| home | Marx | indice idealismo, romanticismo e marxismo | destra-sinistra |


Introduzione a Marx /9 - Il saggio di profitto ed i prezzi di mercato
di Carlo Fracasso
Marx ottiene il valore delle merci prodotte ricomponendo una scomposizione analitica siffatta: c+v+p dove c rappresenta il valore dei mezzi materiali, v il valore della forza-lavoro consumata, p il plusvalore.
Ma, giunto a questo punto, opera una distinzione notevole tra economia complessiva (nazionale, o macroeconomia come si dice ora) ed economia singola (ovvero l'impresa capitalistica presa in sé e per sé).
Sul piano macroeconomico v è sommato a p per ottenere il valore dell'economia nazionale. Ne nasce la categoria di reddito nazionale inteso come somma dei redditi salariali e redditi da capitale.
Nell'economia singola, al contrario, i salari sono considerati come costi dell'imprenditore, al pari delle altre spese di produzione. Accade perciò che il singolo capitalista ottenga plusvalore non attraverso un rapporto semplice T(totale produzione) - v - c = p e quindi una formula di saggio del plusvalore uguale a p/v, ma un'altra cosa: il saggio del profitto.
Esso si misura con la formula p/c+v.

Cosa sia per Marx il profitto distinto dal plusvalore (ricavato per altro da una formula che lo include) potrebbe sembrare difficile o persino incomprensibile.
Il passo di una lettera scritta ad Engels il 30 aprile 1868 aiuta non poco: «Il profitto è per noi in un primo tempo solo un altro nome, o un'altra categoria del plusvalore. Siccome, in base alla forma del salario, tutto il lavoro appare pagato, la parte non pagata del lavoro sembra derivare necessariamente non dal lavoro, ma dal capitale, e non dalla sua parte variabile, ma dal capitale complessivo. Con ciò il plusvalore riceve la forma del profitto, senza differenza quantitativa tra l'uno e l'altro. Si tratta solo della forma fenomenica illusoria dello stesso.» (dal Carteggio Marx-Engels, Editori Riuniti)

Una difficoltà nella comprensione della lettera può venire da una distinzione che non abbiamo ancora introdotto: quella tra capitale costante e variabile, dove per variabile si intende non la parte destinata ai salari, ma solo il plusvalore. Probabilmente la scelta dei termini fu infelice perché credosia difficile dire cosa vi sia costante nella composizione del capitale, se non, forse, la base monetaria che ne consente la misurazione, sia nella componete circolante (denaro e merce) sia in quella fissa: forza-lavoro e macchinari.

Il livellamento dei saggi di profitto
Secondo Marx, ma non solo secondo Marx, il capitalista non è un animale fedele alla sua fabbrica, ma un infedele sempre alla ricerca di nuovi mercati sui quali investire, nuovi settori in cui realizzare nuove attività produttive. Lo scopo del capitalista è D', come si è visto, cioè l'incremento costante del denaro in suo possesso.
Di qui la migrazione di capitali da un settore ormai saturo, e quindi a basso tasso di profitto verso settori in grado di promettere alti guadagni.
Questa rincorsa può produrre vantaggi temporanei ma, in un'ottica di medio e lungo periodo, finisce solo con una perequazione di tutti i saggi di profitto al livello medio - e, come vedremo, con tendenza al ribasso.
Si può dire, quindi, valga una legge per la quale: "... capitali della stessa entità danno in periodi di tempo uguali profitti uguali." (III, 8)
Gli investitori di capitale si orientano secondo la dinamica dei prezzi di mercato. I prezzi di determinate merci, salendo in modo durevole o cadendo in alcuni settori parziali dell'economia, indurranno necessariamente i capitali a raggrupparsi e distribuirsi in maniera diversa. E ciò potrà verificarsi anche involontariamente se, su singoli mercati, il plusvalore non viene realizzato per intero in conseguenza di un aumento di concorrenza e di un ribasso dei prezzi.
La distribuzione del capitale complessivo si orienta quindi sui cambiamenti dei prezzi di mercato rispetto ai prezzi di costo. Ecco il livellamento dei saggi di profitto, che è prodotto da due tendenze distinte: la concorrenza dei prezzi e la concorrenza degli investimenti di capitale.

Da ciò scaturisce un'importante conseguenza: poiché ogni singolo imprenditore realizza in modo casuale sul mercato il plusvalore guadagnato dal proprio capitale, si ha che tutti i possessori di capitale partecipano al plusvalore complessivo in proporzione al rispettivo capitale. Questo li accomuna nel grande interesse politico al mantenimento dell'ordine sociale capitalistico: è la loro coscienza di classe.

Dal valore al prezzo di produzione di mercato
Da questo punto in poi occorre essere consapevoli che la teoria del valore e del plusvalore è servita unicamente a definire la caratteristica di fondo di una società capitalistica: ovvero l'esistenza di individui salariati che lavorano costantemente ben oltre il necessario il livello medio di sussistenza semplice.
Ma ciò che determina la misura reale dei singoli prezzi di produzione è affrontato da Marx nel libro III del Capitale, che purtroppo non è stato completato, lasciando quindi molti problemi aperti e molte questioni in sospeso.
Nelle condizioni dello scambio occasionale - dice Marx - i valori venivano scambiati direttamente al loro valore-lavoro. Nell'economia industriale sviluppata non conta più la forza-lavoro impiegata caso per caso, ma solo quella socialmente necessaria in un dato momento; i costi individuali, impresa per impresa, si uniformano al mercato.
Un terzo passo viene così compiuto verso l'unificazione sociale del valore e la determinazione dei prezzi. La dinamica complessiva degli investimenti, che obbedisce alla logica del profitto di chi investe, determina quale porzione del lavoro sociale venga riservata ad una specifica produzione.
Attraverso il livellamento dei saggi di profitto il valore di mercato si trasforma in prezzo di produzione di mercato, e quest'ultimo forma ora il prezzo attorno al quale oscillano i prezzi di mercato.

(continua)
CF - 4 giugno 2004