Solo uno

parte 8

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 Nota della webmaster: questo racconto era presente sul sito di Alex, La leggenda di Versailles. Quando il sito, per una sofferta e dal mio punto di vista comprensibilissima, decisione di Alex ha chiuso, il racconto era rimasto senza finale, in particolare, senza uno dei finali. L'autrice si è rivolta al sito Little Corner per curare una nuova pubblicazione, con una nuova revisione del testo e noi siamo felici di accoglierla. Cogliamo anche l'occasione per un saluto affettuoso alla nostra Alex!

 

Era il 26 agosto. Il giorno del compleanno di André(1). Quella data, con il suo carico di ricordi, si abbatté su Oscar come una mazzata, distruggendo tutte le difese che, inconsciamente, lei aveva eretto contro il suo dolore.

Quel giorno non si sentiva in grado di vedere nessuno. Per questo, uscì prima dell’alba, da quella casa che conteneva troppe persone, troppi occhi intenti a scrutarla, sempre, in ogni momento, cercando di scorgere in lei un segno, uno qualsiasi, che parlasse della sua ripresa. Uscì prima dell’alba, incurante di pranzo, cestini e promesse.

Come se avesse indovinato il suo desiderio, o sentito il suo pensiero, Fabrice non si fece vedere. O forse, era semplicemente troppo presto.

Il sole non era ancora sorto, ma già le stelle avevano iniziato a impallidire. Spirava un leggero venticello, che spingeva nubi a oscurare il cielo. L’aria aveva uno strano odore. Probabilmente, un marinaio, quel giorno, non avrebbe rischiato a spingere in mare la propria imbarcazione. Probabilmente, non avrebbe neanche messo il naso fuori di casa. Ma Oscar non conosceva il clima di quella regione, non poteva cogliere tutti i sintomi del tempo che si stava preparando per quel giorno.

Appena uscita di casa, si allontanò in fretta, nella direzione opposta a quella che portava alla casa di Sabina (ma come si chiamava, in realtà, quella ragazza?). L’azione calmante che il cambiamento d’aria, il tempo, l’incontro con Fabrice e la sua strana signora avevano esercitato sul suo animo, era stata completamente distrutta, spazzata via da quella data, come una diga troppo fragile viene abbattuta dalla marea.

Camminò e camminò, a lungo, sulla sabbia, sulle rocce, nell’acqua, senza mai fermarsi, senza accorgersi che non aveva più bisogno di fermarsi, né per tossire né per riprendere fiato, come quando era più giovane, come quando era sana, come quando era con André.

Camminò e camminò, a lungo, senza accorgersi di niente, gli occhi pieni di lacrime, il cuore pieno di disperazione, la mente piena di nostalgia, e di rimpianto.

Camminò e camminò, a lungo, senza pensare a niente se non a quel suo dolore, finché non crollò a terra, abbandonandosi alle lacrime, arrendendosi alla sua disperazione.

Pianse, a lungo, su quella spiaggia sconosciuta, circondata dal silenzio.

Pianse, a lungo, mentre il vento s’ingrossava e la sabbia si sollevava, mulinava, turbinava intorno a lei.

Pianse, a lungo, mentre il mondo attorno a lei scompariva dietro una cortina di sabbia.

Pianse, a lungo, persa nel suo dolore, e quando finalmente riemerse dal mondo oscuro in cui era precipitata, non seppe più da che parte girarsi, perché la spiaggia era sparita, e con essa tutti i punti di riferimento.

Il vento era talmente forte, che aveva provocato una tempesta di sabbia. Da qualsiasi parte si girasse, Oscar vedeva solo sabbia. Sabbia sotto di lei, sabbia sopra, sabbia intorno. Sabbia che le si insinuava nei vestiti. Sabbia che si raggrumava sulle sue guance, mischiandosi alle sue lacrime. Sabbia che le finiva negli occhi, depositandosi sulle sue ciglia bagnate, per quanto lei cercasse di proteggerli. Sabbia che le penetrava tra le labbra, finendole in bocca: aveva un gusto amaro, strano.

Pensò di alzarsi, per cercare un riparo dal vento. Tentò di proseguire in linea retta, allontanandosi dal mare (chissà, magari avrebbe potuto trovare riparo in un gruppo di alberi), cercando di orientarsi con il rumore della risacca.

Però… però… non aveva considerato la forza del vento, né aveva previsto di non riuscire a identificare la provenienza di un suono. Lei, che su questa facoltà aveva giocato la vita, in più di un’occasione! Ma era impossibile capire dove fosse il mare: il vento, il rumore del vento era dappertutto, incessante, assordante. E se per caso, in un momento di relativa calma, riusciva a percepire il rumore del mare, era lontano, ovattato, come nascosto.

Continuò quindi a girare… e girare… e girare, sospinta dal vento che le urlava nelle orecchie, che le scompigliava i capelli, gettandoglieli in faccia, che tentava di strapparle le vesti, e non riuscendovi le gettava acqua addosso… acqua… acqua salata… acqua di mare, mare  che si scagliava furioso contro le rocce, quella scogliera che Oscar aveva attraversato ore prima, e su cui il vento, senza che lei se ne accorgesse, l’aveva risospinta, condotta avanti, sempre più avanti, nonostante lei cercasse di lottare con tutte le sue forze, nonostante cercasse di resistere, veniva spinta avanti, sempre più avanti, sempre più vicina al bordo, confine tra la terra e l’aria, tra la vita e la morte, che si avvicinava inesorabilmente.

 

Nel mentre, Alain e Rosalie aspettavano, a casa. Aspettavano che la tempesta passasse, ma la loro attesa non era tranquilla, né aveva l’apparenza di esserlo. Alain passeggiava su e giù, avanti e indietro. Ripeteva il suo breve itinerario da ore ormai, senza mai fermarsi, roso dal tarlo della preoccupazione che non gli lasciava pace. Dov’era? Dov’era? Dov’era? Perché era uscita così presto… senza avvertire nessuno… non aveva neanche preso qualcosa da mangiare, come prevedeva il loro patto. Questo… questo non era da lei. Aveva sempre rispettato gli impegni che prendeva, non aveva mai mancato alla parola data… quando le era stato possibile. E quando non lo era stato, aveva trovato un modo per riuscirvi comunque. Ora, invece…

La tempesta continuava, senza dar segno di volersi fermare,  o anche solo diminuire d’intensità. Alain si fermò improvvisamente davanti alla finestra, sbarrata dalla persiana. La situazione non migliorava. Con quel tempo, non poteva neanche uscire a cercarla. Ma dove si era cacciata, maledizione?!

Riprese il suo frenetico andirivieni. Uno due tre quattro cinque giro uno due tre quattro cinque sei sette giro uno due…

Rosalie lo guardava, in lacrime, preoccupata per Oscar, spaventata dalla tempesta e da Alain (e non avrebbe saputo quale dei due le facesse più paura). Non osava dire niente, timorosa della reazione, non osava neanche muoversi.

I minuti passavano così, e le ore anche, con Rosalie immobile e Alain che passeggiava su e giù… uno due tre quattro giro uno due tre quattro cinque giro uno due tre sosta alla finestra e di nuovo uno due tre giro uno due tre quattro cinque giro uno due tre quattro cinque sei giro… i tacchi dei suoi stivali ticchettavano sul pavimento, riecheggiando i battiti del suo cuore e il martellare dei suoi pensieri angosciati: dov’è? Dov’è? Dov’è? Come sta? Cosa fa? Perché? Dov’è? Dov’è? Dov’è?

Avrebbero potuto continuare così in eterno. Né l’uno né l’altra davano il segno di avere la benché minima intenzione di fare qualcosa per rompere quella catena.

Avrebbero potuto continuare in eterno, se non avessero bussato alla porta. Due tocchi brevi, quasi sbrigativi. Alain e Rosalie si voltarono contemporaneamente verso l’ingresso, increduli, pensando a un’allucinazione, aspettando che si ripetessero.

E di nuovo, a conferma della loro (speranza? paura? Non avrebbero saputo dirlo) sensazione, vennero nuovamente, due tocchi brevi, decisi, incredibilmente reali in una situazione in cui non avrebbero dovuto esistere.

Alain si riscosse dal proprio sbigottimento. Andò ad aprire. Si ritrovò davanti una figura irreale, esattamente l’opposto di quella che in realtà, contro ogni logica, sperava di vedere, simile ad essa solo nella tipologia dell’abbigliamento.

Alta, magra, i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle e spettinati dal vento, Sabina stava davanti a lui, vestita di rosso, com’era sua consuetudine, ma non più una presenza calma e riflessiva, bensì decisa, bellicosa e piena di sfida.

Il cappello calato sugli occhi, la camicia semiaperta, il mantello svolazzante, i pantaloni aderenti che finivano negli alti stivali di pelle rossa, la mano sinistra che reggeva la spada, mentre la destra era poggiata sull’elsa, il peso del corpo tutto su una sola gamba… ecco come apparve ad Alain.

Appena sentì aprire la porta, sollevò lo sguardo. Non sprecò tempo e fiato in presentazioni.

- Allora, mi fate entrare sì o no?-

Alain si scostò dalla porta, confuso, e lei entrò, decisa, facendo risuonare la stanza del rumore dei suoi tacchi. Si fermò al centro del soggiorno. Si guardò attorno, strana figura irreale, quasi appartenente ad un altro mondo.

- Oscar è già tornata?-

- No. – li stava prendendo in giro, per caso?

- Bene, la aspetto.-

Prese una sedia, si sedette vicino al fuoco, stendendo le gambe e incrociandole alle caviglie. Non parlò, non li guardò, sembrò essersi dimenticata della loro esistenza.

Dopo qualche minuto, come se un pensiero improvviso avesse turbato le sue riflessioni, presentandole un fatto nuovo o dimenticato, rovesciò il capo all’indietro per guardarli.

- Voi non sapete niente, vero?-

- Cosa dovremmo sapere? – lei sorrise. Non era molto importante, quel fatto.

- Non importa. Capirete presto. – tornò a voltarsi verso il fuoco. – Come capirà anche Oscar, trovando la risposta al quesito che l’ha assillata finora. – aggiunse come fra sé.

- Quale quesito?-

- Perché è sopravvissuta. – la risposta, mormorata, quasi coperta dal rumore del vento, non giunse affatto inaspettata.

 

Correre. In fretta. La sua era una lotta contro il tempo, una lotta contro il vento, che tentava di ostacolarlo, di fermarlo, di mandarlo fuori strada. Ma lui non poteva permettersi né un ritardo, né di fermarsi. Oscar era in pericolo, e lei doveva salvarla, a tutti i costi. E per salvarla doveva arrivare da lei, e doveva farlo al più presto, perché lei non avrebbe potuto resistere ancora a lungo.

 

Oscar continuava la sua lotta contro il vento, senza sapere che lottava contro la morte, quando lei aveva finora lottato contro la vita. Continuava ad arretrare, passo dopo passo, spinta dal vento, che la faceva girare e rigirare fino a toglierle qualsiasi senso dell’orientamento, dandole l’impressione di muoversi quasi in tondo, ora in un verso ora in un altro, in realtà conducendola sempre nella stessa direzione, verso quell’orlo oltre cui c’era solo il mare infuriato, e la morte.

Oscar sentì all’improvviso il rumore delle onde sotto di sé, gli spruzzi portati dal vento sul suo volto, sulle sue mani, su tutto il suo corpo. Capì di essere in alto, su una di quelle scogliere che tanto spesso aveva osservato, e ammirato, e di essere vicina all’orlo, sul bordo del baratro. Raddoppiò i suoi sforzi, piantando i piedi a terra, irrigidendo i muscoli, tentando di opporsi al vento. Ma le sue forze erano stremate, e se anche fosse stata al massimo delle sue potenzialità, non avrebbe potuto comunque fronteggiare la forza del vento. Quella era una battaglia che Oscar era destinata a perdere.

 

In una casa isolata, vicino alla spiaggia, davanti a un fuoco acceso, in compagnia di due persone preoccupate e ammutolite, Sabina pregava sottovoce.

- Corri, corri, ti prego, corri più forte che puoi. Corri amico mio, il tempo è ormai agli sgoccioli!-

Come se l’avesse sentita, l’uomo sulla spiaggia raddoppiò i suoi sforzi. C’era quasi… ecco, la scogliera!… si arrampicò di corsa tra le rocce, resistendo al vento che voleva strapparlo via… la sabbia gli volava in faccia, accecandolo… il sentiero, era quasi arrivato alla cima… dov’era Oscar? Possibile che fosse arrivato troppo tardi? No! la vide, in lotta contro il vento, lotta inutile quanto faticosa, ma inevitabile per lei che aveva sempre lottato e che, ora, tornava ad essere, per un breve istante, se stessa… si precipitò verso di lei, pronto a prenderla, abbracciarla, stringerla e portarla via di lì, portarla al sicuro, lontano da tutti i pericoli, finalmente in grado di proteggerla come lei meritava, e come lui desiderava… ma proprio in quell’istante, colpo fatale del destino che ancora una volta arrivava a rimestare le carte e complicar loro la vita, lei indietreggiò, un passo, uno solo, ma già in eccesso, perché  posato sul niente, perché a sostenerlo potevano arrivare solo le onde del mare, onde infide e traditrici, sempre e comunque.

Oscar si sentì improvvisamente mancare il terreno sotto i piedi. Un passo, un solo passo… non avrebbe mai creduto potesse avere conseguenze così disastrose… annaspò per un tempo che le parve infinito… che in realtà durò poco più di un battito di ciglia… per poi perdere ogni contatto col suolo, cadendo all’indietro.

Quante cose si possono vedere in un momento? Oscar ne vide molte, immagini confuse, pensieri disordinati, su cui spiccavano un pensiero, causato da un’immagine… sono arrivata alla fine, finalmente la mia ora è arrivata… André, tra poco sarò tra le tue braccia… come avrebbe potuto, in caso contrario, vedere ciò che stava vedendo? No, quelli erano i suoi ultimi momenti, e il Paradiso le si stava spalancando davanti.

L’uomo la vide cadere, si buttò in avanti, in un ultimo disperato tentativo di salvarla, di salvarsi, urlando il suo nome disperatamente.

- Oscar! – un unico, lungo grido, mentre le sue mani si tendevano verso di lei, cercavano le sue mani, le trovavano, le afferravano, la sostenevano, tirandola su, nuovamente su quel terreno, quelle rocce, al sicuro, tra le sue braccia, che la stringevano frenetiche, la accarezzavano, come fosse un tesoro fragile e prezioso.

 

Nella casa, la tensione che fino ad allora aveva tormentato Sabina si allentò, e lei poté lasciarsi andare contro lo schienale della sua sedia. Si  voltò verso i suoi ospiti, vide la preoccupazione sui loro volti, e sorrise.

- Su con la vita! Oscar sta bene, anzi, oserei dire benissimo. Tra qualche ora sarà qui.-

Vide lo scetticismo nei loro occhi, e accentuò il sorriso.

- Credetemi. Non mento mai su cose del genere. Sarebbero bugie dalle gambe corte, anzi, cortissime.-

 

In una grotta, tra le rocce, Oscar riprendeva i sensi accanto a un fuoco, distesa su un letto di alghe secche, coperta da una vecchia coperta logora. Si svegliò lentamente, e per alcuni minuti pensò che i suoi sogni si fossero finalmente realizzati, che lei fosse morta e in Paradiso. Ma il calore del fuoco sul suo viso era troppo forte e troppo fisico per permetterle di pensare di essere puro spirito.

Ma se lei era viva, quella figura che, accanto a lei, attizzava il fuoco, era veramente…

- André! – gridò, sollevandosi a sedere.

- Oscar! Ti sei svegliata, finalmente! – rispose lui, lasciando perdere il fuoco e precipitandosi ad abbracciarla. Lei, racchiusa nel cerchio delle sue braccia, lo guardava stupefatta, mentre lo toccava e ritoccava, senza riuscire a convincersi della sua realtà.

- André, ma… ma tu… tu sei… sei…- André la guardava, sorridente, capendo ciò che lei voleva dire e non osava.

- Sì Oscar, sono qui, vivo. Vivo, e ora felice, perché tengo tra le mie braccia, dopo un tempo che mi sembra un secolo. - le disse, e intanto la stringeva, la accarezzava, le baciava i capelli, immergendovi il viso, respirando il suo profumo, beandosi semplicemente della sua presenza.

E Oscar, ancora incredula, ma felice, incredibilmente felice, si stringeva a lui.

- Come… come è successo? Ti ho pianto tanto, e invece… invece…tu eri vivo!-

- È una storia strana, quasi incredibile.-

- Raccontamela. Voglio sapere tutto. Per quanto strana sia, so che sarà vera.-

- Va bene Oscar, come vuoi. Non so dirti molto su come sono stato salvato, né su come sono arrivato fin qui. Ho passato le prime settimane a letto, dapprima incosciente, convalescente per le ferite. Quando finalmente potei alzarmi dal letto, mi ritrovai già qui. Qualche giorno dopo, Tiziana mi ha proposto di intervenire sui miei occhi… da principio non ero molto convinto, ma ha funzionato, ed ora sono come nuovi! – esclamò ridendo, indicando verso i suoi occhi, ora nuovamente vivi e brillanti come lei li aveva conosciuti e amati. Il sinistro era attraversato da una sottile cicatrice che risaltava chiara sulla sua pelle abbronzata, come un monito a ricordare sempre che niente è eterno.

Oscar sollevò una mano seguendo con dito leggero quella sottile linea chiara. Era vero, i suoi occhi erano tornati sani. Ne era felice. Finalmente, il suo senso si colpa per quella ferita si sarebbe attenuato.

André le prese la mano, depositandovi un dolce bacio, mentre la guardava con occhi adoranti e colmi di felicità.

Oscar sorrise, sistemandosi più comodamente tra le sue braccia e appoggiando meglio la testa sulla sua spalla, con l’espressione di una bambina che si sistemi tra le coperte, o di un gatto che si acciambelli vicino al fuoco per dormire. Le braccia di André la circondavano, e lei si sentiva finalmente felice, al caldo e protetta. Ma poi, improvvisamente, un pensiero, un nome, venne a turbare con la morsa della gelosia la sua serenità appena riconquistata. La mano che André stringeva si irrigidì, le sopracciglia si aggrottarono.

- Chi sarebbe questa Tiziana? – la voce sferzante, tagliente come una lama, pungente come i suoi occhi. André, che si era preoccupato nel vedere la sua espressione, rise, e la strinse ancora di più a sé, poggiandole la guancia sui capelli.

- È vero, scusa, me ne stavo dimenticando. Tu la conosci come Sabina. – le disse, divertito e intenerito. - Non è il caso di essere gelosa, Oscar, te l’assicuro. – continuò, prendendola per il mento e guardandola negli occhi. Lei annuì, nuovamente serena. Gli occhi socchiusi, le labbra distese in un sorriso, guardò il suo amato, e l’espressione dei suoi occhi da sotto le palpebre colpì André con la freccia dorata di Cupido. La conosceva, sapeva cosa voleva, non aveva bisogno di nient’altro… rispose al muto messaggio, chinando la testa, sfiorando le labbra, approfondendo gradualmente il bacio che Oscar aspettava. Crollarono entrambi su quel letto di alghe, mentre le loro mani armeggiavano frenetiche con lacci e bottoni, ansiose di ritrovare, dopo la lunga separazione, quella pelle troppo poco conosciuta, a lungo desiderata e pianta come perduta.

 

Più tardi, distesa davanti al fuoco morente, tra le braccia del suo uomo, con il suo calore che le scaldava la schiena, Oscar ascoltò il resto della storia di André, come si era ritrovato tra quelle persone, la guarigione dei suoi occhi, la loro promessa di riunirlo a lei, le stranezze di quella strana ragazza, la compagnia di Fabrice, e i resoconti che lui gli faceva, ogni giorno, su quello che lei aveva detto, o fatto, descrivendogli e raccontandogli ogni minimo particolare, alleviando così la sua solitudine, dissetando, anche se con poche gocce, la sua sete di lei, portando un raggio di luce nell’oscurità da cui era avvolto, per la guarigione dei suoi occhi, fino al giorno in cui l’aveva condotta in quella casa, e lui aveva finalmente potuto gioire della sua voce e della sua vista.

- Hai assistito a tutte le nostre conversazioni? – gli aveva chiesto lei, stupita.

- Sì Oscar, a tutte… e non sai che strazio fosse per me sentirti parlare in quel modo, vederti soffrire così tanto e non poter entrare a consolarti, non poterti abbracciare e dirti che stavi sbagliando, che io non ti avevo lasciato. In quei momenti avrei facilmente rotto la promessa di fidarmi di loro e aspettare, se non mi avessero trattenuto.-

Oscar rimase silenziosa per un poco, cercando di pensare, anche se la sensazione delle braccia di André attorno al suo corpo, e del suo respiro sulla sua pelle, la distraevano, distogliendola da ogni riflessione.

- Se hai assistito a tutti gli incontri, allora… allora sai…-

- Che volevi morire, e che sei malata? Sì, Oscar, lo so, ma so anche che sei in via di guarigione, e che abbandonerai presto questi pensieri macabri. – disse lui, accarezzandole le labbra. Lei rispose con un sorriso.

- Con te accanto, non ho più alcun motivo o voglia di morire. Anzi, voglio vivere, vivere il più a lungo possibile. Voglio invecchiare accanto a te.-

Si rigirò nel suo abbraccio, passò le sue braccia attorno al corpo di lui, poggiò la testa sul suo petto. Il calore di lui l’avvolgeva, rassicurante, così come il suo profumo. Sentiva i battiti sordi del suo cuore, calmi, rassicuranti. Il loro ritmo ipnotico l’accompagnò nel sonno, insieme alla dolce sensazione delle sue mani che le accarezzavano i capelli.

  

(1) Benché recentemente, sulla ristampa del fumetto, come data di nascita di André sia stato segnalato il 2 giugno, io sapevo che essa era il 26 agosto, che, per questo racconto, era più adatta.

 

parte 8b

 

 

Dal giorno in cui aveva offerto l’anello ad Oscar, e lei l’aveva brutalmente rifiutato, Marc non aveva più tentato di avvicinarla, ma non per questo aveva rinunciato a lei. Aveva iniziato a seguirla, badando a non farsi vedere, cosa non difficile sulla spiaggia, come non lo era stato a Parigi, perché Oscar non si voltava mai indietro. Quella donna lo aveva incuriosito, e voleva saperne qualcosa di più. Del resto, non era mai andato a letto con una pazza, e la cosa poteva essere divertente. Quindi, chissà, magari seguendola avrebbe anche potuto scoprire qual era il suo punto debole, il lato da cui poteva tentare di conquistarla. Perché la sua pazzia cambiava tutte le sue tattiche. Quella era una vera sfida.

Aveva iniziato a seguirla, dunque, da quando usciva prima dell’alba a quando rientrava dopo il tramonto, la spiava mentre era in casa, ascoltava le poche parole che scambiava con Alain e Rosalie. Aveva sentito, più di una volta, l’aroma delle sue creazioni gastronomiche,  l’aveva vista uscire col vassoio in mano, e l’aveva sentita parlare al vento.

Aveva assistito a innumerevoli stranezze, una dopo l’altra, senza mai riuscire a capirle.

Una volta, mentre lei sedeva davanti al mare, le si era avvicinato un cane. Lei non se n’era accorta, ed era rimasta assorta nella sua immobilità finché non aveva sentito il tocco umido del naso sulla sua guancia. Marc lo conosceva, quel cane, era di un contadino che abitava lì vicino. Era un cane molto affettuoso e vivace, sempre pronto a giocare con chiunque, che lo conoscesse o no. E in verità, erano pochi a non conoscerlo, ormai, sempre in giro com’era, sempre pronto a far festa a chiunque, ed erano pochi a non volergli bene. Anche per questo, si aspettava sempre allegria, e carezze. Nessuno dei due era preparato alla reazione di Oscar.

Appena aveva avvertito quel freddo contatto, si era ritratta di scatto con un grido, girandosi per vedere chi l’aveva toccata. Si era ritrovata il muso del cane vicino al suo, gli occhi negli occhi, e se ne era allontanata subito.

- Via – aveva gridato –via, va’ via! – ma il cane non si muoveva, così gli aveva agitato davanti la mano, lanciato della sabbia addosso, qualsiasi cosa per costringerlo ad allontanarsi. Ma il cane, convinto fosse un nuovo gioco, non voleva allontanarsi. Si era messo a saltellare da una parte all’altra schivando la sabbia, puntando alla mano, rincorrendo i bastoni, mentre l’aria si riempiva dei suoi latrati gioiosi.

La pazienza non era mai stata una dote di Oscar, men che meno ora. Aveva ben presto cominciato a urlare a squarciagola, dando colpi ovunque attorno a sé, all’aria, alla sabbia e anche al cane stesso. Questo non riusciva a capacitarsi di quell’aggressione, e la guardava smarrito, spostandosi il tanto per schivare i colpi, mentre con gli occhi sembrava chiederle perché lo trattava così, perché non lo accarezzava e non giocava con lui…

Oscar si bloccò, ansante, cadendo in ginocchio davanti a esso, mentre le lacrime le scivolavano giù per le guance, lavando il ricordo del naso del cane dalla sua pelle. Anche il cane si era fermato, e la guardava, triste e dolce, con i suoi occhini lucidi e il muso serio.

- VATTENE! – urlò Oscar, scoppiando in singhiozzi isterici, i pugni sulla sabbia mentre lei si protendeva in avanti, urlando suoni inarticolati e insensati a squarciagola, e il suo movimento si concludeva sulla sabbia, lasciandola prostrata sulle mani e le ginocchia, il viso a sfiorare la spiaggia, su cui cadevano le sue lacrime e il duo respiro affannoso, che le sue mani smuovevano, mentre lei cadeva su un fianco, e tormentavano senza posa, girandola e rigirandola, afferrandola e stringendola, lasciandola andare e scagliandola lontana.

Marc era rimasto immobile a guardarla, tanto sorpreso da non saper come respirare. Cosa le aveva mai fatto quel povero cane, che adesso restava in disparte a guardarla, e sembrava non riuscire a decidere cosa fare, e dove andare. Osservandolo, Marc ne ebbe pietà, immaginando la confusione che doveva avere, e lo chiamò a sé con un fischio, cui esso rispose subito, correndo verso di lui e saltandogli addosso, a lui, Marc, che conosceva e sapeva come avrebbe reagito. Marca lo afferrò al volo, accarezzandolo sulla testa e sui fianchi, parlandogli, cercano di dare alla sua voce quella sicurezza che gli mancava.

- Sì, bravo bello, vieni qua cagnone, bravo, bravo bello… - gli diceva, mentre il cane gli leccava le guance, gli girava attorno e si stendeva sulla schiena per giocare. Ma i suoi gesti e le sue parole erano meccanici, la sua attenzione era rivolta ad Oscar, a ciò che stava urlando al vento tra i singhiozzi. Tra quelle parole sconnesse e spezzate aveva colto un nome, quello che lei sempre pronunciava quando offriva il cibo al mare, il nome del suo cuore, André. Un nome che veniva sempre pronunciato col suo tono più dolce e amorevole, un tono che pochi avrebbero creduto potesse appartenerle. Ma ora quel nome era pervaso di tristezza, e rimpianto, e accompagnato da un pianto disperato, quasi amaro e risentito.

Marc era sempre più confuso. Chi era questo André? Perché quando pronunciava il suo nome la sua voce era così dolce? E perché ora era così disperata, chiamandolo? Forse… forse… ma sì, forse lui era stato preceduto, e questo André era uno che l’aveva sedotta e poi abbandonata. Forse era per questo che lei era impazzita, e aveva deciso di non permettere a nessuno di conquistarla nuovamente, fino a decidere di vestirsi come un uomo, forse per rendersi meno appetibile… e probabilmente era ancora innamorata di lui, e sperava che tornasse… sì, poteva essere. Questo avrebbe spiegato molte cose, tra cui anche il rifiuto d accettare l’anello che le aveva offerto. Era una spiegazione logica, anche se non molto coerente. Ma si sa, una donna coerente è più rara della fenice.

Tutto questo avrebbe reso la sua impresa notevolmente più difficile, ma non impossibile. Avrebbe dovuto pensarci bene, ma avrebbe trovato la strategia adeguata. Poteva, per esempio, tentare di ricominciare da capo, senza rivelarle la sua identità, corteggiarla da lontano, oppure poteva azzardare e ripresentarlesi davanti… ma in quel caso era meglio lascia trascorrere un po’ di tempo, farle dimenticare quel che aveva fatto, per poter iniziare da capo, farle capire che c’erano altri uomini al mondo… certo, lui non era il buon samaritano, la sua opera consolatoria avrebbe voluto una ricompensa, una cospicua ricompensa… che non avrebbe compreso il dono di un altro anello da parte sua, però. Non aveva alcuna intenzione di legarsi per sempre a una pazza, per quanto potesse essere eccitante a letto. Del resto, bisognava considerare anche il giorno! E non gli sembrava molto dotata ai fornelli… no, no, era meglio non fare alcun passo in quella direzione, a meno che non si fosse rivelato indispensabile. E anche in quel caso, niente che non si potesse poi ritrattare.

La crisi di pianto di Oscar, intanto, si era trasformata in un attacco di tosse, che la scuoteva come un fuscello, e arrossava del suo sangue la sabbia intorno a lei. La violenza dei colpi di tosse arrivava fino a Marc, immobile tra le dune, indeciso sul da farsi,. Mentre lei tossiva, e tossiva, e tossiva…

Anche quella crisi, come le altre, passò, lasciandola spossata sulla sabbia insanguinata. Ogni volta era un po’ peggio, un po’ più lunga, un po’ più violenta, ogni volta la lasciava un po’ più stanca, e da questo lei capiva quanto si avvicinava la sua liberazione, sempre più in fretta, sempre più vicina…

Marc non lo sapeva, ma contro di lui lottava il tempo. La salute di Oscar peggiorava in fretta, e i sei mesi che le aveva diagnosticato il dottore si erano rapidamente ridotti. Ormai, non ne restavano che poche settimane.

 

 

pubblicazione sul sito Little Corner del febbraio 2005

Continua...

mail to: florimonde@hotmail.com

 

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