ancora avanti.
Non sentivo che il rumore dei miei passi veloci che sollevavano il fogliame del sottobosco, eppure ella era sempre dietro di me, la avvertivo, era dietro di me, la vidi girandomi appena, mi stava a pochi centimetri, non muovendo neppure le gambe, come volando sopra il terreno!
Correvo, correvo disperatamente: e appena mi voltavo, eccola, incollata dietro di me, furente, mostruosa, i capelli irti sul capo, una brava verdognola che le schiumava ai lati della bocca!
Dovevo trovare qualcosa per scacciarla, al più presto.
Sempre correndo, mi chinai verso il terreno e raccolsi al volo due rametti, uno più lungo e l’altro più corto.
Nella tasca della giacca avevo casualmente un elastico: e fissai i due rametti in modo da formare una croce.
Eccola: mi stava ghermendo con le sue terribili grinfie, mi pareva che mi penetrasse come un coltello nella schiena.
Mi volsi di scatto: e puntai la croce rudimentale contro quel Demonio, levando alto il braccio.
Fece subito un gesto di ripugnanza, digrignò i denti, mandò versi orripilanti.
Le si contraeva il volto, assumeva una maschera terrificante, mostruosa. La bile verdastra le colava giù dal mento.
Restava ferma, mentre io regredivo a piccoli passo, sempre tenendo alta la croce.
Era immobile nel suo cerchio di luce, che ora sembrava affievolirsi, come il lume di una lucciola che a poco a poco svanisce. E con una voce indescrivibile, cavernosa e metallica insieme, dalla frequenza bassissima, lanciò ancora l’ultima invocazione al suo Padrone:
"Elohìm! Assatàn!
Datemi forza!
Elohìm! Assatàn!
NE… LOQUERIS…
De… Deo…
US… QUE… AD…
LU… MEN…"
E quella formula sibillata a fatica ebbe il potere di rianimarla: la sua luce si fece di nuovo intensa.
Mi sentivo mancare, ma innalzai la croce più in alto che potevo:
"Vade retro, Satanas! Ego te exorcizo in nomine Patris et Filii e spiritus Sancti! VADE RETRO!"
E accadde il miracolo.
Una folata improvvisa di vento aprì le fitte chiome degli alberi, e dall’alto un raggio potente di luna, come un riflettore manovrato da una mano ignota, illuminò in pieno la mia croce.
Sentii un urlo patibolare.
E vidi uno spettacolo al di là di ogni comprensione umana.
Il diadema posto sul capo di quell’orrenda irraggiò luci multicolori, come un piccolo caleidoscopico sole.
E i raggi poi si solidificavano, e si tramutavano in piccole serpi giallognole, che subito svanivano nel buio della notte.
I suoi nodosi capelli si rizzavano sul capo, some elettrizzati, e parevano serpi anch’essi, innumerevoli serpi.
Una bisca nera, viscida, ripugnante, le uscì dall’immensa chioma, le strisciò sul viso, le scese dal collo, le scivolo sul seno e poi si disperse nel nero del bosco.
Le sue pupille si svuotavano di luce, a poco a poco; a poco a poco le sue palpebre si abbassavano. si chiudevano. In quel debole chiarore che ancora irradiava dal suo corpo vidi allora un’altra metamorfosi inusitata.
Dal diadema intorno al capo, dagli occhi, dalle orecchie, dalla bocca cominciò a fuoriuscire una costanza bavosa, vischiosa, una specie di tela di ragno, ma molto, molto più spessa, lucida e trasparente come la seta prodotta da un baco.
Diventava… diventava come una sorta di velina, come un velo; un velo di quelli che indossano le donne prima di entrare in Chiesa per assistere alla Messa…
E quel velo le scendeva adesso su tutto il corpo, avvolgendolo, come un bozzolo…
Essa era ormai una gigantesca larva, invischiata, prigioniera tutta, da capo a piedi, di quell’incredibile velo appiccicoso.
Ma si mosse ancora: senza muovere alcun arto, si spostò trasversalmente, accostandosi a un grosso tronco di quercia, l’unica quercia presente nel bosco. E a poco a poco si celava dietro al tronco. Ecco: ora era scomparsa del tutto dietro al tronco.
Anche la sua luce era del tutto scomparsa, e restava solo un pallido chiarore lunare a rischiare la scena di quell’assurdo prodigio…
Mi feci coraggio. Avanzai. Raggiunsi l’albero. Quasi di scatto guardai dietro al tronco. Nulla. Niente di niente.. Svanita. Volatilizzata.
Ispezionai il tronco dall’alto in basso, acuendo al massimo la vista.
E scendendo, all’altezza delle mie gambe, vidi una strana protuberanza, un’escrescenza legnosa, un qualcosa di non naturale, che sembrava…
Ed era una donna, sì, una donna: si vedevano bene le forme, la testa, il seno, i fianchi, le gambe…
Pareva una di quelle Veneri della fecondità scolpita da ignoti artisti del Neolitico…
Restai un attimo interdetto. Poi un raggio lunare illuminò proprio quel punto del tronco: era lei, quell’orrenda creatura degli Inferi, il suo viso spaventoso contratto in una smorfia abominevole!
Mi alzai di scatto e scappai. Cercai un sentiero per uscire da quel luogo dannato.
La luna mi aiutò ancora. E in breve raggiunsi lo spiazzo erboso.
Mi volsi indietro a guardare il bosco: temevo, irrazionalmente – ma nulla in quella sera da incubo era razionale! – che la protuberanza legnosa si fosse staccata dal tronco e mi avesse inseguito! Ma quell’essere demoniaco era scomparso nelle profondità dell’Inferno, di lei restava solamente quell’impressionante fungo attaccato al tronco della quercia.
Inspirai a lungo. espirai. Più volte, facendo dei piegamenti sulle ginocchia.
Nonostante tutto, avevo ancora voglia di andare in paese. Anzi, ancora più di prima, per vedere un po’ di gente, di gente ‘normale’. Sarei entrato subito in Chiesa, forse avrei fatto il voto di riprendere gli studi al seminario…
Mi misi a correre. Divorai letteralmente quel chilometro e mezzo circa che mi separava dal paese. Mentre mi avvicinavo, sentivo sempre più distintamente il suono della banda. Finalmente arrivai. La piazza si raggiungeva presto, dopo aver attraversato qualche vicoletto semibuio. Sbucai sulla piazza da uno di questi vicoli. Non vedevo nulla: la folla formava come un muro, fitto di colori e di voci. Rasentai la calca, tranquillizzato dalla presenza di tanta gente. Ecco: la banda compiva ancora un giro, in testa alla processione. Ora passava vicino a dov’ero io. La statua della Santa era un po’ indietro, sorretta da otto robusti portatori. Mi specchiai un attimo nella vetrina di un negozio, per vedere se ero in ordine. La musica era assordante: gli ottoni ce la mettevano tutta, frequenti erano i colpi di grancassa e di piatti. A un colpo più forte di piatti mi volsi e alzai lo sguardo. Passava la statua della Santa. La fissai. No, no, no! Aveva un diadema serpentino sul capo, lo stesso sguardo impietrante, gli stessi occhi, un velo trasparente le scendeva sulle spalle, una luce verdognola la illuminava dal basso…
Indietreggiai. Entrai nel primo portone aperto. Persi i sensi. Nessuno si accorse di me, per un pezzo. Poi mi soccorsero e mi portarono nell’ambulatorio comunale. Dissi al medico condotto che mi ero sentito male, forse avevo avuto una congestione.
Mi prescrisse qualche farmaco e mi consigliò un periodo di riposo…
Solo a te, diario, l’ho raccontato.
LA VILLA DEL TEMPO
"Il Tempo: ciò che l’uomo è sempre
intento a cercar di ammazzare, ma
alla fine ammazza lui."
(H. SPENCER: Definizioni)
"Una voluta marmorea mezzo divorata dal tempo e dall’incuria campeggiava solitaria tra ciuffi d’erba fresca. Avevamo aperto a fatica il grande cancello ridotto a una massa informe di ruggine: saranno stati venti e più anni che era chiuso. Del resto, si poteva entrare anche dai lati: c’erano varchi nel filo spinato, segno evidente che qualcuno era entrato forse con intenzioni meno pulite delle nostre. Prima d’incontrare la solitaria voluta, avevamo già percorso circa duecento metri di quell’immenso giardino abbandonato ai rovi e alle ortiche.
Poco oltre il decoro, un fauno dal naso corroso s’affacciò sorridente dietro un oleandro dal profumo acuto. Tu, Anna, desti un grido: ti era sembrata una presenza viva! Franco ti strinse a sé, tranquillizzandoti. Facemmo ancora una cinquantina di metri, e furono i più duri: le spine ci tormentavano i vestiti e la pelle (tu, Aurelia, da ogni intrico riuscivi a carpire delle belle more mature e ne facevi scorta) e l’erba secca, altissima, nascondeva dei piccoli fossi che ci costringevano ad avanzare lentamente, saggiando il terreno con un bastone per paura di qualche grossa buca.
E quasi all’improvviso, dietro un gruppo di foltissimi cipressi, comparve tetra, cadente, misteriosa, attraente, la villa barocca dalla facciata rosa, la nostra meta, il gioiello da scoprire!
Per studenti di Belle Arti con vocazione al restauro, la villa era veramente una palestra d’eccezione. Il Comune ci aveva concesso il permesso di entrare per fare un sopralluogo solo dopo molte insistenze. Avevamo fondati sospetti che la villa dovesse subire la sorte di centinaia di altre magnifiche costruzioni demolite dalle ruspe per far posto al cemento di orridi quartieri periferici o di squallidi villaggi turistici
Per tentare di scoraggiarci, il sindaco e l’assessore al turismo avevano perfino tirato fuori un'incredibile storia di diavoli e di fantasmi, lasciandoci a dir poco sgomenti: non ce l’aspettavamo che potesse abbassarsi a simili sciocchezze!
Nei sotterranei della villa – ci raccontarono – nelle notti di luna piena avvengono fatti oscuri e tremendi. C’è qualche maledizione, là dentro, qualche forza maligna. Pensate – insistettero – che alcuni che hanno avuto il coraggio di avvicinarsi hanno riferito che si spalancano di colpo tutte le persiane e si vedono all’interno dei chiarori spettrali, dei lampi violetti, e da basso, dalle cantine, si sentono provenire urla strazianti, colpi di frusta, e delle specie di risucchi, sì, dei suoni strani, come di cento bottiglie sturate nello stesso momento…
Foste davvero brave, voi ragazze, a non mostrarvi impressionate; siete delle coraggiose, e lo avete dimostrato nei fatti fino ad ora, non è vero?…
Poco lontano dalla villa c’era un grazioso gazebo a forma di tempietto pagano; ma i suoi contorti ricami di ferro battuto erano tutti in preda alla ruggine. A destra una grossa fontana dai tanti mascheroni addormentati da anni – chissà da quanto tempo non sputavano più acqua! – stava per essere sommersa dall’altissima erba. Tracce di quelli che una volta dovevano essere fiorenti frutteti e vigneti si perdevano in distanza, verso muri di rovi tentacolari
L’edera saliva sempre più in alto: la facciata nord era quasi completamente coperta e, superato il cornicione, le piccole radici tentavano di arpionare gli ancora solidi coppi del tetto.
Una valva custodita da velate nereidi sovrastava il portone, incavato in una nicchia lavorata a bugnato.
Tirasti fuori la chiave, Aurelia, e me la porgesti in modo sacrale: ce l’eravamo sudata davvero, quell’enorme chiave tonda! Quattro giri faticosi, un sordo cigolio, un groviglio di ragnatele spazzate via, ed ecco: il nero interno della villa ci attendeva!
Entrammo piano, riverenti; appena fummo dentro, provammo l’impressione di un gelido abbraccio.
- Eccoci nel Regno della Dea Umidità! – proclamai trionfale. Voi ragazze mi zittiste, rabbrividendo. Cercai subito di aprire le imposte. Vi riuscimmo a stento, io e Franco: erano quasi incastrate nei telai. I cardini delle persiane erano divorati dalla ruggine: una di esse cadde a terra, mentre s’apriva cigolando in modo sinistro.
Alla luce del giorno il salone d’ingresso ci apparve in tutta la sua spoglia immensità. Le pareti erano disadorne: l’umidità aveva sciolto i dipinti trasformandoli in masse informi di colore. Nei punti più asciutti ne restavano tracce, con scene mitologiche un po’ truci. Lo scoprì Aurelia il satiro cornuto che graffiava a sangue le mammelle di una ninfa. Mi vennero in mente gli affreschi delle martiri cristiane seviziate, dipinti da ignoti pittori del basso Medioevo. E in effetti il tema della tortura pareva essere il ‘leitmotiv’ delle decorazioni pittoriche. Chissà, averle viste intatte…
Sul soffitto si estendevano macchie immense di umidità: il calcare formava già dei princìpi di stalattiti, e l’acqua colava sul pavimento, la sentivamo sotto le scarpe. I nostri fiati fumavano nell’aria gelida e… Ma ora, Franco, vai pure avanti tu…"
"Certo, Flavio, volentieri. Dell’arredamento non restava nulla, eccezion fatta per un grosso ‘trumeau’ divorato dai tarli. Volli aprirne un’anta, e mi dovetti chinare in fretta, per non essere centrato da un pipistrello che aveva fatto il nido lì dentro.
Al centro del salone c’era traccia di un fuoco, segno che prima di noi era già entrato qualcuno: da dove, per il momento non riuscivamo a capirlo.
Voi ragazze vi spaventavate per le ragnatele: e davvero non c’era posto dove i ragni non avessero tessuto i loro vischiosi fili; ce ne trovammo in breve i vestiti pieni.
Un’elegante scalea dai sottili ricami in ferro battuto ci invitava a salire di sopra. salimmo cauti, nel timore che cedesse qualche gradino. Al primo piano vigeva, in pieno giorno, un’eterna sera. entrammo in una grande stanza. La luce filtrava fioca dalle enormi persiane chiuse da anni, e creava straordinari effetti di chiaroscuri. L’odor di muffa riempiva i polmoni; negli angoli della stanza giacevano lenzuola putride, che forse avevano coperto il mobilio. Aurelia soffiò sulla mensola del caminetto: e fummo tutti investiti da una gigantesca nube di polvere, con conseguente ramanzina di Flavio.
Un raggio di sole ferì un’imposta, proiettando un cerchio di luce sulla tappezzeria sbiadita. Si vedevano danzare i pulviscoli, nitidi contro lo sfondo scuro; osservammo compiaciuti quel magico girotondo, e poi demmo una rapida occhiata alle altre stanze, tutte più piccole della prima.
Dopo, salimmo al secondo piano, che ricalcava esattamente, come struttura e disposizione delle stanze, il primo, anche nei dettagli. Ma c’era qualcosa di più. Ci meravigliammo, da subito, dell’assoluta identità; e trovammo addirittura inspiegabili certe coincidenze: tappezzerie uguali, pavimenti uguali, stucchi sul soffitto; ma questo era ancora niente. Tu, Anna, notasti dei particolari sconcertanti, che ci lasciarono allibiti: la tappezzeria, ad esempio, appariva, nelle stanze corrispondenti, scorticata o macchiata o sbiadita proprio negli stessi punti. Avevamo mandato giù Flavio a controllare. Noi chiedevamo di un dato particolare, e lui, ogni volta, ci rispondeva di sì, che di sotto era uguale; eravamo quasi senza fiato: anche le sconnessure delle piastrelle, i buchi nel pavimento, le macchie d’umidità; tutto corrispondeva alla perfezione! Persino l’ubicazione delle vecchie lenzuola nella stanza più grande e… non oso ricordarlo… quando stavamo per uscire, notai che contro un raggio di sole stavano danzando, nitidi, miriadi di granelli di polvere…"
"Continuo io, Franco. capisco la tua emozione. Bene, ci restava ancora il terzo piano da esplorare. Questa volta non c’erano simmetrie assurde: anche la scala era molto più stretta, ed era di legno. L’ultimo piano della villa doveva essere sicuramente l’abitazione della servitù.
Le camere erano ridotte, le pareti disadorne. Notammo subito che qui la luce penetrava liberamente dai vetri opachi delle finestre. Non c’erano persiane, bensì ante di ferro, aperte. L’umido non aveva aggredito né i muri né i soffitti; si sentiva distintamente uno sbalzo di temperatura rispetto al resto della villa: ci saranno stati circa cinque o sei gradi di più. Salimmo anche in soffitta, o meglio nel sottotetto, per mezzo di una ripida scaletta a chiocciola. Lì il caldo era insopportabile: scendemmo subito, per non prenderci un bel raffreddore, con tutti quegli sbalzi!
Anna fu, allora, la prima a sentirlo. Un sibilo acuto, dapprima, poi un suono più dolce, quasi… quasi una nota bassa tenuta da un flauto. Un richiamo improvviso, misterioso, ci attirava di sotto. Ci ordinava, sì, CI ORDINAVA di scendere. E scendemmo svelti le scale, quasi correndo.
In un angolo buio del sottoscala, nel salone di pianterreno, c’era una porticina bianca di legno, non certo facile a trovarsi per chi non ne avesse conosciuto l’esistenza.
Le fessure non si distinguevano: che fosse una porta lo indicava solo una maniglia ad occhiello, d’ancor lucido ottone. L’aprimmo. Cigolò in modo sinistro. Fummo investiti da un’ondata di gelo umido: credemmo d’essere sull’uscio di un gigantesco congelatore.
S’era aperto ai nostri occhi il buio freddo dei sotterranei. La torcia di Flavio s’era indebolita: non l’avevamo tenuta accesa per molto, ma dovette sostituire le pile.
Scendere là sotto richiedeva un coraggio non comune, ma noi eravamo come ipnotizzati, incantati, attirati irresistibilmente da quel misterioso richiamo e scendemmo quasi in stato di ‘trance’, Flavio davanti e noialtri addossati a lui.
Le ragnatele non si potevano contare. I gradini, di legno, erano interminabili: i nostri passi rimbombavano all’edificio, e il suolo non arrivava, non lo vedevamo mai, alla luce sempre intensa della torcia. Chiunque sarebbe risalito in fretta, il più presto possibile, prima di cacciarci in un guaio irreparabile; e invece noi no: le nostre gambe ci portavano giù, giù, sempre più giù, per metri, ancora più in basso…
Non vorrei dire sciocchezze, ma credo che quando finalmente arrivammo a ‘toccare terra’, dalla porticina d’entrata ci avrà separato mezzo chilometro abbondante: non per nulla eravamo sfiniti.
saggiammo il… pavimento: era terra molle, argillosa. Per fortuna, a mano a mano che scendevamo, la temperatura si rialzava: ora era accettabile, anche se l’umidità ci tagliava le poche forze rimasteci.
Flavio alzò la torca, ma di ‘soffitto’, nessuna traccia. Ci stringemmo: all’iniziale incoscienza cominciava a subentrare il terrore.
Cadevano qua e là grosse gocce fredde, toccando il suolo con un secco rumore. dovevamo essere dentro ad un’enorme cavità sotterranea, una grotta gigantesca, smisurata, dalla volta alta più dei più alti grattacieli…
Dov’erano i confini di quel mondo tenebroso?…
Anna, ti prego, lo so che per te è più duro che per noi raccontare, perché tu devi finire, ma cerca di andare avanti, ti prego…"
"Cercherò, Aurelia. Però, ragazzi, non chiedetemi nessun perché, non chiedetemelo mai, e non chiedetelo neppure a voi stessi, mai… Dio mio, non so se ce la farò a proseguire…
Fu allora, fu allora, quando ci domandavamo smarriti dove mai potessimo trovarci, fu allora che… sì, la torcia…, la torcia si spense di colpo! Tu, Flavio, protestavi che era impossibile, le pile erano potentissime, di durata illimitata!
Eppure… si spense, all’improvviso, e piombò su di noi il buio più nero che si possa immaginare.
Cercammo di stringerci e di rincuorarci; noi ragazze non so come facemmo a sopportare. Poi… Quel rumore! Ah, quel rumore atroce! Ce l’ho ancora nelle orecchie, mi tormenta ancora! Un cigolio, uno stridio acuto, un tonfo secco, subito ingigantito da un’eco smisurata, interminabile… S’era rinchiusa la porticina di legno!…
I nostri respiri affannosi attendevano un evento arcano, un’apparizione improvvisa… Ci stringemmo ancora più forte, pieni di terrore. Trattenemmo per un lungo attimo il fiato. Passi… Qualcuno s’avvicinava…e un alito caldo, come una vampa di fuoco portata dal ven-to del deserto, ci investe, ci dilania la mente…
No, no, vi prego, non cerchiamo nessuna spiegazione! Accontentiamoci di essere ancora vivi, ci basti questo!…
E allora… allora vedemmo, all’improvviso, sorgere delle immagini dal buio, concretizzarsi dal nulla, porsi di fronte a noi.
Erano quattro schermi distinti, proprio come quelli del cinema, e ognuno… ognuno mostrava a ciascuno di noi la sua vita, sì, gli episodi più importanti della sua vita… procedendo all’indietro, dal passato più recente fino… fino al giorno della sua nascita!…
La voce!… La voce di quel qualcuno che s’era avvicinato risuonò all’improvviso dura, metallica, disumana. Parlava un linguaggio incomprensibile, emetteva dei suoni distorni, alcuni acutissimi, seguiti da altri bassissimi, in un’alternanza fastidiosa, che faceva male alle orecchie. Ci sentivamo a poco a poco trasfigurare, disumanare. Eravamo come inconsistenti, immateriali, scorporati, fusi nel nero. ci sembrava di girare in tondo, come quei granelli di polvere danzanti dentro un raggio di sole. Non esistevamo più. E non esisteva più il tempo: parevano cancellati tutti gli istanti che lo formano; e subentrava una dimensione unica, uno spazio incurvato che ci risucchiava e ci imprigionava.
Non avevamo più alcuna coscienza del nostro corpo fisico. ci pareva di nullificarci, di passare nell’oscuro Regno della Morte. Forse eravamo già morti. Giravamo, veloci, velocissimi, entro un vortice che ci strappava dal reale e ci portava nel mistero d’una dimensione sconosciuta.
Ma ecco: si sentì di nuovo quella voce inumana. e allora uscimmo, come da un gorgo, come da un risucchio creatosi nel vuoto: il nulla ci aveva risputato. E ci ritrovammo con i nostri corpi, vivi, nell’enorme sotterraneo dell’antro.
La voce parlava. Gli schermi ricomparvero. questa volta non si distinguevano bene le immagini: era tutto sfocato. si vedevano solo quattro puntini, e, come un vortice oscuro che prendeva a gridare, e li assorbiva a sé, imprigionandoli. Pensammo tutti la stessa cosa: certo, quei quattro puntini eravamo noi, e gli schermi proiettavano quanto s’era svolto poco prima.
Non potevamo aprir bocca: i nostri cervelli erano in fiamme. E di improvviso venne la luce. Una luce irreale, fantastica, violetta, intermittente, come quella dei lampi durante un temporale… Pareva emanata dalle rocce stesse di quella ciclopica cavità in cui eravamo immersi.
Sulle rocce brillavano stupendi minerali. eravamo in un magico antro, stavamo vivendo una fiaba divenuta realtà… o che cos’altro?
No, no, no, è un incubo, un incubo orrendo! Scusatemi, amici, ma non ce la faccio più! son già sette volte che ripetiamo questa storia, un po’ a turno, seduti a questo tavolino maledetto uscito chissà da dove. Basta! Quando finirà, eh? Che condanna abbiamo subito? Quando usciremo di qui? Basta, non ce la faccio più! Il tempo non passa mai. Chi è che l’ha rubato? dov’è, dov’è il tempo? È forse qui, in questo sotterraneo della villa? E qui che c’è il gran segreto?… Tutti quei misteri… Ce ne avevano parlato, ma noi niente… Ci avevamo riso sopra. E adesso siamo qui, e quand’è che usciremo? Siamo condannati a stare qui, a ripetere la nostra storia per sempre! È già la settima volta che la ripetiamo. Basta! Su, dite qualcosa, vi prego, parlate! Flavio, tu che sei il più coraggioso, di’ qualcosa, ti prego, su, parla! …"
"Una voluta marmorea mezzo divorata dal tempo e dall’incuria campeggiava solitaria…"
DISSOLUZIONI PROGRESSIVE
"Gli specchi dovrebbero
riflettere un momentino,
prima di riflettere le
immagini."
(J. COCTEAU: Des beaux-arts)
I.
Giro lento la maniglia. Apro la porta. Mi faccio avanti sulla soglia.
Entro. Mi volto. Chiudo la porta. Mi rivolto. Avanzo. Piano.
Meccanicamente. Avanzo. Fino allo specchio. Mi fermo. Alzo lo sguardo.
Mi guardo. Mi fisso. Apro gli occhi. Spalanco gli occhi.
Socchiudo gli occhi. Sorrido. Ghigno. Sto serio. Mi contemplo. Mi scruto. Mi osservo. Da tutti i lati. Intensamente. Mi compenetro nell’immagine riflessa.
E… ad un tratto… Sento. Sento. Sento.
Sensazione strana. Calore. Calore. Ecco: molto debole, dal basso. Ora di più: discretamente avvertibile. Ora di più: Ora di più: medio. Ora di più. Ora di più. Già forte. Forte. Ora di più ancora: molto forte. Ora di più ancora: fortissimo. Sempre di più, sempre di più: insopportabile. Sempre di più: tremendo. Ora… ahhh!… bruciante!
II.
Ansimo. Traspiro. sudo. Trasudo. Grondo. Da tutti i pori. Colo. Mi disciolgo. Vengo meno. Mi destabilizzo. Mi effondo. Mi diffondo. Mi estendo. Mi slego. Mi allungo. Mi dispaio.
Mi disloco. Mi dispiego. Mi fondo. Mi liquefo. Mi squaglio. Mi diluisco. Mi stempero. Mi disperdo. Mi dissipo. Mi diramo.
III.
(Cessa gradualmente il calore. a poco a poco ritorna la temperatura normale).
Mi aduno. Mi aggrego. Mi riunisco. Mi coagulo. Mi rassodo. Mi rapprendo. Mi rappiglio. Mi rassegno. Mi concreto. Mi ricemento. Mi riassesto.
Mi asciugo. Mi astergo. Mi detergo. Ecco: bene. Ancora.
Ancora. Ma ora… Troppo! No! No! Troppo! Troppo! Troppo!…
Discoloro. Impallidisco. Illanguidisco. M’indebolisco.
Mi dissecco. Mi essicco. Mi disidrato. Mi asciugo. Mi prosciugo. Mi dissanguo. Mi astringo. Mi contraggo. Mi restringo. Mi desquamo. Mi crepo. Mi veno.
Mi buco. Mi corrompo. Mi deterioro. Mi danneggio. Mi guasto. Mi decompongo. Fermento. M’infradicio. Imputridisco. Marcisco. Incancrenisco. Irrancidisco. Mi baco. Mi altero. Suppuro. Mi discosto. Mi allontano. Mi disgrego. Mi smantello. Mi dilacero. Mi sbrindello. Non più carne: mi riduco a quattro ossa…
Mi astringo. Mi contraggo. Mi restringo. Sminuisco. Diminuisco. Mi abbasso. Mi abbrevio. Mi accorcio. Rimpicciolisco. A vista d’occhio…
Mi assottiglio. Mi decurto. Ed ecco: mi dissocio. Mi separo. Mi spaio. Mi scompongo. Mi divido. Mi distacco. Mi disgiungo Mi disseziono. Mi dissaldo. Mi dirompo. Mi scompagno. Mi scorporo. Mi scombino.
Mi decalcifico. Mi disunisco. Son corroso. Mi spezzo. Mi scindo. Mi frantumo. Mi sbriciolo. Mi sfarino. Mi disintegro. Mi polverizzo. Mi minimizzo. Sparisco. Dispaio. Scompaio alla vista. Mi dissolvo. Evaporo. Svanisco…
Sono cellula infinitesimale. Molecola anormale. Mi atomizzo. Mi riduco a due particelle elementari. Interagisco. Annichilisco.
IV
La grande specchiera esplose istantaneamente in mille pezzi. I frantumi vennero proiettati con violenza inaudita in ogni punto della stanza. Ruppero i vetri della libreria, i vetri dei quadri e della cristalliera, rovesciarono i vasi e i paralumi, fecero scoppiare le lampadine del lampadario a gocce, si piantarono profondamente nel divano e nelle poltrone, graffiarono il soffitto, strapparono la tappezzeria.
Si creò un risucchio che fece spalancare di colpo la finestra, spaccando i vetri.
E una forma strana, grigiastra, grande come un pugno chiuso, con un sibilo sottile uscì fuori, velocissima, disperdendosi in un baleno oltre gli alberi, oltre i palazzi vicini, su, sempre più si, in alto nel cielo d’agosto…
TEMPO DA LUPI
"…la vera solitudine
è una cella intollerabile."
(C. PAVESE: Prima che il gallo canti)
Le Pleiadi erano tramontate dietro le vette oscure; la luna era offuscata da fredde nubi salenti alle montagne; mezzanotte abbracciava il piccolo paese adagiato sul colle.
Era solo metà settembre, ma un vento già pungente spezzava le stradine deserte, vorticava sull’erta del cimitero, portava a tratti veli di foschia che passavano, dileguandosi rapidi, contro la luce dei radi lampioni. Gli involucri delle fioche lampadine, tormentati dal vento, facevano stridere come banderuole arrugginite i supporti metallici. Si creavano effetti spettrali di ombre: profili di esseri satanici, braccia smisurate, dita nodose e contorte, arti di sghembo, deformi, si proiettavano sulla facciata della schiena e sui muri delle case vicine.
Anna dava calci a una lattina vuota di ‘Coca Cola’ sulla piazzetta del sagrato. Era uscita di casa in punta di piedi, badando bene a non pestare la coda di Dick, sdraiato accanto al portone. Nel buio, il cane l’aveva fiutata, guaendo piano.
Anche gli ultimi villeggianti erano andati via, spinti da quel repentino inizio d’autunno. Un’atmosfera lugubre di abbandono gravava sul paese e invitava a non mettere piede fuori casa appena calava la sera.
Anna era sola. Aveva voluto uscire per scaricarsi i nervi. Le amiche non c’erano più, tornavano solamente la domenica; tutta la settimana da sola era lunga da passare; un’estate troncata in quel modo non la mandava giù davvero…
Anna era abbacchiata. Avrebbe voluto – pensava – cucirsi addosso un bozzolo, un soffice cuscino di fili di seta, avvolgente, e passarvi in letargo, in un bel posto riparato, tutto l’autunno e l’inverno, e destarsi a primavera già iniziata…
Si udiva di lontano l’abbaiare di un cane, cui rispondeva, più vicino, un altro cane; quello quasi furioso, questo molto più pacato.
"Tempo da lupi, magari lupi mannari!…"
La ragazza sentì un brivido salirle la schiena. si scosse, si strinse nel maglione.
"Sarà meglio che rientri a casa" pensò. Stava per attraversare il sagrato, quando con la coda dell’occhio scorse un bagliore. Si voltò verso la stradina in discesa che portava al cimitero, e vide due puntini rossi, luminosissimi, che si accendevano e si spegnavano a intervalli regolari.
"Cos’è?… Sarà una macchina che fa segnali strani… C’è la mania di metterci sopra un sacco di luci inutili, oggi… Eppure, sono troppo alte… Di qui non si riesce a vedere niente… E se fosse un U.F.O.?… Pensa che bello: un incontro ravvicinato del terzo tipo con un E.T.! La coraggiosa scopritrice di civiltà extraterrestri! Mi metterebbero su tutti i giornali,, diventerei famosa. speriamo che siano buoni, però… Bah quasi quasi io vado a vedere più da vicino Se c’è pericolo, telo via subito!"
Anna cambiò direzione e iniziò la discesa del cimitero, a lunghi passi. Non aveva paura.
Le due luci rosse non si accendevano più. Oltrepassò l’ultimo lampione. Di lì in giù si vedeva ben poco: il vento aveva spento anche i tremolanti lumini dei morti.
"Appari, appari in fretta, U.F.O., che così poi me ne vado. Fa un freddo qui…"
Una folata di vento gelido alzò di foglie secche; un mulinello le fece vorticare accanto ad Anna; le sfiorarono il viso. La ragazza fece un gesto istintivo con la mano, come per scacciare una mosca fastidiosa. Strinse gli occhi, per ripararli dai granelli di polvere…
E c’erano! Un secondo, due… e quando riaprì gli occhi c’erano le luci rosse, erano lì, davanti a lei, alte, altissime, più di due metri da terra; brillavano sfolgoranti, parevano spie di mondi lontanissimi, dietro i fitti rami di un cipresso. Ora si spegnevano, ora tornavano a brillare.
Anna si avvicinò meccanicamente e la ‘cosa’ sbucò da dietro all’albero, Un cilindro nero, altissimo. La ragazza fece un passo all’indietro, si voltò, fece per scappare. Un brontolio acuto e stridulo ruppe il silenzio, poi… una voce:
"Anna, oh, Anna… aspetta! Dove corri? Sono io, aspetta, sono Sergio! Fermati!
"Cosa?" Anna si voltò "Chi? Sergio?…"
"Ma sì, Sergio… Santini. Così conciato non mi riconosci di certo! sono anche un po’ giù di voce, ho una mezza bronchite; però dalla voce dovresti conoscermi lo stesso… Ti ho fatto prendere una bella strizza, vero?"
Anche ridiscese verso di lui. Era nera.
"Oh, Sergio, brutto… Non ti dico cosa, va’! A momenti mi facevi crepare, idiota!
"Va be’, scusa, dai" balbetto la voce strana dentro il cilindro "sei capitata tu, come poteva capitare un altro."
"Ma cosa ti è saltato in testa?" continuò Anna che vuole sfogarsi per bene "Certo che da te c’era anche da aspettarselo: non sei stato troppo furbo."
"Su, dai, Anna, non prendertela troppo!"
"E mi dice anche di non prendermela, ‘sto scemo; per poco resto secca!"
"Però il coraggio di venire fin qui a mezzanotte passata e con ‘sto tempo ce l’hai avuto, eh?" si riprese Sergio "Che cosa ci facevi, a proposito, qui dal cimitero?"
"Son fatti miei" troncò seccata la ragazza.
"E non si possono sapere neanche un po’?"
"E sì che li vado a raccontare a uno che si veste da tubo della stufa! Togliti quell’armamentario da dosso, almeno!"
"Non posso" si giustifico subito il giovane "bisogna che mi aiuti qualcuno."
"Ti aiuto io" intervenne pronta Anna e gli si fece vicino.
"No, no, sta’ ferma, per carità!" urlò Sergio arretrando.
"Ma cosa gridi? Va be’ non ti tocco, sta’ tranquillo!"
"Eh, no, scusa… Vedi: bisogna che qualcuno salga in alto e mi sfili da sopra il cilindro.
"E quando te lo levi?" insistette Anna.
"Tra un po’ scendo giù dallo stradone e vado a casa di Aldo; mi aspetta per la mezza."
"Buono, quello! Dev’essere del tuo livello, come intelligenza."
"Ma cos’hai stasera, di’?! Sei proprio incavolata nera?"
"No che non sono arrabbiata; sei tu che mi fai uscire fuori di testa. Guarda che idea, spaventare i poveri cristi che passano di qui!… E poi com’è che fai a respirare dentro quel cos lì? E da dove ci vedi?"
"C’è un’apertura in cima e ci sono dei buchetti ai lati: non soffoco, sta’ tranquilla. Poi, con questo vento… entra anche qui dentro… Vedere, ci vedo da due buchetti sotto gli occhi lampeggianti."
"Ma come fai a essere così alto?" chiede ancora Anna "Va be’ che tu sei già un gigante, però…"
"Eh, mi son costruito delle scarpe speciali, cara mia. Quindici centi-metri di spessore attaccati alla suola. Mostruoso, no?"
"Accidenti! E non cadi camminando?"
"No, vado piano piano, a passetti corti."
"E quegli occhi rossi lì?" Anna indicò le due luci.
"Sono due LED collegati a una batteria che ho in tasca."
"Due che?"
"Sì, due diodi emettitori di luce: due specie di spie luminose di un circuito elettronico. Ingegnoso, no? Questo lo ha progettato Aldo."
"Ma tutto quell’armamentario lì non ti pesa addosso?" la curiosità della ragazza voleva essere appagata fino in fondo.
"Macché, è leggerissimo; è compensato. e poi il ‘costume’ me lo sono portato da casa e me lo sono infilato qui sul posto. Vedessi dentro… C’è un sistema di maniglie per alzarlo quando cammino. Lo tengo sollevato pochissimo dal suolo, così quando mi muovo a piccoli passo sembra che voli sul terreno… Forte, eh? Guarda!"
Sergio si mosse davanti ad Anna. La ragazza sorrise, scuotendo la testa.
Ci fu una breve pausa. Sergio si raschiò la gola, emettendo versi cavernosi, strani, che fecero trasalire Anna. Il giovane se ne accorse e cercò di riprendere subito la conversazione:
"Allora, non me lo vuoi proprio dire cosa facevi qui a quest’ora?… Qualche incontro segreto, eh?"
"Ma va’, va’! Non riuscivo a dormire, ecco. Non ho digerito bene stasera, e sono uscita a fare quattro passo. Ero su in piazza; poi ho visto te… cioè quelle due luci rosse lì."
"E sei scesa con ‘sto freddo? Non l’avevi paura?"
"Uffa, basta!" la pazienza della giovane era al limite "Di’ tu, piuttosto, che gusto ci provavi a star nascosto dietro un albero e a spaventare la gente conciato così?! E poi, che gente? Non c’era anima viva stasera, tranne me e te. Sono andati già tutti via…"
"Beh, se non altro tu c’eri e sei venuta. Ne è valsa la pena di aspettare, come vedi!"
"Scemo!"
"Su, dai, non fare di nuovo i musi… Anch’io, sai, non riuscivo a stare in casa… Avevo voglia di vedere qualcuno, di parlare, di sfogarmi un po’. Ero già venuto su in macchina, ma c’era tutto deserto. Così son tornato a piedi, portandomi dietro il ‘costume’. Avrei fatto qualche scherzo, per tirarmi un po’ su… Mi sentivo strano, depresso, isolato più che mai…"
"Ma scusa, Sergio, se sei tu che te ne vuoi stare sempre da solo! Quante volte avresti potuto venire con la nostra compagnia e non hai voluto? Te l’abbiamo chiesto un sacco di volte se venivi. Ti siamo così antipatici?"
"No, no, per niente. E’ che, tu lo sai, sono sempre stato un tipo un po’ strano. Sto sempre chiuso in casa, non vedo quasi mai nessuno, tranne un po’ Aldo. Non mi è mai piaciuto stare nel branco… con la gente, voglio dire. Preferisco isolarmi e meditare."
"E su cosa mediti?" chiese incuriosita Anna.
La voce dentro il cilindro si fece ancora più cupa; con una venatura sottile, si avvertiva di tristezza:
"L’assurdità della vita, il non-senso implicito nell’essere. Essere, poi, che cosa? Meglio mille volte non-essere, l’essere puto, purissimo nulla…"
"Ah, anche filosofo! Non sapevo che arrivassi a tanto. Mi sorprendi con delle qualità nascoste!"
"Oh, sì, Anna, sapessi quante qualità nascoste che ho io, e che non sono mai riuscito a tirare fuori, e che adesso è troppo tardi…"
Sergio parve fermato da un groppo alla gola.
"Troppo tardi per cosa?" intervenne pronta Anna "Potresti invece provare a cambiare, che sei ancora in tempo. Comincia a frequentare un po’ di più la gente, già per una; vienici a trovare la domenica, quando ci riuniamo in piazza…"
"Mah, non so se potrò… La domenica scrivo tutto il giorno."
"Ah, sì? E cosa scrivi? Poesia d’amore, confessa!"
"No, no. Scrivo piccoli sfoghi, brevi prose su quello che sento di dentro o che mi passa per la testa… Vuoi sentirne uno?" azzardò Sergio.
"E sentiamo" accondiscese la ragazza.
"Ecco… aspetta."
Il cilindro fece un piccolo movimento avanti. Pareva si volesse mettere in posa. La voce di dentro, sempre più rauca e cavernosa, iniziò lentamente a recitare:
""Estollere… che cosa, poi? Un’ombra, una semplice ombra. Estollere un’ombra ai vertici più puri dell’Arte. Un fantasima: una creatura incorporea. ma duracina, tenacemente attaccata all’osso del cervello. E rendere essoterica la tua idea, comunicarla a migliaia di persone, facendole ostie di una mistica ‘agape’ consumata ogni notte un poco accanto a una lampada accesa."
Il cilindro fece un movimento all’indietro.
"Eh, che te ne pare?" chiese Sergio.
Anna restò un attimo perplessa, poi:
"Però," disse "e chi l’avrebbe detto che Santini avesse un cervellone così grosso? Mi fai restare senza parole… Oddio, non è che l’abbia capito molto, c’erano un sacco di parole difficili, però era bello, sul serio!"
"Ti è piaciuto davvero? sinceramente?"
"Sì, sì, ho sentito che era bello. Bravo, davvero…"
"Vedi, solo uno che si isola, solo uno diverso dagli altri può scrivere queste cose. A chi è normale non vengono neppure in mente. solo che il pezzo è il tormento interiore, è il sentirsi quotidianamente disumanare, il diventare altro da te stesso, e non poter farci nulla, non poter più fermare questa tragica metamorfosi… Tra vita interiore e realtà si forma un baratro insondabile, tanto è profondo… E io non posso sfuggire a quella parte di me stesso che mi tiene prigioniero. Non posso, capisci? Non posso, non posso, non posso!!"
"Calmati adesso." Anna cominciava a preoccuparsi di quelle strane modulazioni nella voce di Sergio. "Guarda, Sergio," continuò "per me, se ti devo dire la verità, o perlomeno quello che penso, sei tu che non vuoi apposta uscire da questa situazione. Se no, ci avresti già provato concretamente, non ti pare? Si vede che, bene o male, ti piace adagiarti in questa tua condizione. Ne convieni?… Ma che freddo, accidenti!"
Anna si alzò il collo del maglione. Sergio non parlava più. Il vento s’era fatto ancora più pungente, quasi gelido; l’inverno sembrava calare a grandi passi dalle montagne nere. Un refolo piegò le cime dei cipressi. Le foglie già secche vorticavano senza requie.
La grossa nube scura che copriva la luna partì a un tratto verso nord. Si scoprì un plenilunio pallido, etico, moribondo. Anna udì un guaito. Forte, stridulo, acuto, vicino, vicinissimo: ma non c’erano cani lì intorno. Al guaito fece subito eco un abbaiare furioso: tutti i cani dei dintorni parevano impazziti e il vento accavallava i loro urli disperati, li ripeteva, li variava, li modulava. Ed ecco: il nero, altissimo cilindro in cui era rinchiuso Sergio prese a ruotare su se stesso; dapprima lentamente, poi più veloce, più veloce, poi ancora più veloce…
"Sergio, cosa hai?" chiese Anna con un filo di voce.
Ma il giovane non rispondeva: continuava a ruotare su se stesso; ora invertiva la direzione; ora s’arrestava, faceva due passi indietro, uno avanti, s’inclinava leggermente, riprendeva a ruotare…
"È meglio andare via da qui…" balbettò Anna, ma la sua curiosità era talmente forte che vinceva anche la paura; o perlomeno l’attenuava e stette ancora a guardare. Ora il cilindro si dirigeva verso il cancello del cimitero; ora tornava indietro, paurosamente proteso in avanti; ora ascoltava il concerto fastidiosi dei cani; ora…
Uno schianto, all’improvviso, un rumore di legno che si spacca. E la parte posteriore del cilindro cedette: il compensato non aveva retto a tutti quei movimenti forsennati.
"Oh, Sergio, spacchi tutto? Guarda che…"
Anna ammutolì. Alla luce debolissima della luna aveva scorto una massa biancastra fuoriuscire dalla parte rotta del cilindro. S’avvicinò. Una coda, una grossa coda di lupo pendeva in fondo alla schiena di Sergio! L’urlo straziante di Anna fu subito disperso da una forte folata di vento. La ragazza indietreggiò, gli occhi spalancati dal terrore, mentre gli occhi di quell’essere mostruoso mandavano lampi d’un rosso trafiggente le carni. Si volse verso la salita.
Anna cercò di scappare, ma era come inchiodata al terreno; si verificava ciò che avviene solo negli incubi più spaventosi: voler fuggire e non riuscire ad avanzare neppure di un metro, restare come paralizzati, mentre un sottile filo di gelo s’insinua nel corpo.
"Ferrrrrna!" ruggì una voce irreale: pareva un cane che volesse parlare digrignando i denti.
Anna si voltò. Un secco schianto e il cilindro di compensato andò in mille pezzi. La maschera verde del terrore si plasmò sul volto della ragazza deformandolo. Cerco disperatamente di fuggire; e questa volta riuscì a muoversi, riuscì a volare su dalla salita del cimitero. Ma fece solo pochi metri e l’orrendo licantropo la afferrò per una caviglia, facendola cadere. La morsa dell’artiglio peloso trascinò indietro Anna, svenuta, fino a un particello dietro al camposanto.
Il licantropo rialzò la ragazza, le mise una zampa dietro la schiena per sorreggerla, con l’altra zampa le tolse i capelli calati sul viso; esitò un attimo, poi le affondò nel collo dei canini mostruosi, appuntiti come daghe, e con gl’incisivi strappò la carne, cavandole tutto il sangue dal corpo…
La luna s’oscurò di nuovo. Il vento cessò quasi all’improvviso.
Si sentì, squillante e pulito, il rintocco della mezza.
Il mostro, lordo di sangue, si avviò giù dalla discesa, scomparendo nel buio dello stradone.
Dick, il cane di Anna, guaiva disperato, raschiando la porta con la zampa.
LA GATTA DI CATERINA
"Temo che gli animali vedano nell’uomo un
essere loro uguale che ha perduto in maniera
estremamente pericolosa il sano intelletto ani-
male…"
(F. Nietzsche: La gaia scienza)
Caterina accarezzava Katy, la vecchia gatta persiana di diciott’anni sua compagna inseparabile fin quasi dalla nascita.
La teneva in grembo, seduta sul divano; le dava leggere grattatine sulla testa, e la gatta rispondeva alle sue attenzioni con un intenso incessante "ron-ron".
Caterina era all’ultima pagina di un libro sugli animali: da qualche tempo si interessava assiduamente di etologia.
"…Quando la morte di un uomo avviene in un modo inspiegabile a rigor di logica, siamo in genere portati a fare le più strane illazioni, i collegamenti più arditi; a darne la responsabilità ad eventi o cose o persone in apparenza del tutto estranei al fatto. O anche ad animali.
Una volta, e non son nemmeno tanti anni fa, un intero paesino del Galles, vicino alla città di Montgomery, incolpò un asino d’aver accoppato il padrone dal quale era maltratto.
Avevano trovato l’uomo con la testa fracassata, e sulla fronte era orrendamente stampata l’impronta di uno zoccolo.
Solo, che il giorno dell’assassinio Ass – questo era il nome dell’asino – si trovava in una stalla a più di duecento miglia di distanza, perché era stato venduto dal padrone il giorno prima ad un allevatore scozzese.
Le voci che correvano in paese giunsero anche al nuovo proprietario, il quale, preso da uno strano presentimento, corse nella stalla dov’era Ass.
Da allora la voce popolare diede per certo che ad uccidere il crudele padron Ashbee fosse stato proprio l’asino maltrattato. […]
[…] Del resto, che dire delle incredibili superstizioni che portarono alla decimazione dei gatti europei nel Medioevo e oltre, fino agli albori dell’Età Contemporanea?
Una vera e propria strage di felini, arsi vivi a decine per volta nei roghi che illuminavano le piazze, magari insieme a vecchie megere accusate senza il minimo fondamento di stregoneria.
La paura dell’ignoto, che tutti proviamo anche se non siamo disposti ad ammetterlo, ci ottenebra la ragione e ci fa scaricare su esseri indifesi le colpe che spesso noi stessi commettiamo, o saremo comunque disposti a commettere.
Gli animali non hanno la coscienza del Male: il demonio informe che è in ogni uomo può prender vita, se è animato dal soffio venefico di un’idea distorta.
Gli animali ci guardano, solamente, e ci giudicano, muti misuratori delle nostre colpe."
Caterina si scosse: quelle righe le avevano destato i brividi. E si sentì una fitta alla mano: Katy l’aveva graffiata.
Il libro cadde per terra. La gatta saltò giù e salì sul tavolo dov’era la sua cesta.
"Ma cosa le avrò fatto? Non aveva mai fatto così da chissà quanto!… Cosa le è preso?"
Mentre pensava così, la giovane vide un mucchietto di peli bianchi, tutti uniti, sulle sue ginocchia.
Un altro ciuffo di peli le era rimasto sotto le lunghe unghie smaltate di viola.
"Katy, vieni qui, cosa ti ho fatto, eh? Fa’ vedere!"
Si alzò e andò vicino alla gatta. Katy la fissò con occhi strani, gelidi, di un giallo cupo, cattivo. E Caterina vide una chiazza bianca sulla testa della gatta, a sinistra, un po’ sotto l’orecchio. Le aveva strappato un ciuffo di peli, del tutto involontariamente.
"Scusa, Katy, non l’ho fatto apposta, credi! Accidenti, com’è stato?… Ma guarda un po’ cosa di combina ‘sta Caterina, eh?… Beh, ti ricresceranno presto… Facciamo la pace, adesso, vuoi?"
Fece per accarezzarla, ma la vecchia gatta s’inarcò, minacciosa.. soffiò due volte di seguito; le si rizzarono i peli sulla schiena, la coda si gonfiò.
"Non mi credi, eh? Beh, arrangiati… Io ho fretta."
Caterina andò in bagno e si disinfettò. Poi andò in camera sua. Doveva farsi bella, passava a prenderla Mino tra un quarto d’ora.
Si cambiò, si ritoccò il trucco, prese la spazzola per pettinarsi, andò allo specchio.
Uno, due colpi, tre…
Un gemito soffocato rimbalzò tra le strette mura della stanza. La ragazza guardava la spazzola, terrorizzata. Un’enorme, lunghissima ciocca di capelli biondi vi era rimasta avvolta; la parte terminale pen-zolava nel vuoto.
Caterina non aveva coraggio di guardarsi. Strinse gli occhi, si fece animo, alzò la testa, li riaprì. Una vampa elettrica la investì, salendo pungente dalla punta dei piedi fino alla sommità del capo. Un vuoto, un’enorme chiazza bianca le si era aperta sulla tempia sinistra.
Le mani furono prese da un tremito convulso, la spazzola cadde a terra, con la sua triste preda. La povera Caterina si affondava le unghie nelle braccia, disperata. Singhiozzava.
Ebbe ancora la forza d’animo di guardarsi. S’asciugò gli occhi. E riflessi dallo specchio, la ragazza vide gli occhi della gatta, accovacciata sul letto, mandare cupi lancinanti bagliori topazio.
POST SCRIPTUM
Quasi tutti i principali temi cari alla letteratura del fantastico e dell’orrore sono presenti in questi racconti: il tema del "doppio" (Il buco nel muro), della donna indemoniata (L’angelo della Perdizione), della perdita del senso del tempo e dello spazio (La villa del Tempo), dell’autodistruzione (Dissoluzioni progressive) e Nero), del licantropo (Tempo da lupi), dell’animale-demonio (La gatta di Caterina), del vampiro (Il giovane e il vecchio esteta), dell’incubo notturno (Scotofobia), del demonio (La casetta prefabbricata), della strega (L’Arma della Fata).
Scritti in un arco di tempo che va dal 1979 ad oggi, molti dei racconti seguono la regola della ‘misura breve’, già teorizzata da E.A. Poe, per non annoiare il lettore e per concentrare di più l’azione, con i classici ‘colpi di scena’.
Racconti di misteri (1979-81) e I racconti del sabato (1983) sono i titoli delle due raccolte che comprendevano in origine, tranne Scotofobia, La casetta prefabbricata e L’Arma della Fata, scritti di recente, tutte le altre narrazioni.
Lauretao in Lettere antiche, filologo classico, MARCO PENNONE (Savona 1955), è soprattutto poeta, pluripremiato e segnalato in decine di concorsi nazionale ed internazionali. Ha edito finora quattro sillogi poetiche ed è presente in oltre sessanta pubblicazioni antologiche.
La passione per la letteratura dell’orrore gli è stata trasmessa dalla lettura di Poe, Hoffmann, Maupassant e di vari altri autori, e si è sviluppata parallelamente all’interesse per i film dello stesso genere.
Progetto grafico, copertina: © Melinda Tamás-Tarr Bonani
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Printed in Italy
Pubblicazione artigianale
Finito di stampare nel mese di agosto 1998
© Copyright 1998 by OSVALDO VALENTI - © Copyright 1998 by "OSSERVATORIO LETTERARIO – Ferrara e l’Altrove" Edizione O.L.F.A. A cura del Direttore Editoriale - Supplemento dell’antologia "Le stagioni del viaggio"
Stampato in proprio presso la Redazione:
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Edizione ai sensi di Legge art. 4 D.P.R. n. 633/72 e successive modifiche.
Attività editoriale a norma degli art. 18 e 19, Legge sulla stampa n. 416/81.
Il presente volume è stato stampato in numero limitato di copie e viene distribuito su richiesta agli interessati dietro il pagamento del rimborso delle spese sostenute per la realizzazione.
È vietata la riproduzione anche parziale senza citare la fonte!
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