LA VENDEMMIA: UN ANTICO RITO
DAL FASCINO PARTICOLARE ED IMMUTABILE
Un momento di sana aggregazione sociale che coinvolge uomini e donne, anziani e bambini
in un’atmosfera festosa dal sapore antico

La coltivazione della vite ha origini lontane, molto remote e praticamente è impossibile stabilirne la sua comparsa. Certo è che essa era conosciuta nell’antico Egitto qualche millennio prima di Cristo. I primi in Italia ad impiantare dei vigneti furono i Fenici, subito dopo i Greci, esperti nella coltura, che ne migliorarono di molto la qualità. Ma quelli che più di tutti diffusero la vite in tutto il mediterraneo furono i romani rivestendola di un alone di sacralità. La coltura della vite si diffuse così rapidamente in tutto il bacino che l’imperatore romano Domiziano per vietare l’impianto di nuovi vigneti fu costretto ad emanare un editto evitando così la decadenza di altre colture agricole. A Roma la vendemmia si celebrava e si festeggiava in modo solenne e con un mese di anticipo; il 19 agosto si teneva la Vinalia in onore di Giove dalla quale dipendeva l’annata agricola. Con l’avvento del Cristianesimo il vino entra a far parte del mistero dell’Eucarestia e la vite fu elevata a simbolo di speranza per i perseguitati cristiani. Dunque la coltura della vite e la vendemmia hanno da sempre occupato un posto importante nella cultura di tutti i popoli. La vendemmia rappresenta per il mondo contadino non solo il coronamento di un durissimo anno di lavoro (vigna e ortu, ominu mortu) ma un momento di gioia e di spensieratezza per tutti; un momento di sana aggregazione che coinvolge uomini e donne, vecchi e bambini in un rituale antico che mantiene un fascino tutto particolare, magico e misterioso che pochi altri riti legati al raccolto possono vantare. Per l’importante avvenimento si sceglie sempre una giornata serena e soleggiata e di tardo mattino in modo tale che l’uva non venga bagnata dalla rugiada e si possa conservare più a lungo. La settimana precedente la vendemmia ogni famiglia si dedica ai preparativi per l’atteso avvenimento. Si mettono da parte : cisti e cistelli, sporte e spurtuni, panari; si reclutano gli asini per il trasporto dell’uva; si fa la conta delle persone, per lo più parenti e vicini che partecipano numerosi alla grande festa d’autunno; si mettono da parte i coltelli e le forbici e l’esperto anziano pulisce il palmento per la pigiatura. Il mattino del gran giorno ci si alza con la speranza del beltempo; gli uomini osservano il cielo e la direzione del vento e quanto tutto è pronto ci si raduna davanti al vignanu e armati dell’occorrente ci si dirige verso il vigneto. Per i sentieri e le viuzze della valle del Savuto è un lungo corteo di uomini, donne, giovani, anziani, bambini che, in un gioioso coro di voci intonano lungo il percorso vecchi canti d’amore e di sdegno che si spandono in breve tempo per tutta la vallata richiamando l’attenzione di altre comitive che rispondono con altrettante dolci nenie cadenzate in un coro armonioso di note semplici che fanno da contorno alla bella giornata. Giunti sul posto si sceglie "l’aria" (un luogo pianeggiante dove sostano gli asini pronti ad essere caricati e punto di riferimento per le vendemmiatrici). Tutti i presenti si spandono tra i lunghi filari e prima di dare il via al magico cerimoniale ci si fa il segno della croce come augurio per un buon raccolto. E per tutto il vigneto si canta e si ride e di tanto in tanto si innalzano stridenti grida di fanciulli che fanno a gara a raccogliere il grappolo più grande. Le donne, con il capo coperto "du maccaturu" annodato dietro la nuca, raccolgono l’uva dentro‘u sinale (grembiule) per poi riversarla nelle sporte che una volta colme si portano all’aria dove vengono scaricate dentro gli spurtuni trasportati poi dagli asini fino al palmento. Si continua così per ore ed ore fino all’arrivo della brava massaia con il "mursellu" interrompendo il lavoro. E’ questo un altro momento di sana aggregazione; un caratteristico rituale al quale tutti partecipano volentieri. Per l’attesa sosta ci si raduna all’ombra degli ulivi e disposti in circolo ognuno prende posto a terra. ‘U mursellu disposto con grazia in una sporta viene preso d’assalto dai più piccoli. Pane casereccio, peperoni arrustuti, supressata, prisuttu, patate fritte con pancetta, olive, melanzane sottolio, pecorino silano e numerose brocche di terracotta colme di vino caratterizzano la bella giornata autunnale. Tra un bicchiere di vino e l’altro si parla del più e del meno: chi rievoca vecchi episodi relativi alle vendemmie passate, chi confronta il raccolto con quello degli anni precedenti, chi racconta rumanze, chi improvvisa originali brindisi, chi rammenta qualche proverbio; capitava di solito che qualcuno beveva più del normale concludendo così in maniera disastrosa la tanto attesa festa della vendemmia. Dopo la breve pausa e più allegri di prima si riprende il lavoro che termina a tarda sera tra la soddisfazione generale. Le donne fanno ritorno a casa con in testa un paniere pieno della migliore uva che il proprietario distribuisce per antica consuetudine. Gli uomini rientrati al palmento danno inizio alla pigiatura dell’uva. Essi a piedi nudi e con fare cadenzato "ciampano" l’uva. Termina così quella lunga giornata di lavoro e di festa, di spensieratezza e di allegria, di ansia e di speranza; un momento di grande aggregazione sociale difficile da descrivere. Solo chi ha avuto la fortuna di vivere quei momenti può descriverne i contorni. Fermo restando quel fascino particolare che ancora rimane immutato, quell’atmosfera festosa oggi purtroppo non si respira più e, anche se molte cose relative alla raccolta dell’uva non sono cambiate, ahimè sono cambiate le persone, è cambiato il modo di vivere, il modo di pensare; si è persa la fiducia, il rispetto, l’amore per le tradizioni, la semplicità, il vivere schietto e genuino, tutte componenti che hanno caratterizzato il grande mondo contadino dei nostri padri e che oggi molti di noi ripudiano e addirittura se ne vergognano.
Fiore Sansalone