DA LA BUSSOLA AL MISA

RICOSTRUZIONE STORICA

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L'associazione Misa - I fotografi del Misa - Mario Giacomelli

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G. Cavalli in una immagine scattata da F. Ferroni. In alto a destra S. Pellegrini. (1951/'52)

Dalla lettera di Finazzi datata 30 aprile 1997 si apprende che, “Il Gruppo La Bussola ebbe origine il 20 o 30 (non ricordo il giorno esatto) novembre 1942, per accordo fra Cavalli e me…”, a Rimini durante un incontro per mettere a punto gli ultimi dettagli del volume "Otto Fotografi italiani d’oggi".

Così invece ricorda Federico Vender la nascita, o meglio il concepimento, di quell’idea che darà vita un anno più tardi alla creazione del Gruppo de La Bussola: 

“Nell’estate 1946 mi trovavo con l’amico sulla spiaggia di Senigallia, e Cavalli mi accennò l’idea di creare un gruppo scelto di conosciuti fotografi italiani che, con mostre e altre attività potesse imporre idee nuove.

Rimini o Senigallia, il Gruppo fu ufficializzato nell'aprile del 1947 quando, sulla rivista Ferrania fu pubblicato il manifesto programmatico firmato da Cavalli, Finazzi, Vender, Leiss e Veronesi.

Fotografia di G. Cavalli 1949

Questo documento si può considerare come una continuazione di quell'opera iniziata con la pubblicazione del volume "Otto fotografi italiani d'oggi" ma anche in maniera più generale, come impegno costante di alcuni di questi artisti al servizio di un certo tipo di fotografia. 

In occasione, infatti, del II° Concorso fotografico di Rimini del 1942 i nomi di Cavalli, Finazzi, Leiss e Vender compaiono assieme ad Eugenio Bianchi, presidente dell' Azienda autonoma di Soggiorno e a Guido Toni, probabilmente un rappresentante di regime, come componenti della giuria. 

Fra i partecipanti emergono come più innovativi Alex Franchini-Stappo, Eugenio Petraroli, con la fotografia "Gli indispensabili", Francesco Giovannini, Riccardo Moncalvo con "Riflessi di Firenze" e Vincenzo Balocchi, il quale già rivela una particolare attenzione verso la ricerca formale che caratterizzerà un tutta la Bussola negli anni a seguire. 

 

 

 

Torniamo ora alla formazione del Gruppo. Il primo ad essere invitato a farne parte fu Ferruccio Leiss, mentre Luigi Veronesi, che rappresent ava il vertice di quella che può essere definita la sperimentazione fotografica italiana,  rivolta verso l’astrattismo, fu contattato solo nel ’47 alla vigilia dell’uscita del manifesto.

Fu invitato a far parte della Bussola anche Alfredo Ornano il quale accettò   con entusiasmo a partecipare a questo nuovo impegno, preferendo però non sottoscrivere il manifesto programmatico, ma fornendo una collaborazione esterna in quanto inserito nell’azienda Ferrania.

In seguito aderirono altri come ad esempio nel 1948 Vincenzo Balocchi che  si era già rivelato un sorprendente animatore della fotografia degli anni quaranta, nel 1951 Fosco Maraini, abile fotografo di viaggi esotici e di antropologia culturale, e Mario Bonzuan nel 1955, ed altre furono le candidature, molte delle quali rimasero disattese in quanto entrare a far   parte de La Bussola non era cosa facile. Un anno dopo dalla adesione di Bonzuan, vennero proposti ed accolti Mario Giacomelli, Piergiorgio Branzi, Alfredo Camisa e Giuseppe Möder i quali possedevano una buona formazione ottenuta all’interno del Misa e, sempre “nel ’56, venne organizzato il primo convegno del Gruppo al quale partecipò anche Gianni Berengo-Gardin”come invitato.

Risale sempre a questa data il coinvolgimento del pittore Virgilio Guidi (Roma,1892 – Venezia 1984) in occasione della presentazione dell’esposizione organizzata a Roma il 15 – 25 maggio 1956 presso l’Associazione Fotografica Romana, dove scriverà: “Voglio dire: che se l’artifizio può essere dominato dall’arte, nella pittura, s’ammetta che l’arte domini la macchina fotografica (…) tanto che può tutto oggi la fotografia”. Sono sicuramente parole importanti che vanno a consolidare quel primo discorso sull’artisticità della fotografia intrapreso da Cavalli e amici nove anni prima ma che di li a poco  sembra entrare in crisi.

Ma Guidi nel 1953 si era già occupato di fotografia scrivendo in un catalogo: «Io non ho esperienza della fotografia, che per essere ha bisogno di scienza. Vedo la fotografia dal punto di vista dell'arte».

 

Emanuele Cavalli, natura morta 1952

 

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Il coinvolgimento e la successiva collaborazione all’interno del Gruppo di personaggi di un certo livello nel campo artistico, non è una cosa nuova. Questo tipo di collaborazione si può già scorgere in occasione della prima mostra tenutasi nella città di Milano nel 1947 nel Ridotto del Piccolo Teatro in Via Rovello 1, alla quale partecipò solo il primo nucleo degli artisti fondatori. L’ottima riuscita di questa prima esposizione, che sancì il successo del gruppo e dello stesso programma, garantì una stretta collaborazione fino al 1949, con Paolo Grassi e Giorgio Strehler i quali rimasero entusiasti delle foto di Cavalli e di Veronesi.

Non deve nemmeno essere dimenticato il contributo apportato dal pittore Emanuele Cavalli, fratello gemello di Giuseppe, durante le riunioni preliminari per l’elaborazione del programma, sull’influenza che ebbe sul modo di concepire artisticamente l’immagine e sulla resa fotografica della stessa che, come si vedrà in seguito, si avvale di particolari valori tonali sulla scala dei grigi.

Per quanto riguarda il nome del gruppo, fu Finazzi a proporlo e, sottoposto a giudizio degli altri membri, fu approvato in quanto il termine era in grado di trasmettere il contenuto dell’associazione. Con il nome bussola si designa lo strumento utilizzato per mantenere o ritrovare una rotta, così allo stesso modo, “La Bussola” doveva servire da faro guida, o per dirla come Finazzi, «un orientamento», per tutti coloro che volevano avvicinarsi alla fotografia con intendimenti artistici.

Questo proponimento, in effetti, fu raggiunto dall’associazione e prova ne sono gli innumerevoli successi di pubblico ottenuti con le esposizioni e con gli articoli dello stesso Cavalli pubblicati su “Ferrania”, su “Rivista Fotografica” e “Camera”. Inoltre ebbe una discreta eco la collana “Immagini”, della quale ne parlano gli stessi “bussolanti” nel loro manifesto, curata dallo stesso Finazzi ed edita anche questa dall’Istituto di Arti Grafiche di Bergamo.

Si rivela quindi da parte di questo gruppo di fotografi dilettanti una certa capacità di vitalizzare quello che era il panorama fotografico italiano, proponendo, a chi interessato, continui stimoli al di fuori della solita fotografia realista e documentaria.   E' in quest'ottica che il sodalizio si preoccupò moltissimo dell'organizzazione di mostre sia di suoi autori che di altri appartenenti ad associazioni differenti e, quando possibile, d'artisti di nazionalità diversa cosi da poter avere una più ampia visione del modo di far fotografia.

 

Federico Vender e Ferruccio Ferroni a Senigallia sulla Rotonda a Mare (1952)

Risale al 1951 la lettera scritta a Senigallia da Cavalli e indirizzata a Fosco Maraini, la quale  ufficializza il suo ingresso e coglie l’occasione di illustrare le presenze di “ottimi francesi, tedeschi, italiani, cinesi” che hanno partecipato alla mostra al Piccolo Teatro e ricorda, inoltre, il successo alla “Galleria d’arte del Cavallino di Venezia” e la mostra organizzata da Fotoform a Saarbrüken. Il coinvolgimento della città di Senigallia  nel dibattito foto-artistico fu del tutto casuale in quanto è strettamente legato all’incontro fortuito    di Cavalli con la città, che scoprì durante uno dei suoi soliti viaggi annuali. Egli, infatti, con la sua famiglia ogni anno si recava con la propria automobile, una potente Lancia, a villeggiare sulle montagne dolomitiche percorrendo la SS. Adriatica. In uno di questi suoi viaggi, si fermò per una sosta a Senigallia.

“«Era l’estate del 1938 quando Cavalli e la famiglia pranzarono al ristorante Lido» - situato su di una striscia di terreno fra la statale e il lungomare. Finito di mangiare, invece di ripartire immediatamente, s’intrattenne forse più del dovuto sulla spiaggia, così che furono costretti a pernottare prima di riprendere il loro viaggio.

La mattina seguente non ripartirono subito, ma decisero di visitare la città ed  evidentemente, anche questa colpì il loro interesse a tal punto che, quell’estate la famiglia Cavalli trascorse le ferie non in montagna, ma al mare. E’ quindi da quest’incontro che si stabilì un legame forte fra il fotografo e la città; così forte da divenire in un certo senso la città adottiva di Cavalli. Infatti, dopo brevissimo tempo, con la sua famiglia si trasferì da Lucera a Senigallia, dove rimase fino alla sua morte (ottobre 1961).

Nell’estate del 1948 Ferruccio Ferroni, dopo essere stato dimesso dal sanatorio di Forlì, trascorre, sotto consiglio medico, un periodo di convalescenza presso Belforte d’Isauro, un piccolo centro al confine tra Marche e Toscana. Una volta la settimana però, egli torna a Senigallia per acquistare del materiale fotografico in un magazzino di proprietà del commendatore Tarini, per continuare l’attività di sviluppo e stampa delle sue fotografie iniziata in sanatorio. In seguito, il commendatore Tarini entrato in maggior confidenza con l’allora Tenente Ferroni, gli chiese se gli andava di mostrargli le sue foto, dal momento che anch’egli si dilettava in fotografia  ed un giorno, quando Ferroni decise di fargliele vedere, questi con fare sorpreso gli rivelò che il suo modo di fotografare probabilmente sarebbe potuto piacere al sig. Cavalli. 

Ora, se Cavalli fu colpito più dalle esperienze personali vissute da Ferroni, o dalle sue prime fotografie, questo non c’è dato saperlo, fatto sta che fra i due s’avviò, oltre ad una grande amicizia e stima, anche un vero e proprio rapporto fra maestro e allievo. Ferroni fu, infatti, il primo allievo senigalliese a seguire le idee estetiche di Cavalli e l’avvicinamento di questo giovane fotografo ad uno ben più conosciuto, quale era già Cavalli, sicuramente aiutò i tanti altri giovani senigalliesi appassionati di fotografia. Questi non rivolgendosi direttamente al maestro, forse perché suggestionati e timorosi del suo giudizio, preferivano aprirsi con il coetaneo Ferroni, il quale visionava le loro opere e ne parlava poi a Cavalli. In questo modo fu presentato, intorno al 1950, il dottor Adriano Malfagia, in seguito Silvio Pellegrini, poi nel 1953 Bice de Nobili, Mario Giacomelli e Lisa Ricasoli. A questo punto il cenacolo cominciava ad allargarsi in quanto fin già dal ’52, a Senigallia convergevano da Firenze Balocchi con i “suoi allievi” Bocci, Camisa, e Piergiorgio Branzi.

 

    M. Giacomelli osserva Ferruccio Ferroni che fotografa un giovane zingaro in una immagine scattata da Silvio Pellegrini   (1954).  

Evidentemente questa nuova situazione, creata appunto dagli incontri fra i vecchi associati a “La Bussola” e i nuovi giovani appassionati fotografi, suggerisce a Cavalli l’idea di creare proprio in quella città un nuovo gruppo fotografico, il quale sarà, d’accordo con tutti gli affiliati de “La Bussola”, registrato alla F.I.A.F. (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) nel 1954 con il nome di “Associazione Fotografica Misa”.

Questa nuova associazione, che prende il nome dal fiume che attraversa la città, fu creata per il duplice compito di aggiornare le idee e le linee programmatiche seguite fino allora nel campo fotografico ed istruire alcune giovani leve per poi inserirle a pieno diritto nel ben più conosciuto gruppo “La Bussola” il quale nel 1953, in occasione della collettiva tenutasi a Milano, appare secondo Monti, aver «perduto di peso nel complesso della vita fotografica». Questo giustificherebbe appunto la creazione di una nuova associazione dalla quale sia possibile seguire e scegliere i migliori talenti in essa iscritti, per poi promuoverli all’interno de “La Bussola”.

 

 Ferruccio Ferroni fotografato sulla scalinata del fiume Misa da Silvio Pellegrini (1954)

La registrazione rivela un cambiamento d’idea dell’ispiratore del gruppo che si convinse, in seguito ad incontri informali con altri fotografi ed in particolare con P. Monti, dell’importanza d’operare all’interno dell’istituzione così da poter mutare sensibilmente la concezione estetica della fotografia. La F.I.A.F., infatti, era considerata da Cavalli e da Monti una roccaforte di vecchie glorie e di conseguenza di concezioni estetiche superate.

 

L’attività del Misa, composto da numerosi amanti della fotografia, era diretta da G. Cavalli, il quale ricopriva la carica di presidente; l’incarico di vice presidente era svolto da Adriano Malfagia; Mario Giacomelli cassiere e a seguire gli altri membri, Piergiorgio Branzi, Vincenzo Balocchi, Paolo Bocci, Ferruccio Ferroni, Riccardo Gambelli, Silvio Pellegrini, Giovanni Salani, ed altri.

Tutte le cariche direttive, compresa quella di direttore artistico, erano rinominate con elezioni annue dei soci e l’associazione si dichiarava aperta a tutti coloro che svolgessero l’attività fotografica dilettantistica.

L’attività del “Misa” si rivela da subito molto animata e questo porta il gruppo ad uscire da quella condizione di provincialismo al quale sembra inizialmente relegato ed infatti, la prima grande mostra viene allestita a Roma, in Via del Gallinaccio, 8, presso la sede dell’Associazione Fotografica Romana ad appena quattro mesi dalla costituzione del gruppo. E’ il 4 maggio 1954 e sulla presentazione-invito si legge: «L’abbiam costituita ch’è poco. Essa raggruppa attorno sei o sette dilettanti “anziani” e molti giovani che tengon vivo il proprio entusiasmo curando amorosamente tecnica e gusto. I soci, giovani e anziani, sono d’ogni parte d’Italia; prevalgono nel numero come è naturale, i marchigiani». 

Fra i partecipanti a questa prima esposizione figurano Balocchi (Firenze), Paolo Bocci (Firenze), Piergiorgio Branzi (Firenze), Bruno Bulzacchi (Vicenza), G. Cavalli (Lucera), Luciano Ferri (Alessandria), Adriano Malfagia (Senigallia), Ferrucio Ferroni (Senigallia), Mario Giacomelli (Senigallia), Bruno Simoncelli (Senigallia), Francesco Giovannini (Bologna), Guelfo Marzola (Milano), Giuseppe Mörder (Pescara), Bice de Nobili (Senigallia), Giulio Parmiani (Bologna), Silvio Pellegrini (Senigallia), Lisa Ricasoli (Firenze), Sandro Rota (Milano), con una esposizione totale di quarantanove opere. 

Mario Giacomelli ricorda così quei periodi: «Un gruppo libero dalle polemiche in atto tra formalismo e neorealismo in cui ognuno parlava il proprio linguaggio, con umiltà di fronte al soggetto, liberi da ideologie politiche, pensando alla amicizia, al dialogo, al rispetto di ognuno di fronte alla realtà». 

E’ l’amicizia, infatti, a giocare un ruolo importante per questo nuovo gruppo fotografico, definito da alcuni anche come “Scuola Misa”, ma che in realtà nulla aveva a che vedere con quel concetto se non indirettamente.

Numerosi furono gli incontri tra gli associati che spesso erano organizzati a Senigallia, nonostante provenissero da varie regioni e a Senigallia il punto di ritrovo era spesso  la casa di Ferruccio Ferroni in quanto questa, situata in Via Trieste e quindi leggermente fuori del centro storico, si prestava maggiormente rispetto al centralissimo appartamento in Via Cattabeni di Cavalli. 

 

Ferruccio Ferroni con la sua Hasselblad, dietro il profilo di Mario Giacomelli (1954)  

«All’ora si usava tenere la chiave sulla porta» – riflette Ferroni – «arrivava Cavalli, che già sapeva dove era la bottiglia di cognac, arrivava Monti, Fulvio Roiter, Giovannini Francesco con Parmiani da Bologna e tanti altri. Era un vero e proprio ritrovo; veniva Branzi da Firenze in compagnia di Paolo Bocci in Lambretta».

Sono questi gli incontri che contribuiranno alla formazione di spiriti artistici, allenati a cogliere quanto c’è d’artistico nella realtà. Naturalmente molto influì la personalità di Cavalli, anche in questa occasione attento consigliere, ma questa nuova associazione al contrario de “La Bussola” non possiede un vero e proprio manifesto, se non la volontà di proseguire nella strada (quella artistica) precedentemente intrapresa con “La Bussola”. Da questo punto di vista “Il Misa” appare un gruppo più libero, anche se non si può certo nascondere alcuni attriti tra i membri. 

E’ ancora Mario Giacomelli che, in un certo senso, svela la personalità forte di Cavalli, ricordando le numerose domeniche trascorse nella casa dello stesso Cavalli discorrendo d’arte e di filosofia, di musica ed anche di fotografia.

«Si discuteva delle fotografie di Vender, Balocchi, Finazzi, e Cavalli faceva un’analisi artistica di quelle immagini e diceva perché, secondo lui erano valide e che cosa c’era che non andava e le ragioni di questo e di quello. Erano però immagini che uscivano fuori da quello che io cercavo e volevo.[…] Se Cavalli è stato importante per me, non lo è stato in quanto insegnante di fotografia, ma in quanto amico, come un genitore, un fratello più grande ».

In effetti il “maestro” più vicino a Giacomelli è da individuare nella figura di Ferruccio Ferroni, il quale su precisa richiesta di Cavalli si occupò  delle  prime  erudizioni fotografiche, andando a scattare immagini insieme a Silvio Pellegrini  e lo stesso Mario. 

«Silvio stava dietro me e mi fotografava mentre io (rif. Ferroni; N.d.A.) scattavo le mie riprese, Giacomelli ancora dietro guardava come fotografavo». Ancora una volta quest’associazione appare più come un ritrovo d’amici che possiedono una passione in comune che come una “Scuola”, sebbene è naturale che al suo interno si discutesse animatamente di resa fotografica, traduzione in sentimento dell’oggetto e, inevitabilmente, di tagli fotografici, ma  queste digressioni erano rimandate a poi, in quanto l’autonomia individuale nel momento dello scatto e dello sviluppo era salvaguardata così come l’individualità creativa d’ogni associato, che più volte ebbe l’opportunità di farsi apprezzare nel corso di esposizioni e concorsi.

 

 

Copertina catalogo edito da Arti grafiche Fantoni,1955

 

Non  possiamo certo pensare ad un gruppo in cui non ci sia stata mai la benché minima tensione tra i membri, ed anzi a questo proposito è ancora Giacomelli che puntualizza sulle eventuali osservazioni del fondatore: «Cavalli vedeva solo da una parte e allora litigavamo sempre»

Resta il fatto che fra battibecchi, incontri, consigli accettati e respinti l'attività del Gruppo Misa prosegue molto bene, tanto da aggiudicarsi il primo premio «per l'evidente superiorità qualitativa delle opere» alla II^ Mostra nazionale di Fotografia del 19 marzo 1955 e allo stesso tempo, Mario Giacomelli ottiene il suo primo grande riconoscimento con quattro premi assegnati alle altrettante fotografie presentate (Apprendista, Fiamme sul campo, Prima amarezza, Sono cristiani anche loro).   

  

 

Mario Giacomelli,Fiamme sul campo, 1955

 

La giuria[i] era composta da Fulvio Roiter, Giovanni Comisso, Gino Oliva, Paolo Monti ed altri, ma fu proprio il giudice e fotografo Monti, che in occasione della presentazione di un catalogo per la mostra “Breve Omaggio a Mario Giacomelli”, datata ottobre 1966 scrisse: «Ad un tratto fra le migliaia di copie che ci franavano addosso, apparvero le fotografie di Giacomelli. “Apparizione” è la parola più propria alla nostra gioia e emozione, perché di colpo la presenza di quelle immagini ci convinse che un nuovo fotografo era nato».

La Bussola entra in crisi verso il 1957, lo stesso anno in cui la rivista Ferrania si rifiuta di pubblicare le fotografie selezionate per la mostra annuale del gruppo, ma in un articolo apparso su Ferrania nel marzo 1956 e firmato da Cavalli, egli appare uomo preoccupato per gli ultimi sviluppi intrapresi dalla nuova fotografia, sempre più indirizzata verso temi realistici e sociali ed amareggiato a causa d’incomprensioni fra lui e alcuni giovani che «[…] avendo ottenuto qualche successo iniziale si sono montati la testa al punto da ritenere fieramente per nemici tutti quelli che non la pensano come loro, […], anche se sono addirittura quelli stessi che gli hanno insegnato a tenere la macchina in mano». Fu Cavalli inoltre che si raccomandò con gli amici de “La Bussola” d’essere cauti nell’elogiare i lavori di Mario Giacomelli in sua presenza proprio per evitare un accesso di entusiasmo. 

 

 

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