Gli anni che verranno  parte II (1793-1794)

Parte VIII

 

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Oscar era in piedi, con lo sguardo rivolto allo spicchio di Senna che brillava tra i muri scuri delle case. Ciò che aveva visto, quel giorno, le aveva confermato la gravità della situazione, ammesso che ci fosse stato bisogno di ulteriori conferme. Non era la prima volta che le proponevano di scappare dalla Francia. Per lei, tutto sarebbe stato più difficile: aveva preso parte al cannoneggiamento della Bastiglia – gesto piuttosto significativo e visibile, nonostante tanti volti si dimenticassero in fretta, coperti dagli eventi- era nobile di nascita, era donna. Nessuno però era mai riuscito neppure a farle vagliare l’idea di un trasferimento, neppure come ipotesi. Le sembrava naturale vivere in Francia, ovvio detestare e amare quel Paese. Quel paese assurdo, ma vivo, dove la libertà riusciva persino a trasformarsi nel proprio contrario.

Piuttosto, doveva prendere atto della realtà che collaborare con Bernard era diventato troppo pericoloso. Non era il pericolo in sé a farle paura, quanto le conseguenze per gli altri, le sofferenze che un possibile problema avrebbe inflitto alle persone a cui teneva, alle persone che voleva difendere. Questo la lacerava: c’era la guerra, c’era la rivoluzione, e stava nascendo una rivoluzione nella rivoluzione. Dal singolo parigino, al membro del comitato, ai battaglioni schierati al confine, tutto stava cambiando in maniera così tempestosa che gli eventi sembravano avvolgersi su se stessi. Anni prima avrebbe forse rischiato la propria vita. Ora non poteva più: dopo aver toccato la morte, avere avuto l’opportunità di continuare la propria vita era qualcosa che non poteva sciupare. E non solo per se stessa. L’incontro con Maria Antonietta, in quella cella buia, le aveva dato la misura della sua fortuna, della sorte. E’ triste riuscire a capirsi tramite la sofferenza degli altri, misurando la propria felicità  non riconosciuta, con l’altrui dolore. Tuttavia, qualcosa doveva fare. Non poteva restare a guardare senza opporsi, senza dire la sua. “Mi opporrò con fatti concludenti… come sempre.”

Non era stato facile, in quelle prime settimane del 1794, riprendere a guardare avanti a sé. Riprendere ad affrontare la vita accettandone le componenti, ma avere al proprio fianco André e Pierre era un aiuto immenso, dava concretezza ai suoi pensieri nel momento in cui tendevano a disperdersi, a legarsi l’uno con l’altro e aggrovigliarsi, come spesso le accedeva in quella forzata inattività. Anche solo l’idea di loro, oltre alla presenza, l’aiutava e la rendeva più forte. La faceva sentire, persino, felice. Lentamente stava riprendendo a vivere, ad avanzare su un percorso molto accidentato, e non aveva intenzione di percorrerlo in tono minore: qualunque battaglia le si fosse prospettata, voleva affrontarla. Perché quella era lei.

 

Cercò di spiegare ad André i suoi pensieri e le sue scelte, trattenendo le lacrime: vedeva quello che era stato un bel momento avvizzirsi come una foglia d’autunno, staccarsi per il vento e venire trasportata chissà dove. Eppure, qualcosa le ricordava che, prima o poi, le foglie spuntano di nuovo.

- E’ un sacrificio troppo grande, Oscar. Come farai? Io… non voglio! Ricordo quando Bernard te lo propose: eri così felice che sei voluta uscire sotto la neve… Non c'è un'altra soluzione? -

- Non ho mai creduto nei miracoli, André, ma solo nell’opera dell’uomo [1]- tagliò corto lei. Poi riprese: - Forse meditavo da tempo questa decisione, senza rendermene conto. Ho voluto sperare anche io, ho provato a rendere realtà le nostre speranze… non fino alla fine, perché sarebbe un suicidio, ma fino al limite ragionevole. Prendo atto che bisogna cambiare strada… che dire? Mi spiace. Mi spiace tanto, ma sta diventando pericolosissimo.-

André rimase in silenzio.

- Non mi chiedi cosa farò dopo?-

- No, non te lo chiedo. Qualsiasi cosa farai, ti vedo già… il sorriso entusiasta e l’alloro tra i capelli biondi…-

- André…- Oscar sorrise dolcemente. – Quante volte devo dirti che quel quadro non è… non era affatto così. E’ molto bello come lo descrivi, ma era diverso!-

- Beh, io ti vedo così… Oddio… vedere non è forse il termine adatto…- si schernì.

- Sciocco. Sai che non voglio sentire scherzi su questo tema- restava in lei una sorta di rimorso. – André… che libertà c’è se non si è vivi? Che senso ha la libertà se…. se non ci sono… le persone che mi sono care… che mi fanno sentire viva?? Potrei farvi soffrire terribilmente, e questo pensiero mi tortura. Anche io ho sofferto a causa delle scelte sbagliate altrui, dell’altrui ostinazione, e nella stessa maniera ho causato sofferenze, a più livelli. Mi sento responsabile nei vostri confronti. Una vostra lacrima, per me, sarebbe dolore insopportabile. Ho fatto troppi errori. Tu hai sofferto anche troppo e Pierre… lui probabilmente avrà da soffrire per il solo fatto che sia… nostro figlio. Non posso inseguire obiettivi irraggiungibili…non posso né voglio. Non dico che mi faccia piacere, ma finché non torneranno tempi migliori devo trovare un ragionevole compromesso nella mia vita. – Oscar aveva gli occhi asciutti, fissava André con uno sguardo tanto tormentato quanto fermo.

- E, sentiamo, cosa avresti intenzione di fare?-

Oscar ridacchiò. – Non ci crederai mai, André… Ma, vedi… Bernard mi aveva dato l’occasione di far pensare la gente. Ora me lo vietano. Ma, se non vogliono che io li faccia pensare, allora insegnerò loro a pensare, perché possano farlo da soli!-

André saltò indietro. – Che cosa? Non vorrai dire che tu?…-

- Tu l’hai fatto, ad Arras! Siamo uguali, no? Posso farlo anche io, quindi![2]-

- Ma Oscar… io non metto in dubbio che tu…- in realtà dubitava, eccome. Non della preparazione di Oscar, ma della capacità di adeguarsi ad una tale situazione.

- André… mi disapprovi, vero?-

Lui sorrise. - No. - Una breve pausa. - Sono felice. Per mesi sei stata silenziosa, triste… avevi quasi perso te stessa. Ora, invece, sembri determinata. -

Oscar annuì. Si sentiva viva e convinta… e doveva esserlo. L’ultimo incontro con Maria Antonietta aveva avuto lo stesso effetto del primo.

 

Quella sera si guardò allo specchio: i capelli le erano diventati lunghissimi, arrivavano alla vita. Sembravano un po’ lo specchio del suo animo, incapace di staccarsi del tutto dalle proprie vecchie convinzioni, dai ricordi e dalle idee… E i suoi capelli, ora così lunghi, quasi un mantello dorato, erano come la storia visibile dei suoi pensieri. La lunghezza aveva reso il colore ancora più chiaro, e quel colore le dava l'impressione di un’alba svogliata e di poche speranze. Come gli ultimi mesi della sua vita.

Non aveva mai dato tanta importanza ai suoi capelli, ai complimenti che le erano stati sempre fatti per la loro lunghezza, per il fatto che erano folti e biondi… Tanto meno le importava ora. Ora che, finalmente, si sentiva più consapevole di sé, più decisa, più padrona della sua storia… era ora di dare un taglio a remore e ricordi che le impedivano di essere davvero felice. Sì, era ora di darci un taglio…

 

Scese le scale, fermandosi a metà e trattenendo un sorriso. Scosse la testa per ravvivare la chioma, gesto che – volontariamente- non aveva fatto mai.

- Oscar?!-

- Mamma?!-

Lei proseguì la discesa delle scale sotto lo sguardo sorpreso ma luccicante degli suoi amati occhi verdi. Uno sguardo che l’aveva sempre rassicurata, protetta, che era stato scomodo rivelatore degli errori, e che ora sembrava raddoppiarsi per un sorprendente gioco di prestigio.

- Fatti vedere…- André dovette avvicinarsi. I capelli di Oscar… arrivavano fino al collo, appena più lunghi di quando aveva quattordici anni.[3] Glieli toccò. Erano più morbidi, il colore più acceso, davano risalto al viso fine, agli occhi scintillanti, al collo delicato. Oscar aveva ripreso qualcosa della sua vecchia immagine piena di energia ribelle. – Non posso credere che tu abbia fatto una cosa del genere, ma lasciati dire che sei bellissima…-

- Non mi servivano più…- abbassò lo sguardo. Poi, terminò a voce più bassa, come vergognandosi di quella debolezza - come tante malinconie.

- Come hai potuto?… Erano talmente lunghi, talmente… beh, sembra incredibile anche a me, ma così mi piaci.-

- Mamma, sembri una ragazza!- Oscar si chinò, faccia a faccia con Pierre, gli scompigliò la zazzera dorata. Lui le tirò le ciocche di capelli.

- Vuol dire che giocheremo meglio!- lei gli spinse la testa indietro, con la punta dell’indice. Lui si piegò senza mollare la presa.

Mentre rideva ancora, in quella sorta di tiro alla corda con Pierre, sentì un tepore inaspettato dietro il collo, che la paralizzò. Sgranò gli occhi e si voltò. Un bacio improvviso tra la nuca e l’orecchio, André che sorrideva dolcemente.

- Le parole non bastano per dirti quanto sei bella. Non potevo resistere… mia Oscar…-

 

“Tu devi essere impazzita…” era il commento che i conoscenti ripetevano più spesso. Oscar sorrideva di nuovo, camminava a testa alta, fiera delle sue scelte, pronta pagarne le conseguenze e con una gran voglia di vivere la sfida del futuro in quel periodo così drammatico.

Reperì tutto quello che le poteva servire, fece spargere la voce nel quartiere. Fu difficile trovare a poco prezzo tutto ciò che serviva, secondo lei, per imparare a pensare: occhi e braccia li fornisce madre natura – la migliore insegnante – il resto era costoso, e il periodo non permetteva sprechi, la sussistenza era diventata la prima esigenza.

 

Si partì in sordina, con i dirimpettai… e fu un bene, nonché una sicurezza.

Davanti ad un gruppo di cinque persone sedute intorno al tavolo - un ragazzino macilento con una gran cicatrice sul naso, una bambina paffuta con le trecce nere, una signora con gli occhiali e grasso a sufficienza per darle un aspetto pacifico, due gemelli praticamente uguali se non per il numero di lentiggini- si sentì disorientata, quasi sbalzata indietro dall’apparire di quel “plotone” eterogeneo che la fissava. Se da una parte sentiva l’assurdo della situazione, dall’altra le affioravano – nella memoria, ma quasi sotto gli occhi- svariate immagini. Rivedeva il sorriso di un soldato, la postura di un altro, il colore dei capelli di un altro ancora. E poi voci, momenti… fu un istante. Prese un gran respiro come prima di un tuffo, e si tuffò. Se bisognava ricominciare per l’ennesima volta, meglio farlo senza troppi patemi, già ce ne erano stati a sufficienza.

Fece per parlare. Le prime parole che stava per pronunciare erano “Allora, soldati…” Inadatto.

- Salve a tutti.- disse, mentre quelli, scomposti come il peggior esercito del mondo, si abbarbicavano intorno al proprio foglio con gli occhi fissi su lei. Cercò di spiegare le sue intenzioni. Leggere e scrivere non voleva dire solo firmare per i pagamenti, ma anche poter capire i motivi che portavano le persone ad agire in determinati modi, lo Stato a dirigersi verso certe mete. Ovviamente doveva spaziare negli esempi, perché in quel gruppo c’erano persone dai cinquanta a i sei anni.

- Ma, signora maestra…- il ragazzo con la cicatrice alzò la mano.

Oscar lo gelò con un'occhiata. – Non chiamarmi signora maestra. Puoi chiamarmi Oscar. - Riuscì a trattenersi a stento. André, in un angolo, se la rideva magnificamente.

- Scusate, Oscar… ma io sono andato a scuola per qualche settimana, anni fa… e mi dicevano che va detto sempre signo…-

- Va bene! Va bene! - Agitò le mani avanti a sé, implorante, cercando il sostegno dello sguardo di André, che invece guizzava divertito metri più in là. Ci mancava solo il "signora maestra"! Si sentiva ribollire. Ma si sentiva anche viva. Arrotolò le maniche come un medico prima dell’operazione, si morse le labbra e iniziò.

Non era facile. Lei, abituata a trattare con autorità, a dare ordini senza necessariamente spiegare, ad esser di poche parole, a risolvere certe intemperanze con punizioni da caserma…. Abituata, anche, a parlare con persone che sapevano ben più che leggere e fare di conto… invece doveva assistere, guidare, andare incontro, doveva trattenere molti suoi comportamenti abituali e amplificarne altri, accaldata per l'impegno, nonostante fuori soffiasse un vento teso e freddo, che pareva tagliuzzare i volti come una lama di vetro. Dopo due ore, congedò i bizzarri allievi. Si sentiva sollevata, e si rilassò. – Bene - le sfuggì - potete rompere le righe….- Poi si rese conto di ciò che aveva detto, e si sentì avvampare, mentre gli astanti la guardavano perplessi.

 

Quando la casa fu vuota, Oscar si sedette per terra, stremata e incredula. “Dio mio, che fine ho fatto…”

- Signora maestra!!- una voce squillante veniva dalle scale. Appollaiato qualche gradino più sopra c’era Pierre.

- Ma…?-

- Signora maestra! Signora maestra!- Sveglio, il fanciullo.[4] Sembrava divertirsi nel vedere il disappunto e lo smarrimento di Oscar.

Oscar si portò le mani nei capelli. – ANDREEE’!- invocò tra lo sconvolto, l’esausto e il moralmente tramortito.

Iniziò la sua filippica, contro se stessa e le sue idee, contro André che invece di aiutarla se la rideva, contro Pierre che sicuramente era stato imbeccato da qualcuno, perché a tre anni non si può esser così malvagiamente vispi, contro i suoi capelli che - dopo essere tagliati - rischiavano di caderle del tutto.

 

André rideva.

- Tu sei terribilmente urtante!- Oscar sottolineò il concetto incrociando le braccia.

- E tu sembri tornata la Oscar di un tempo… Sei fantastica…quanti mesi era che non ti vedevo così? Eri come spenta… ora sei distrutta di stanchezza, ma sei così piena di vita e di calore…-

- Stai… scherzando?-

- No, Oscar. Parlo seriamente. Per quanto possa sembrare assurdo, forse ti troverai bene. Forse sarai felice… anche con i soldati della Guardia andò così.-

- Devo crederti?-

- Mh, sicuro ”signora maestraaaa”…- contraffece la voce, imitando quella di un bambino.  Rideva ancora quando partì un colpo di cuscino da una Oscar paonazza e imbarazzata.[5] – Ehi, Oscar… guarda che questi non sono mica di un palazzo nobiliare!… questi si rompono…- non finì di parlare che gli arrivò, quasi di rincorsa, Oscar addosso, che, con un impeto giocoso eppure delicato, persino stanco, più che spingerlo pareva invitarlo a ricadere sul letto. Oscar rideva, ma con le lacrime agli occhi. Per la tensione scaricata, per la paura, per la speranza, per la consapevolezza che un periodo cupo era finito… e che lei stava vivendo un momenti difficile, ma bellissimo.

- Uffa, non posso neppure punirti, dato che non ho più il potere militare!-  bloccò André, per quanto il peso di lei fosse insignificante.

- E io sono esente dalla leva[6]! Sono mutilato, e persino sposato! Pensa che sfortuna!- rise.

- Ma sentilo!- Oscar agguantò il cuscino e, senza togliersi da dosso a lui, fece per colpirlo sulle spalle. André avrebbe potuto ribaltare le sorti della loro privata battaglia, ma preferì averla su di sé, per guardarla negli occhi. – Piuttosto - riprese lei, come distratta - vorrei capire come fa Alain a sfuggire alla leva, non mi sembra né sposato né mutilato. Come ex comandante, mi sento responsabile del senso civico dei miei ex sottoposti!-

- Glielo chiederemo di persona… e se non ci risponderà a dovere, prenderemo a cuscinate anche lui…-

Oscar si calmò, posò il cuscino e si distese accanto ad André, la testa sul suo petto. Ne sentiva il respiro affannoso, accarezzandolo poteva percepire il rilievo della cicatrice vicina al cuore.

– Sembra incredibile, tutto questo…- disse - Tutto, dalla prima all’ultima cosa… Tutto così strano, André…-

- Prometto che non ti prenderò più in giro, e che ti aiuterò con i più piccoli.- Aveva voluto stemperare la tensione.

Oscar sorrise, aveva capito l'intenzione di André. Poi, tornò subito seria. Un pensiero le era balenato in mente. - Senso civico... Ha ragione, Alain, a barare - disse piano. - Una guerra ora non ha senso, serve solo per distogliere i francesi dal pensare, dal notare ciò che sta accadendo qui. Non credo che un certo tipo di processi davanti al tribunale rivoluzionario siano utili alla libertà, come non credo che le fronde politiche, gli attacchi dei giornali, l’intolleranza che distanzia i nostri rappresentanti, siano consoni allo spirito di uno stato civile. Invece di rivangare il passato, perché non costruiscono il futuro? - Perché ho dovuto nascondermi, rinunciando al mio lavoro, furono le parole, che non pronunciò. Ma che André intuì nel discorso spezzato.

Perché…

 

“Quella domanda cadde nel vuoto. Lei non la fece. Io non risposi. Non c’era niente da dire, soltanto da prendere atto che la realtà aveva tradito le nostre aspettative. Che ci aspettavamo una libertà necessariamente vincolata, ma non così faziosa, così sanguinaria e vendicativa. Così, a volte, del tutto priva di riscontri pratici. Eppure io continuo a sperare. Perché finché ci saranno persone con il coraggio di andare avanti, allora… Non possiamo fare altro che vivere e aspettare. E sperare che il cognome di Oscar non finisca preso in esame da qualche membro di un tribunale rivoluzionario della provincia… Lì sono ancora peggiori: in provincia spesso restano ignoranti o esaltati.[7] O, peggio, carrieristi che sono disposti a tutto pur di farsi un nome… allora a nulla varrebbe anche una fuga. Non si fanno scrupoli. Io cerco di fare più attenzione possibile… ho molta paura. Spero solo che Oscar e Pierre non se ne accorgano.”

 

 

Continua...

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[1] E’ vero, lo dice Misato Kasturagi nell’episodio di Evangelion “A human work” ma a me piace così tanto da aver inglobato la frase nella mia testa. E non mi sembra che Oscar creda nei miracoli. Tra l’altro Misato è uno dei miei personaggi preferiti.

[2] Volontario rovesciamento di un plausibilissimo topos delle fanfic. André insegnante è più che plausibile… Oscar è stranissima! Corro il rischio di beccare pomodorate, però l’idea mi frulla in testa. Solo poi, quando aveva preso già la sua forma nella mia contorta testolina, ho saputo che l’idea l’aveva anche avuta la Migliavacca. E ho letto Colonel et femme, scoprendo che l’idea per cui solo la capacità di ragionare può portare ad un vero progresso sociale non è solo mia… meno male: temevo di essere una specie di befana da proteggere!

[3] Permettetemi il sacrilegio. Credo sia proprio carina, anche se per gusti personali io inclino sempre ai capelli molto lunghi.

[4] Nu’ poco scassaballe… io, però, a quell’età ero PEGGIO!

[5] Io non ho mai fatto fare a cuscinate Oscar e André, mentalmente ho cercato delle alternative equivalenti, per non sembrare una saccheggiatrice di fanfic. Infatti la battaglia di cuscino più bella e sentita c’è in “Rape” di Laura. Ma nonostante le intenzioni, mi sono resa conto che non è un semplice fare a cuscinate – fare a botte non sarebbe più adatto alla loro età – quanto una forma di contatto fisico molto intimo, necessario per sfogare le tensioni e per sentirsi vicini, corporalmente, con una componente, però, di amicalità. Quindi ha più significati, come i livelli del rapporto tra Oscar e André.

[6] Per far fronte a quel periodo fu messa la leva obbligatoria, e fatta una campagna patriottica per l’arruolamento. Erano esenti, appunto, i mutilati e gli sposati e i minori di 25 anni. Vedi Schama, Cittadini, Mondadori, 1999, pp. 7941 e Sutherland, Rivoluzione e contro rivoluzione in Francia, Il Mulino, 2000, pp. .221

[7] Sutherland , Rivoluzione e controrivoluzione in Francia, Il Mulino, 2000, pp. 248-252.