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O.L.F.A

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ANNO V NN. 19/20 MARZO-APRILE/MAGGIO-GIUGNO 2001 FERRARA

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LA PRIMAVERA DEI POPOLI 1848

Omaggio alla rivoluzione borghese e guerra d'indipendenza ungherese:

Coccarda di tricolore (rosso-bianco-verde) di Sándor Petőfi

15 marzo 1848 - 13 agosto 1849

- A cura di Melinda Tamás-Tarr Bonani -

 

Sándor (Sandro) Petőfi (1823-1849)

Litografia di Miklós (Nicola) Barabás, Museo Nazionale Ungherese di Budapest

Quando Ferdinando V aprì, nel novembre del 1847 la Dieta di Pozsony (oggi Bratislava - Pressburg in tedesco - dell'attuale Slovacchia,) nessuno poteva supporre che gli stati di Ungheria si stessero riunendo per l'ultima volta.

Le speranze dei sostenitori dell'instaurazione di una società borghese erano più che mai vive, tanto più che avevano la maggioranza - debole, ma indiscutibile - alla Camera bassa e che il loro portavoce era Lajos Kossuth eletto per la prima volta alla Dieta - il cui prestigio non poteva essere uguagliato sul versante dei conservatori. Alla Camera alta, parecchie personalità influenti - compreso il conte Lajos Batthyány, presidente del partito di opposizione - affermavano nei loro discorsi, di fronte a una maggioranza conservatrice, la necessità del cambiamento. Ma invano. Col passare del tempo, i segni premonitori dello scacco finale dell'opposizione si moltiplicavano. Anche il problema più pressante, l'abolizione completa e definitiva della servitù della gleba*, non era ancora regolato in modo soddisfacente. L'autorizzazione del riscatto dalle prestazioni servili (1840) nella maggioranza dei casi rimase lettera morta, tanto più che i servi della gleba che potevano disporre delle somme necessarie all'affrancamento dalle prestazioni signorili erano in effetti poco numerosi. Inoltre, i dibattiti dei primi mesi non portarono risultati concreti non solo per la resistenza dei conservatori, ma anche a causa della mancanza di unità e di fermezza da parte dei liberali.

La maggior parte dei medi proprietari, che soffriva di una penuria di danaro cronica, non poteva accettare la liberalizzazione dei suoi servi della gleba senza una contropartita e senza trovare un sistema che permettesse loro di compensare quella perdita. L'introduzione di una politica economica favorevole in grado di stimolare lo sviluppo dell'industria e di determinare, conseguentemente, una rapida crescita del mercato interno avrebbe offerto nuove possibilità per i prodotti agricoli. Ma una tale soluzione sarebbe stata impensabile fino a quando i liberali non avessero assunto la direzione della politica interna, assicuratisi il consenso delle masse contadine attraverso l'affrancamento dei servi della gleba, e non avessero conquistato il potere amministrativo.

La situazione si cambiò completamente nel marzo 1948. Ora guardiamo come scoppiò e si insediò la rivoluzione magiara:

La rivoluzione parigina del febbraio 1848 innescò un processo rivoluzionario inarrestabile che investì l'Europa centrale e nel marzo erano scoppiati violenti moti anche nell'Impero asburgico, minato dalla sua stessa composizione plurinazionale. Così l'ondata rivoluzionaria raggiunse Vienna il 13 marzo. Nei giorni successivi, diverse manifestazioni rivoluzionarie ebbero luogo a Pest [allora Buda e Pest non erano ancora unite cosa che avvenne soltanto nel 1873], a Milano, a Venezia.

János Arany (1817-1882)

Disegno di Petőfi del grande poeta ungherese ed amico.

 

Questa svolta imprevista permise ai liberali ungheresi anche senza assicurarsi l'appoggio preliminare delle masse contadine, di tentare di prendere le rendini nell'ambito degli affari interni del Paese. Lajos Kossuth ed i suoi seguaci non mancarono di approfittare della contingenza favorevole: il 15 marzo inviarono a Vienna una delegazione della Dieta, che rientrò dopo due giorni portando l'atto di nomina del conte Lajos Batthyány come capo del governo e con la promessa dell'imperatore di non approvare qualunque proposta di legge che la Dieta gli avesse sottoposto nei giorni seguenti.

I capi dei liberali erano consapevoli della necessità di agire rapidamente per conquistare le simpatie delle classi rurali, benché l'andamento della situazione permettesse loro di non tenerle in nessun conto. Così la Dieta si pronunciò il 15 marzo a favore del definitivo affrancamento dei servi della gleba e rovesciò a carico del Tesoro reale l'onere del risarcimento a favore dei proprietari terrieri. Tale presa di posizione in realtà non subì alcun ritardo poiché continuava ad aumentare l'influenza dei radicali, riuniti a Pest attorno al poeta Sándor Petőfi. Per indurre le masse a fare pressione sulla Dieta, essi diedero un tono estremamente radicale alle rivendicazioni del programma liberale conosciute sotto il nome di "Dodici Punti" della Gioventù di marzo. [Va ricordato, a titolo di esempio, che l'articolo col quale si rivendicava l'abolizione completa e definitiva della servitù della gleba non faceva menzione in alcun modo dell'eventuale compensazione, anche da parte del Tesoro reale, dei proprietari terrieri.]

Pest-Buda d'epoca: sulla riva opposta si estende la zona pianeggiante di Pest

 

Quando la notizia della rivoluzione di Vienna arrivò a Pest, Petőfi e i suoi amici mobilitarono nello spazio di poche ore le masse urbane e le decine di migliaia di contadini venuti a Pest per la fiera di San Giuseppe e fecero stampare, senza la preventiva autorizzazione i "Dodici Punti" ed il "Canto nazionale" [Nemzeti dal], famosa poesia rivoluzionaria di Petőfi con i versi iniziali: "In piedi Magiari, la Patria ci chiama!/ Il tempo è arrivato, adesso oppure mai!/ Rimaniamo schiavi o diventiamo liberi? / Questa è la domanda, scegliete ora! - /Al Dio dei Magiari / Giuriamo, / Giuriamo che più oltre / non saremo più schiavi!" [Trad. di M.T.T.B.] ; caratterizzata da un ardente patriottismo che imponeva la libertà di stampa; i radicali in seguito costrinsero il Consiglio municipale e il Consiglio di Luogotenenza ad accettare le loro rivendicazioni. Alla fine ottennero con la forza la liberazione immediata di Mihály Táncsics, un radicale imprigionato da più di un anno per aver preso le parti dei contadini.

Dopo i nuovi avvenimenti di Pest, la Dieta decise, il 15 marzo, che i servi della gleba dovessero essere affrancati senza alcun indugio dalle prestazioni a favore dei proprietari fondiari anche se il risarcimento si faceva attendere. Tale decisione, che aveva un'importanza rilevante per la situazione concreta del programma, fu seguita da tutta una serie di leggi che delineavano i contorni del cambiamento: creazione di un corpo legislativo rappresentativo, responsabilità del governo davanti al parlamento, autonomia dell'amministrazione interna, uguaglianza dei nobili e dei contadini davanti alla legge, abolizione della censura, creazione di una guardia nazionale, partecipazione di tutti i cittadini alle cariche pubbliche, soppressione la decima ecclesiastica,

I "Dodici punti"

 riunione dell'Ungheria e della Transilvania. Per mezzo delle leggi adottate, la Dieta creò così le condizioni per riunire le fasce sociali più diverse della società ungherese e compattarle verso l'instaurazione di una società borghese e verso lo sviluppo del paese.

Dopo la chiusura dell'ultima Dieta della storia ungherese, i ministri del governo Batthyány si dedicarono ai rispettivi impegni con la convinzione che l'applicazione delle leggi di marzo non avrebbero incontrato alcun serio ostacolo. Furono costretti tuttavia ad abbandonare ben presto il loro ottimismo e ad ammettere di avere sottovalutalo le mire controrivoluzionarie di Vienna. Benché fosse costretta a cedere, la corte conservava intatto il nucleo essenziale del suo potere - comprese le forze armate - e non era affatto disposta a rassegnarsi definitivamente al cambiamento di marzo.

È anche vero che adesso il movimento antiasburgico in Ungheria era molto più forte di quanto non lo fosse stato alla fine del XVIII secolo, cosicché anche la corte non poteva immaginare di ridurre il paese a uno stato di soggezione pari a quello precedente. L'Ungheria, da parte sua, non disponeva ancora della forza necessaria al mantenimento duraturo dell'autonomia amministrativa che aveva strappato nel marzo del 1848 solo per l'eccezionale coincidenza di circostanze estremamente favorevoli. Le difficoltà momentanee degli Asburgo mascheravano il pericolo di un nuovo intervento: le migliori unità dell'esercito imperiale erano occupate a reprimere le province dell'Italia del nord che si erano sollevate, mentre la stessa Vienna era

"Canto Nazionale" di Petőfi con le sue note aggiunte a mano:

"La prima copia tipografica della stampa libera ottenuta il 15 marzo 1848, il primo respiro della libertà magiara. Petőfi Sándor"

minacciata da sussulti rivoluzionari. Tali incidenti, comunque, erano lontani da indurre la corte ad accettare lo status quo con l'Ungheria: una conferenza segreta decise che la corte avrebbe dovuto continuare a dare segnali d'amicizia al governo Batthyány, aspettando il momento favorevole per mettere l'Ungheria al passo.

Le difficoltà alle quali il governo Batthyány doveva far fronte non cessarono di moltiplicarsi. La questione contadina si pose di nuovo in maniera pressante. Dopo le calorose testimonianze di riconoscenza seguite all'abolizione della servitù della gleba, i contadini reclamavano ora la soppressione dei pesi - che non erano dei pesi signorili veri e propri, ma che essi erano pur

sempre obbligati a rispettare - in cambio dell'uso delle terre non servili il cui regime non era stato in alcun modo modificato dalla Dieta di Pozsony. Le loro rivendicazioni si accompagnarono spesso al rifiuto dei servizi collettivi e perfino al tentativo di occupare delle terre. Il governo, però, non poteva assumersi la responsabilità di fare delle nuove concessioni ai contadini imponendo nuovi carichi al Tesoro reale, tanto più in quanto evidente che, a causa

Kassa (Kosiče della Slovacchia attuale), 25.3.1848: l'esposizione al municipio della bandiera ungherese di tricolore. (Bibl. Naz. Széchenyi di Budapest)

dell'insufficienza dei mezzi finanziari disponibili, l'indennizzo per l'abolizione delle prestazioni signorili si prolungava molto più del previsto, cosa che scoraggiava notevolmente la nobiltà terriera. I capi della rivolta, dunque, opposero almeno temporaneamente un rifiuto categorico alle rivendicazioni contadine, correndo il rischio, in tal modo, di compromettere nel tempo l'alleanza della nobiltà liberale con le classi rurali.

Il problema più pressante, però, era quello delle nazionalità. Accogliendo con entusiasmo le

Il popolo di Pest consegna alle autorità i "Dodici punti"

conquiste di marzo, i politici liberali e radicali delle minoranze etniche reclamarono fin dalle prime settimane di rivoluzione l'uguaglianza nazionale delle popolazioni non ungheresi. Il governo era pronto a soddisfare le loro rivendicazioni di ordine culturale o ecclesiastico, ma si rifiutava di riconoscere le etnie non ungheresi come nazioni propriamente dette e di far diventare i loro idiomi lingue ufficiali dei territori abitati dalle minoranze stesse. Di fatto, pur essendo stati inizialmente sostenitori del cambiamento, i politici delle minoranze nazionali - o almeno la maggior parte di essi - finirono poi con l'opporsi alla rivoluzione ungherese. Poiché essi non esitavano a fare causa comune con i contadini, beneficiarono ben presto del sostegno delle masse rurali, in particolare per il fatto che lo statuto dei contadini-soldati della Frontiera militare, croati, serbi e romeni, non era stato modificato dalla legge di marzo che aveva affrancati i servi della gleba. Questi, dunque, ben presto fecero eco ai moti nazionalisti scatenati dai politici. La situazione si inaspriva in modo irrimediabile: in giugno i serbi dell'Ungheria meridionale presero le armi contro la rivoluzione ungherese, seguiti in autunno dai croati, dagli slovacchi e dai romeni.

L'aggravarsi del problema delle nazionalità aveva costretto il governo a cominciare, dal mese di maggio, il reclutamento di unità armate - battaglioni di honvéd ("difensore della patria", soldato che serviva sotto la bandiera ungherese e non nell'armata austriaca) - per difendere le conquiste della rivoluzione e per mettere in piedi rapidamente un esercito nazionale.

La posizione degli Asburgo, in realtà, si era riaffermata in maniera considerevole durante l'estate: all'inizio di agosto l'esercito imperiale era riuscito a soffocare la rivolta in Praga che fu schiacciata dal generale Windischgrätz con un tremendo bombardamento della città, e la Boemia, domata, perdette ogni speranza d'indipendenza. Poi la rivolta fu sconfitta anche in Lombardia. La dinastia asburgica giocò la carta dell'odio fra le varie nazionalità, spingendo i Croati e i Romeni contro i Magiari e contro gli stessi democratici di Vienna. Poi la corte, attraverso l'instaurazione in Austria di un regime parlamentare e per mezzo di altre concessioni dello stesso genere, era arrivata a neutralizzare e persino a riportare sulle proprie posizioni la borghesia austriaca - ancora rivoluzionaria nel mese di marzo - che guardava anch'essa con inquietudine alla secessione degli ungheresi. In tal modo, per gli Asburgo fu possibile nell'agosto 1848, prendere in considerazione un intervento armato in Ungheria.

Alla metà di agosto, anche gli elementi più moderati del governo Batthyány furono costretti ad

Lajos (Luigi) Kossuth

 

accettare ciò che solo Petőfi (cadde nella battaglia di Segesvár nel marzo 1849) e pochi altri radicali avevano previsto da molto tempo, che cioè il Paese era sul punto di scegliere fra una temibile alternativa: o dover rinunciare al contenuto essenziale delle conquiste di marzo o prendere le armi per difendersi. Batthyány diede vita, pertanto, ad un ultimo tentativo per placare le controversie e in tale ottica si recò personalmente a Vienna con l'intenzione di porre

Il plebeo democratico liberato dalla prigione: Mihály (Michele) Táncsics

una seria limitazione alle competenze del governo ungherese, se non si fosse riuscito altrimenti a evitare lo scoppio della lotta armata.

Batthyány propose, in particolare, la soppressione dei ministeri ungherese e austriaco della Guerra e delle Finanze e la creazione del ministero comune austro-ungherese, cosa che d'altronde corrispondeva all'equilibrio delle forze delle due parti. La corte, però, non era affatto disposta ad accettare dei compromessi più di quanto non lo fossero stati i liberali ungheresi nel momento di maggiore entusiasmo delle giornate di marzo. Batthyány rientrò dunque a Pest a mani vuote, il 10 settembre. Di conseguenza fu la carta dell'odio quella che la dinastia degli Asburgo utilizzò coinvolgendo un generale croato appartenente all'esercito imperiale, Josip Jelačič, bano di Croazia assolutamente devoto agli Asburgo: l'11 settembre, le unitŕ dell'esercito imperiale austro-croato che stazionavano in Croazia con 35/40mila uomini invasero l'Ungheria. La nobiltà liberale, che aveva accettato l'abolizione della servitù della gleba solo con la speranza di conquistare l'autonomia di governo, non tardò a rilevare la sfida. Dopo le dimissioni del governo Batthyány, la prima Assemblea nazionale rappresentativa riunita nel luglio del 1848 conferì il potere esecutivo a un Comitato di Difesa nazionale - presieduto da Lajos Kossuth ed essenzialmente composto da uomini politici radicali - che ben presto si pose l'obiettivo di mobilitare la popolazione, in particolare quella contadina, scoraggiata dall'incomprensione del governo nel corso dei mesi precedenti.

Con grande sorpresa di molti, gli sforzi del Comitato della Difesa Nazionale furono coronati da successo. Grazie al successo della campagna di mobilitazione, gli eserciti rivoluzionari fermarono le truppe di Jelačič vicino a Pákozd, nei dintorni della riva settentrionale del lago Velenze, il 29 settembre; le migliori unitŕ dell'armata imperiale, perň, penetrarono in Ungheria a metŕ dicembre, al comando del principe Windischgrätz e si spinsero fino a Pest e Buda e fino a Kolozsvár (Cluj-Napoca dell'attuale Romania). Malgrado questi rovesci, la resistenza era lungi dal crollare: rifugiato nella cittŕ di Debrecen, il Comitato di Difesa nazionale si impegnň energicamente a mettere in piedi gli uni dopo gli altri i nuovi battaglioni di honvéd. Le operazioni assunsero presto un nuovo corso: l'armata di Transilvania (ora regione appartenente alla Romania), comandata dal generale polacco Joseph Bem, sferrò l'offensiva dalla fine di dicembre e indisse pesanti sconfitte agli imperiali, da Csucsa (Ciucea) fino a Nagyszeben (Sibiu), passando per Piski (Simeria), liberando in meno di tre mesi la quasi totalità del territorio transilvano. Verso la fine del 1849, il grosso delle forze ungheresi riunite a Eger al comando del

Riunione Nazionale del Popolo davanti al Museo Nazionale

generale Artúr Görgey si mise in marcia contro il nemico: dopo le clamorose vittorie di Hatvan, Tapióbicske e Isaszeg - e dopo aver cacciato gli imperiali dalle regioni situate fra il Danubio e la Tisza (in italiano: Tibisco) - l'esercito di Görgey continuò ad avanzare sulla riva sinistra del Danubio (in ungherese: Duna), liberando le fortezze di Komárom (Komárom attualmente è divisa in due: sulla riva settentrionale del Danubio é Komarno appartenente all'attuale Slovacchia, mentre sulla riva meridionale la città appartiene all'Ungheria) circondata nel mese di dicembre, e costringendo gli imperiali a lasciare Pest senza colpo ferire e a ripiegare fino alla frontiera occidentale.

Nondimeno, la campagna vittoriosa di primavera condusse a un indebolimento della rivoluzione piuttosto che al suo rafforzamento; il fatto che l'esercito ungherese avesse respinto il nemico senza essere però riuscito a infliggergli un colpo decisivo, mostrò agli occhi di tutti che a causa dell'equilibrio delle forze, nessuno delle due parli belligeranti era capace di avere ragione sull'altra per poter imporre la sua volontà. Tale evidenza portò la nobiltà liberale sulle posizioni di Görgey e persuase l'ala destra dell'Assemblea della necessità di cercare un compromesso con gli Asburgo. I radicali, così come i liberali moderati, avevano un bel mettere in guardia dicendo che non c'era per il momento nessun segno che indicasse le disponibilità della corte a negoziare e che gli sforzi di riconciliarsi l'avrebbero potuto portare a una via senza uscita, la gran maggioranza dei liberali persisteva irremovibilmente nella convinzione che le vittorie riportate fino a quel momento dall'esercito ungherese potessero servire da solida base per l'apertura di trattative di pace fruttuose.

Quando il giovane Francesco Giuseppe I salì al trono, il 2 dicembre 1848, concesse ai popoli del suo impero una "costituzione" assolutista, e inquadrava l'Ungheria, la Transilvania (di nuovo staccata dall'Ungheria), la Croazia e la Frontiera militare, fra le province ereditarie e le privava di ogni reale autonomia. L'assemblea nazionale ungherese diede una risposta ambigua a questo atto d'arbitrio: da una parte, su iniziativa di Kossuth e sotto la pressione delle folle mobilitate a Debrecen dai radicali, essa proclamò la detronizzazione della dinastia d'Asburgo-Lorena e l'indipendenza completa dell'Ungheria di fronte all'Austria, inoltre elesse Kossuth presidente-governatore del paese: dall'altra privò Kossuth del potere esecutivo per affidarlo al governo presieduto da Bertalan Szemere, composto interamente da elementi reclutati fra la maggioranza disposta al compromesso.

Kossuth cercò di stabilire contatti con Venezia, e nel giugno rivolse un appello all'Europa nel tentativo di coalizzare le forze superstiti della rivoluzione europea. Ma ormai il destino dell'Ungheria era segnato perché il governo austriaco, consapevole di non poter schiacciare da solo la rivoluzione, decise di chiedere soccorso all'armata russa, "gendarme d'Europa" dello zar Nicola I che sempre aveva amato atteggiarsi a rigido difensore dei princìpi più reazionari. Egli, sia per il timore che la rivoluzione si estendesse anche alla Polonia, sia per acquistarsi la riconoscenza del governo austriaco , intervenne con tutto il peso dei suoi eserciti contro i patrioti ungheresi, tra i quali serpeggiava l'anarchia dovuta a rivalità tra i capi militari. Lo stesso Kossuth, nonostante i suoi meriti e il suo personale prestigio, ne rimase vittima e l'11 agosto fu esonerato dal suo incarico dal generale Görgey. Su richiesta di Francesco Giuseppe, l'immenso esercito del principe Paskevič, con piů di 200mila uomini, penetrň in Ungheria nel giugno del 1849 per aiutare gli imperiali, il cui comando stava per essere affidato al generale Haynau, per schiacciare la rivoluzione ungherese. Due mesi più tardi, il 13 agosto 1849, Görgey a Világos stipulò l'atto di resa con i russi ed il principe Paskevič iniziò il rapporto redatto per lo zar con le seguenti parole: "L'Ungheria e ai piedi di Vostra Maestà".

Il fallimento della guerra d'indipendenza nazionale fu eseguito da sanguinose rappresaglie. Il generale Haynau fu lo strumento della vendetta della corte di Vienna: "Voglio fare impiccare i capi della rivolta; voglio far fucilare gli ufficiali passati agli ungheresi; voglio estirpare il male dalle radici, per mostrare all'Europa come bisogna punire i ribelli, come far regnare l'ordine,

 

I giovani rivoluzionari il 15 marzo 1848 occuparono la tipografia di Landerer e Heckenast

la calma e la pace per un secolo…" L'autunno tragico del 1849, in effetti, conobbe una serie di esecuzioni capitali. Il conte Lajos Batthyány, capo del primo governo ungherese, venne fucilato a Pest il 6 ottobre; lo stesso giorno, tredici generali - Lajos Aulich, János Damjanich, Arisztid Dessewffy, Ernő Kiss, Károly Knezich, Vilmos Lázár, György Lahner, Károly Leiningen-Westenburg, József Nagy-Sándor, Ernő Pöltenber, József Schweidel, Ignác Török, Károly Vécsey - furono giustiziati ad Arad (oggi appartenente all'attuale Romania). Risulta dai nomi dei cosiddetti ed oggi così ricordati "13 martiri di Arad" che tedeschi e serbi si erano uniti agli ungheresi, per combattere insieme e per morire per la libertà.

Allo stesso tempo, decine di migliaia di ungheresi furono condannati a una dura prigionia - che scontarono in celle malsane e costretti ai ferri - ai lavori forzati, alla confisca dei beni, o ancora vennero arruolati con la forza nell'esercito imperiale. L'ondata di vendetta superò di gran lunga un limite che potesse consentire la speranza di una qualunque riconciliazione. Agli eroi della guerra d'indipendenza si aggiunsero i martiri della repressione che la nazione non avrebbe mai dimenticato.

Dopo il 1849, il paese venne smembrato: La Transilvania fu staccata ancora una volta dall'Ungheria propriamente detta che fu divisa in cinque distretti amministrativi, all'inizio diretti dai militari, in seguito dai grandi ispán coadiuvati da "capi di comitato". L'imperatore nominò suo zio - l'arciduca Alberto - alla testa del paese occupato e annesso, anche se il potere reale apparteneva ad Alexander Bach, ministro dell'Interno che risiedeva a Vienna, i cui agenti, chiamati gli "ussari di Bach", erano presenti in tutto il paese.

 

* La servitù della gleba è un istituto giuridico che caratterizzò l'intero millennio del Medioevo. I servi della gleba, quindi, sono contadini legati ereditariamente alla terra che coltivavano, assieme alla quale potevano essere venduti. Il proprietario del fondo non poteva né scacciarli né emanciparli, ma neppure essi potevano sfuggirgli, essendo l'una e l'altra cosa vietata dalla legge. Differivano dagli schiavi perché potevano contrarre legittime nozze e possedere un patrimonio proprio (di cui non avevano tuttavia piena disponibilità). Il feudalesimo, le cui basi economiche erano essenzialmente rurali, favorì il perpetuarsi di questo tipo di servitù; ma verso la fine del X sec., e più nell'XI sec., per influsso della rinascita economica delle città e per i nuovi rapporti che vennero a stabilirsi tra l'agricolutra e le altre attività produttive e mercantili, cominciarono a manifestarsi fughe di servi, seguite da trapianti nelle città o nelle vicinanze di esse, e affrancazioni (particolarmente generose da parte della Chiesa). Il processo di liberazione, attuatosi col consenso dei proprietari, si sviluppò vivamente nell'età comunale; ma la servitù della gleba non scomparve che alla fine del Medioevo nell'Europa occidentale e molto più tardi nell'Europa centrale ed orientale: in Ungheria infatti nel 1848, mentre in Russia soltanto nel 1861, dove sorse e perdurò in condizioni particolari, diverse da quelle degli altri Paesi, e l'emancipazione fu ordinata dallo zar Alessandro II.

Caffé Pilvax, la "Galleria Rivoluzionaria" della gioventù di marzo

 

Giornale della gioventù di marzo: "Quindici Marzo"

 

 

Ungheria della Monarchia Austro-Ungarica nel 1848

NOTA: le città ungheresi sono oggi appartenenti agli stati vicini dell'Ungheria di conseguenza del Trattato di pace di Trianon (04.06.1920) imposto dai grandi poteri mondiali a Versailles con lo smembramento definitivo dell'Ungheria strappando due terzi del suo territorio facendo perdere il Banato, diviso tra ex-Jugoslavia e Romania, la Voivodina, la Slavonia e Fiume, assegnati all'ex-Jugoslavia (ma Fiume sarà poi unita all'Italia), la Transilvania, staccata per l'ennesima volta dall'Ungheria ed ora unita alla Romania, la Slovacchia e la Rutenia (Ucraina subcarpatica) unite all'ex-Cecoslovacchia ed all'ex-Unione Sovietica, anche l'Austria ricevette una "parcella" della terra magiara riducendo il territorio da 282.000 km˛ a 93.000 km˛, la popolazione da 18millioni a 7,6millioni (numero attuale è 10millioni):

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