Aperite portas Redemptori   - Giovanni Paolo II -

 

       1. "Aprite le porte al Redentore!". È questo l’appello che, nella prospettiva dell’anno giubilare della redenzione, rivolgo a tutta la Chiesa, rinnovando l’invito espresso all’indomani della mia elezione alla cattedra di Pietro. Da quel momento i miei sentimenti e pensieri sono stati sempre più diretti a Cristo redentore, al suo mistero pasquale, vertice della rivelazione divina ed attuazione suprema della misericordia di Dio verso gli uomini di ogni tempo.

Difatti, il ministero universale, proprio del vescovo di Roma, trae origine dall’evento della redenzione operata da Cristo con la sua morte e risurrezione, e dallo stesso Redentore esso è stato messo a servizio di quel medesimo evento, il quale in tutta la storia della salvezza occupa il posto centrale.

2. Ogni anno liturgico è, invero, la celebrazione dei misteri della nostra redenzione; ma la ricorrenza giubilare della morte salvifica di Cristo suggerisce che tale celebrazione sia più intensamente partecipata. Già nel 1933 il papa Pio XI di venerabile memoria aveva voluto ricordare, con felice intuito, il XIX centenario della redenzione con un anno straordinario, prescindendo, peraltro, dall’entrare nel merito della data precisa nella quale fu crocifisso il Signore ("Quod nuper": AAS 25 [1933] 6).

Poiché in quest’anno 1983 ricorre il 1950° anniversario di quel sommo evento, è maturata in me la decisione, che già manifestai al Collegio dei Cardinali il 26 novembre 1982, di dedicare un intero anno alla speciale memoria della redenzione, affinché essa penetri più a fondo nel pensiero e nell’azione di tutta la Chiesa. Tale giubileo avrà inizio il 25 marzo prossimo, solennità dell’Annunciazione del Signore, che ricorda l’istante provvidenziale in cui il Verbo eterno, facendosi uomo per opera dello Spirito Santo nel grembo della vergine Maria, divenne partecipe della nostra carne "per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita" (Eb 2,14-15). Esso si concluderà il 22 aprile 1984, domenica di Pasqua, giorno della pienezza di gioia procurata dal sacrificio redentore di Cristo, per il quale la Chiesa sempre "mirabiliter renascitur et nutritur" (Messale Romano).

Sia questo, dunque, un anno veramente santo, sia realmente un tempo di grazia e di salvezza, perché più intensamente santificato dall’accettazione delle grazie della redenzione da parte dell’umanità dell’epoca nostra, mediante il rinnovamento spirituale di tutto il popolo di Dio, che ha per capo Cristo, "il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Rm 4,25).

3. Tutta la vita della Chiesa è immersa nella redenzione, respira la redenzione. Per redimerci, Cristo è venuto nel mondo dal seno del Padre; per redimerci ha offerto se stesso sulla croce in atto di amore supremo per l’umanità, lasciando alla sua Chiesa il suo corpo e il suo sangue "in sua memoria", e facendola ministra della riconciliazione col potere di rimettere i peccati. La redenzione è comunicata all’uomo mediante la proclamazione della parola di Dio e i sacramenti, in quell’economia divina per la quale la Chiesa è costituita, come corpo di Cristo, "quale sacramento universale di salvezza" ("Lumen Gentium", 48). Il battesimo, sacramento della nuova nascita in Cristo, inserisce vitalmente i fedeli in questa corrente che sgorga dal Salvatore. La confermazione li vincola più strettamente alla Chiesa, li corrobora nella testimonianza a Cristo e nell’amore coerente verso Dio e verso i fratelli. L’eucaristia in particolare rende presente l’intera opera della redenzione, che lungo l’anno viene perpetuata nella celebrazione dei divini misteri; in essa lo stesso Redentore, realmente presente sotto le sacre specie, si dona ai fedeli, avvicinandoli "sempre a quell’amore che è più potente della morte" ("Dives in Misericordia", 13), li unisce a sé e, nello stesso tempo, tra di loro. In tal modo l’eucaristia costruisce la Chiesa, poiché è segno e causa dell’unità del popolo di Dio, e quindi fonte e culmine di tutta la vita cristiana. La penitenza li purifica, come più ampiamente sarà detto in seguito. L’ordine sacro configura i prescelti a Cristo, sommo ed eterno sacerdote, e conferisce loro il potere di pascere in suo nome la Chiesa con la parola e la grazia di Dio soprattutto nel culto eucaristico. Nel matrimonio "l’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla potenza redentrice del Cristo e dall’azione salvifica della Chiesa" ("Gaudium et Spes", 48). Finalmente l’unzione degli infermi, unendo le sofferenze dei fedeli a quelle del Redentore, li purifica in vista della redenzione completa dell’uomo anche nel suo corpo e li prepara all’incontro beatificante con Dio, uno e trino. Inoltre, i vari elementi della pratica religiosa cristiana, specie quelli che vanno sotto il nome di "sacramentali", come pure le espressioni di una schietta pietà popolare, attingendo anch’essi la loro efficacia dalla ricchezza che continuamente sgorga dalla morte in croce e risurrezione di Cristo redentore, facilitano i fedeli in un contatto sempre rinnovato e vivificante col Signore. Se, dunque, tutta l’attività della Chiesa è segnata dalla forza trasformatrice della redenzione di Cristo, e continuamente attinge a queste sorgenti della salvezza, è chiaro che il giubileo della redenzione - come ho detto al sacro collegio il 23 dicembre scorso - non dev’essere altro che "un anno ordinario celebrato in modo straordinario: il possesso della grazia della redenzione, vissuta ordinariamente nella e per mezzo della struttura stessa della Chiesa, diventa straordinario per la peculiarità della celebrazione indetta". In tal modo, la vita e l’attività della Chiesa diventano, in quest’anno, "giubilari": l’anno della redenzione deve lasciare un’impronta particolare su tutta la vita della Chiesa, affinché i cristiani sappiano riscoprire nella loro esperienza esistenziale tutte le ricchezze insite nella salvezza a loro comunicata fin dal battesimo, e si sentano spinti dall’amore di Cristo "al pensiero che uno è morto per tutti, e tutti quindi sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro" (2Cor 5,14-15). Poiché la Chiesa è la dispensatrice della multiforme grazia di Dio, se essa attribuisce a quest’anno un significato specifico, allora l’economia divina della salvezza verrà attuata nelle varie forme in cui si manifesterà questo anno giubilare della redenzione. Da tutto ciò deriva per questo evento uno spiccato carattere pastorale. Nella riscoperta e nella pratica vissuta della economia sacramentale della Chiesa, attraverso cui giunge ai singoli e alla comunità la grazia di Dio in Cristo, è da vedere il profondo significato e la bellezza arcana di quest’anno che il Signore ci concede di celebrare. D’altra parte, deve essere chiaro che questo tempo forte, durante il quale ogni cristiano è chiamato a realizzare più profondamente la sua vocazione alla riconciliazione col Padre nel Figlio, raggiungerà pienamente il suo scopo soltanto se esso sfocerà in un nuovo impegno di ciascuno e di tutti al servizio della pace tra tutti i popoli. Una fede ed una vita autenticamente cristiane debbono necessariamente sbocciare in una carità che fa la verità e promuove la giustizia.

4. La straordinaria celebrazione giubilare della redenzione vuole, anzitutto, ravvivare nei figli della Chiesa cattolica la coscienza "che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati" ("Lumen Gentium", 14).

Di conseguenza, ogni fedele deve sapersi soprattutto chiamato ad un impegno singolare di penitenza e di rinnovamento, poiché questo è lo stato permanente della Chiesa stessa, la quale, "santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, non tralascia mai di far penitenza e di rinnovarsi" ("Lumen Gentium", 14), seguendo l’invito rivolto da Cristo alle folle, all’inizio del suo ministero: "Convertitevi e credete al Vangelo". In questo specifico impegno l’anno, che stiamo per celebrare, sta sulla linea dell’anno santo 1975, al quale il mio venerato predecessore Paolo VI assegnò come finalità primaria il rinnovamento in Cristo e la riconciliazione con Dio. Non può darsi, infatti, rinnovamento spirituale che non passi attraverso la penitenza-conversione, sia come atteggiamento interiore e permanente del credente e come esercizio della virtù che risponde all’invito dell’apostolo di "farsi riconciliare con Dio" (2Cor 5,20), sia come accesso al perdono di Dio mediante il sacramento della penitenza.

È, infatti, un’esigenza della sua stessa condizione ecclesiale che ogni cattolico niente ometta per mantenersi nella vita di grazia e tutto faccia per non cadere nel peccato, affinché sia sempre in grado di partecipare al corpo e al sangue del Signore e sia, così, di giovamento a tutta la Chiesa nella sua stessa santificazione personale e nell’impegno sempre più sincero al servizio del Signore.

5. La libertà dal peccato è, pertanto, frutto ed esigenza primaria della fede in Cristo redentore e nella sua Chiesa, avendoci egli liberato affinché restassimo liberi, e partecipassimo al dono del suo corpo sacramentale ad edificazione del suo corpo ecclesiale.

A servizio di questa libertà il Signore Gesù ha istituito nella sua Chiesa il sacramento della penitenza, perché coloro che hanno commesso peccato dopo il battesimo siano riconciliati con Dio, che hanno offeso, e con la Chiesa stessa, che hanno ferito ("Lumen Gentium", 21; "Ordo paenitentiae", 2).

La chiamata universale alla conversione si inserisce appunto in questo contesto. Poiché tutti sono peccatori, tutti hanno bisogno di quel radicale mutamento di spirito, di mente e di vita che nella Bibbia si chiama appunto metanoia, conversione. E questo atteggiamento è suscitato e alimentato dalla parola di Dio che è rivelazione della misericordia del Signore, si attua soprattutto per via sacramentale e si manifesta in molteplici forme di carità e di servizio ai fratelli. Perché sia ripristinato lo stato di grazia, nell’economia ordinaria non basta riconoscere internamente la propria colpa né farne esterna riparazione. Infatti Cristo redentore, istituendo la Chiesa e costituendola sacramento universale di salvezza, ha stabilito che la salvezza del singolo avvenga all’interno della Chiesa e mediante il ministero della Chiesa stessa, del quale Dio si serve anche per comunicare l’inizio della salvezza, che è la fede. Certo le vie del Signore sono imperscrutabili e il mistero dell’incontro con Dio nella coscienza resta insondabile; ma la "via" che Cristo ci ha fatto conoscere è quella che passa attraverso la Chiesa, la quale, mediante il sacramento (o almeno il "voto" di esso) ristabilisce un nuovo contatto personale tra il peccatore e il Redentore. Tale contatto vivificante è indicato anche dal segno dell’assoluzione sacramentale, nella quale Cristo che perdona, nella persona del suo ministro, raggiunge nella sua individualità la persona che ha bisogno di essere perdonata, e vivifica in essa la convinzione di fede, dalla quale ogni altra dipende: "la fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).

6. Ogni ritrovata convinzione dell’amore misericordioso di Dio ed ogni singola risposta d’amore penitente da parte dell’uomo è sempre un evento ecclesiale. Alla virtù propria del sacramento si aggiungono, come partecipazione al merito e al valore soddisfattorio infinito del sangue di Cristo, unico Redentore, i meriti e le soddisfazioni di tutti coloro che, santificati in Cristo Gesù e fedeli alla chiamata ad essere santi, offrono gioie e preghiere, privazioni e sofferenze a vantaggio dei fratelli nella fede più bisognosi di perdono, e anzi a favore dell’intero corpo di Cristo che è la Chiesa. Di conseguenza, la pratica della confessione sacramentale, nel contesto della comunione dei santi che concorre in diversi modi ad avvicinare gli uomini a Cristo, è un atto di fede nel mistero della redenzione e della sua attualizzazione nella Chiesa. La celebrazione della penitenza sacramentale è, infatti, sempre un atto della Chiesa, col quale essa proclama la sua fede, rende grazie a Dio per la libertà con cui Cristo ci ha liberati, offre la sua vita come sacrificio spirituale a lode della gloria di Dio e intanto affretta il passo incontro a Cristo Signore. È esigenza dello stesso mistero della redenzione che il ministero della riconciliazione, affidato da Dio ai pastori della Chiesa, trovi la sua connaturale attuazione nel sacramento della penitenza. Ne sono responsabili i vescovi, che sono nella Chiesa gli economi della grazia derivante dal sacerdozio di Cristo, partecipato ai suoi ministri, anche in quanto moderatori della disciplina penitenziale; ne sono responsabili i sacerdoti, i quali possono unirsi all’intenzione e alla carità di Cristo, in particolare amministrando il sacramento della penitenza (cf. "Lumen Gentium", 26; "Presbyterorum Ordinis", 13).

7. Con queste considerazioni mi sento vicino ed unito alle preoccupazioni pastorali di tutti i miei fratelli nell’episcopato. È, al riguardo, quanto mai significativo che il sinodo dei vescovi, che sarà celebrato in quest’anno giubilare della redenzione, abbia come tema precisamente la riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa.

Certamente i sacri pastori dedicheranno, insieme con me, particolare attenzione al ruolo insostituibile del sacramento della penitenza in questa missione salvifica della Chiesa, e metteranno ogni impegno, perché niente sia omesso di ciò che giova all’edificazione del corpo di Cristo. Non è forse il nostro comune desiderio più ardente che, in quest’anno della redenzione, diminuisca il numero delle pecore erranti e avvenga per tutti un ritorno verso il Padre che attende, e verso Cristo, pastore e guardiano delle anime di tutti?

Avvicinandosi, infatti, all’inizio del suo terzo millennio, la Chiesa si sente particolarmente impegnata alla fedeltà ai doni divini, che hanno nella redenzione di Cristo la loro sorgente, e mediante i quali lo Spirito Santo la guida al suo sviluppo e rinnovamento, perché diventi sposa sempre più degna del suo Signore. Per questo essa confida nello Spirito Santo ed alla sua misteriosa azione vuole associarsi come la sposa che invoca l’avvento di Cristo.

8. La grazia specifica dell’anno della redenzione è dunque una rinnovata scoperta dell’amore di Dio che si dona, e un approfondimento delle ricchezze imperscrutabili del mistero pasquale di Cristo, fatte proprie mediante la quotidiana esperienza della vita cristiana, in tutte le sue forme. Le varie pratiche di quest’anno giubilare devono essere orientate verso tale grazia, con uno sforzo continuo che suppone ed esige il distacco dal peccato, dalla mentalità del mondo il quale "giace sotto il potere del maligno", da tutto ciò che impedisce o rallenta il cammino della conversione.

In questa prospettiva di grazia si situa anche il dono dell’indulgenza, proprio e caratteristico dell’anno giubilare, che la Chiesa, in virtù del potere conferitole da Cristo, offre a tutti coloro che, con le disposizioni suddette, adempiono le prescrizioni proprie del giubileo. Come sottolineava il mio predecessore Paolo VI nella bolla di indizione dell’anno santo 1975, "con l’indulgenza la Chiesa, avvalendosi della sua potestà di ministra della redenzione operata da Cristo Signore, comunica ai fedeli la partecipazione di questa pienezza di Cristo nella comunione dei santi, fornendo loro in misura larghissima i mezzi per raggiungere la salvezza" ("Apostolorum Limina", II). La Chiesa, dispensatrice di grazia per espressa volontà del suo fondatore, concede a tutti i fedeli la possibilità di accedere, mediante l’indulgenza, al dono totale della misericordia di Dio, ma richiede che vi sia la piena disponibilità e la necessaria purificazione interiore poiché l’indulgenza non è separabile dalla virtù e dal sacramento della penitenza. Ed io confido tanto che col giubileo possa affinarsi nei fedeli il dono del "timore di Dio", dato dallo Spirito Santo che, nella delicatezza dell’amore, li conduca sempre più a evitare il peccato, e a cercare di ripararlo, per sé e per gli altri, nell’accettazione delle sofferenze quotidiane come nelle varie pratiche giubilari. Occorre riscoprire il senso del peccato e per giungere a ciò occorre riscoprire il senso di Dio! Il peccato è, infatti, un’offesa recata a Dio giusto e misericordioso, che richiede di essere convenientemente espiata in questa o nell’altra vita. Come non ricordare il salutare ammonimento: "Il Signore giudicherà il suo popolo. È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!" (Eb 10,30-31).

A questa rinnovata coscienza del peccato e delle sue conseguenze deve corrispondere una rivalutazione della vita di grazia, della quale la Chiesa gioirà come di un nuovo dono di redenzione del suo Signore crocifisso e risorto. A ciò è rivolto quell’intento eminentemente pastorale del giubileo, di cui già ho parlato.

9. La Chiesa intera, perciò, dai vescovi ai più piccoli ed umili fra i fedeli, si senta chiamata a vivere l’ultimo scorcio di questo XX secolo della redenzione in un rinnovato e approfondito spirito d’avvento, che la prepari al terzo millennio ormai vicino, con gli stessi sentimenti con i quali la vergine Maria attendeva la nascita del Signore nell’umiltà della nostra natura umana. Come Maria ha preceduto la Chiesa nella fede e nell’amore all’alba dell’era della redenzione, così oggi la preceda mentre, in questo giubileo, si avvia verso il nuovo millennio della redenzione.

Mai come in questa nuova stagione della sua storia, in Maria la Chiesa "ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione, ed in lei contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa tutta desidera e spera di essere" ("Sacrosanctum Concilium", 103); in Maria riconosce, venera e invoca la "prima redenta" e, al tempo stesso, la prima ad essere stata associata più da vicino all’opera della redenzione. La Chiesa intera dovrà, dunque, cercare di concentrarsi, come Maria, con indiviso amore, in Gesù Cristo suo Signore, testimoniando con l’insegnamento e con la vita che niente si può fare senza di lui, giacché in nessun altro può esserci salvezza. E come Maria, acconsentendo alla Parola divina, diventò Madre di Gesù e consacrò totalmente se stessa alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo il mistero della redenzione, così la Chiesa deve proclamare oggi e sempre di non conoscere, in mezzo agli uomini, se non Gesù Cristo crocefisso, che per noi è diventato sapienza, giustificazione, santificazione e redenzione.

Con questa testimonianza a Cristo redentore anche la Chiesa, come Maria, potrà accendere la fiamma di una nuova speranza per il mondo intero.

10. Durante quest’anno giubilare della redenzione, che sappiamo compiuta una volta per tutte, ma da applicare ed espandere per l’incremento della santificazione universale, che deve sempre perfezionarsi, auspico con trepida speranza un reciproco incontro di intenzioni in tutti coloro che credono in Cristo: anche in quei nostri fratelli, che sono in reale comunione con noi, sebbene non piena, perché uniti nella fede nel Figlio di Dio incarnato, Redentore e Signore nostro, e nel comune battesimo. Difatti, tutti coloro che hanno risposto all’elezione divina per obbedire a Gesù Cristo, per essere aspersi del suo sangue e divenire partecipi della sua risurrezione, credono che la redenzione dalla schiavitù del peccato è il compimento di tutta la rivelazione divina, perché in essa si è avverato quel che nessuna creatura avrebbe mai potuto né pensare, né fare: che, cioè, Dio immortale in Cristo si è immolato sulla croce per l’uomo e che l’umanità mortale è in lui risorta. Essi credono che la redenzione è la suprema esaltazione dell’uomo, poiché lo fa morire al peccato al fine di farlo partecipe della vita stessa di Dio. Essi credono che ogni esistenza umana e l’intera storia dell’umanità ricevono pienezza di significato soltanto dalla incrollabile certezza che "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16).

Possa la ravvivata esperienza di quest’unica fede, anche nell’anno giubilare, affrettare il tempo della indicibile gioia dei fratelli che vivono insieme, in ascolto della voce di Cristo nel suo unico gregge, con lui unico, supremo pastore. Frattanto ci è data la gioia di sapere che molti di loro si preparano a celebrare quest’anno, in modo particolare, Gesù Cristo come vita del mondo: ed io auguro successo alle loro iniziative e prego il Signore di benedirli.

11. È chiaro, però, che la celebrazione dell’anno giubilare concerne principalmente i figli della Chiesa che condividono integralmente la sua fede in Cristo redentore e vivono in piena comunione con lei. Come ho già annunciato, l’anno giubilare sarà celebrato contemporaneamente a Roma e in tutte le diocesi del mondo. Per il conseguimento dei benefici spirituali, connessi con la ricorrenza giubilare, darò qui soltanto, oltre ad alcune disposizioni, qualche orientamento di carattere generale, lasciando alle conferenze episcopali e ai vescovi delle singole diocesi il compito di stabilire indicazioni e suggerimenti pastorali più concreti, in rapporto sia alla mentalità e alle costumanze dei luoghi, sia alle finalità del 1950° anniversario della morte e risurrezione di Cristo. La celebrazione di questo evento vuole essere, infatti, soprattutto un appello al pentimento e alla conversione, come disposizioni necessarie per partecipare alla grazia della redenzione, da lui operata, e per giungere così ad un rinnovamento spirituale nei singoli fedeli, nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, nelle comunità religiose e negli altri centri di vita cristiana e di apostolato. Desidero, innanzitutto, che si dia una fondamentale importanza alle due principali condizioni richieste per l’acquisto di ogni indulgenza plenaria, cioè la confessione sacramentale personale e integra, nella quale avviene l’incontro della miseria dell’uomo con la misericordia di Dio, e la comunione eucaristica, degnamente ricevuta. Al riguardo, esorto tutti i sacerdoti ad offrire con generosa disponibilità e dedizione di sé la più ampia possibilità ai fedeli di usufruire dei mezzi della salvezza; e, per agevolare il compito dei confessori, dispongo che i sacerdoti che accompagneranno o si uniranno a pellegrinaggi giubilari fuori della propria diocesi possano avvalersi delle facoltà di cui sono stati provvisti nella propria diocesi dalla legittima autorità. Speciali facoltà saranno poi conferite dalla sacra Penitenzieria apostolica ai penitenzieri delle basiliche patriarcali romane e, in certa misura, anche a tutti gli altri sacerdoti, che ascolteranno le confessioni dei fedeli che si accostano al sacramento della penitenza in vista dell’acquisto del giubileo. Interpretando il materno sentire della Chiesa, dispongo che l’indulgenza del giubileo possa essere acquistata, scegliendo uno fra i seguenti modi, i quali saranno insieme espressione e rinnovato impegno di vita ecclesiale esemplare:

a) Partecipare devotamente a una celebrazione comunitaria organizzata sul piano diocesano o, se conforme alle indicazioni del vescovo, anche nelle singole parrocchie per l’acquisto del giubileo. In tale celebrazione dovrà essere sempre inserita una preghiera secondo le intenzioni del papa, in particolare affinché l’evento della redenzione possa essere annunziato a tutti i popoli e affinché in ogni nazione i credenti in Cristo redentore possano professare liberamente la propria fede. È auspicabile che la celebrazione sia accompagnata, per quanto è possibile, da un’opera di misericordia, nella quale il penitente prosegua ed esprima l’impegno di conversione. L’atto comunitario potrà consistere, in modo speciale, nella partecipazione:

- alla santa messa programmata per il giubileo. I vescovi vorranno provvedere a che nelle loro diocesi sia assicurata ai fedeli la facilità di prendervi parte e che la celebrazione sia degna e ben preparata. Quando le norme liturgiche lo permettono, è consigliabile la scelta di una delle messe "pro reconciliatione, pro remissione peccatorum, ad postulandam caritatem, pro concordia fovenda, de mysterio sanctae crucis, de ss.ma eucharistia, de pretiosissimo sanguine D.N.I.C.", i cui formulari sono nel Messale romano, e si potrà usare una delle due preghiere eucaristiche per la riconciliazione;

- oppure ad una celebrazione della parola di Dio, che potrebbe essere un adattamento e un ampliamento dell’ufficio delle letture, o alla celebrazione delle lodi o dei vespri, purché tali celebrazioni siano finalizzate per il giubileo;

- oppure ad una celebrazione penitenziale, promossa per l’acquisto del giubileo, che si concluda con la confessione individuale dei singoli penitenti, come previsto nel rito della penitenza (II forma);

- oppure ad un’amministrazione solenne del battesimo o di altri sacramenti (come, ad esempio, la confermazione o l’unzione degli infermi "intra eucharistiam");

- oppure al pio esercizio della via crucis, organizzato per l’acquisto del giubileo.

I vescovi diocesani potranno disporre, inoltre, che l’acquisto dell’indulgenza giubilare avvenga mediante la partecipazione a una missione popolare promossa dalle parrocchie per la ricorrenza del giubileo della redenzione, oppure partecipando a giornate di ritiro spirituale organizzate per gruppi o categorie di persone. Ovviamente non dovrà mancare una preghiera secondo le intenzioni del papa.

b) Visitare singolarmente, oppure - come sarebbe preferibile - insieme con la propria famiglia, una delle chiese o luoghi sottoindicati, e ivi dedicarsi a un momento di meditazione, rinnovando la propria fede con la recita del "Credo" e del "Padre nostro", e pregando secondo le intenzioni del papa, come precedentemente indicato. Per quanto riguarda le chiese e i luoghi, dispongo quanto segue:

a) A Roma dovrà essere compiuta una visita a una delle quattro basiliche patriarcali (San Giovanni in Laterano, San Pietro in Vaticano, San Paolo fuori le Mura, Santa Maria Maggiore), oppure ad una delle catacombe o alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. L’apposito comitato per l’anno giubilare, in collaborazione anche con la diocesi di Roma, curerà una programmazione coordinata e continua di celebrazioni liturgiche con adeguata assistenza religiosa e spirituale dei pellegrini.

b) Nelle altre diocesi del mondo, il giubileo potrà essere ottenuto visitando una delle chiese che i vescovi stabiliranno. Nella scelta di tali luoghi, fra i quali naturalmente dovrà essere inclusa innanzitutto la cattedrale, i vescovi vorranno tenere presenti le necessità dei fedeli, ma anche l’opportunità che sia conservato, per quanto possibile, il senso del pellegrinaggio, il quale, nel suo simbolismo, esprime il bisogno, la ricerca, a volte la santa inquietudine dell’anima che brama stabilire o ristabilire il vincolo dell’amore con Dio Padre, con Dio Figlio, redentore dell’uomo, e con Dio Spirito Santo che opera nei cuori la salvezza.

Quanti, per motivi di salute malferma, non possono recarsi ad una delle chiese indicate dall’ordinario locale, potranno acquistare il giubileo compiendo la visita alla propria Chiesa parrocchiale. Per gli infermi impediti di compiere tale visita, basterà che si uniscano spiritualmente all’atto per l’acquisto del giubileo compiuto dai propri familiari o dalla propria parrocchia, offrendo a Dio le loro preghiere e le loro sofferenze. Analoghe facilitazioni sono concesse agli ospiti degli istituti geriatrici e dei penitenziari, ai quali dovranno essere rivolte accurate attenzioni pastorali alla luce di Cristo redentore universale. I religiosi e le religiose di clausura potranno ottenere il giubileo nelle loro chiese monastiche o conventuali.

Nel corso dell’anno giubilare rimangono in vigore le altre concessioni di indulgenze, ferma restando tuttavia la norma, secondo la quale si può ottenere l’indulgenza plenaria soltanto una volta al giorno. Tutte le indulgenze possono sempre essere applicate ai defunti a modo di suffragio.

12. La porta santa, che io stesso aprirò nella Basilica Vaticana il 25 marzo prossimo, sia segno e simbolo di un nuovo accesso a Cristo, redentore dell’uomo, che chiama tutti, nessuno escluso, ad una considerazione più appropriata del mistero della redenzione e a partecipare ai suoi frutti, particolarmente mediante il sacramento della penitenza.

Uno speciale rito di preghiera e di penitenza potrà essere celebrato dai vescovi di tutto il mondo nelle rispettive cattedrali, nello stesso giorno o in data immediatamente successiva, affinché, nell’inizio solenne del giubileo, l’intero episcopato dei cinque continenti, con i propri sacerdoti e fedeli, manifesti la sua unione spirituale col successore di Pietro. Invito di gran cuore i miei fratelli nell’episcopato, i sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutti i fedeli a vivere e a fare vivere intensamente questo anno di grazia.

Prego Maria santissima, madre del Redentore e madre della Chiesa, perché interceda per noi e ci ottenga la grazia di una fruttuosa celebrazione dell’anno giubilare, a 20 anni dal concilio Vaticano II, e "mostri ancora una volta a tutta la Chiesa, anzi a tutta l’umanità, quel Gesù che è frutto benedetto del suo grembo, e che di tutti è il Redentore" (Discorso ai cardinali, 23 dicembre 1982). Alle sue mani e al suo cuore di madre affido la buona riuscita di questa celebrazione giubilare.

Voglio che questa lettera abbia piena efficacia in tutta la Chiesa ed ottenga il suo adempimento, nonostante qualsiasi disposizione in contrario.

Dato a Roma, presso San Pietro, nella solennità dell’Epifania del Signore, il 6 gennaio dell’anno 1983, quinto di pontificato.

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