Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 
DAL FIORE ALLA PIANTA - I FRUTTI
(di Giancarlo Sleiter, tratto da "Piante grasse", rivista dell'AIAS)

 

Se l'impollinazione è stata coronata da successo, si potrà ben presto osservare la formazione del frutto. I frutti delle succulente appartengono a diversi tipi che l'amatore imparerà ben presto a conoscere: bacche, capsule, follicoli, ecc., come imparerà presto a conoscere le modalità adottate da ogni singola specie per favorire la dispersione dei semi.

In un articolo di questo genere non è possibile entrare molto in dettaglio su questo punto e perciò mi limiterò a fornire alcune informazioni di carattere generale riguardanti qualcuno dei gruppi più grandi di succulente. E’, comunque, della massima importanza raccogliere i frutti soltanto quando gli stessi sono perfettamente maturi in modo da permettere ai semi di completare la loro formazione.

 Cactaceae. I frutti dei cactus sono delle bacche che possono essere provviste di una polpa più o meno carnosa e mucillaginosa oppure essere secche. Entrambi i tipi di bacche possono essere deiscenti (si fendono o si spaccano spontaneamente) a maturità o indeiscenti (i frutti si aprono solo sotto l'azione di agenti esterni).

I frutti provvisti di polpa, molti dei quali servono anche per l'alimentazione umana, dipendono soprattutto dagli animali che se ne cibano per diffondere i loro semi [zoocorìa: ornitocorìa (alla diffusione provvedono gli uccelli), mirmecocorìa (alla diffusione provvedono le formiche), chirotterocorìa (alla diffusione provvedono i pipistrelli), ecc.] in quanto gli stessi attraversano indigeriti l'apparato digerente. Se il frutto non dovesse essere mangiato, lo stesso si decomporrà lentamente o sulla pianta o sul suolo ad opera degli agenti atmosferici e di microrganismi.

I frutti secchi deiscenti lasciano cadere i semi al suolo attraverso le aperture che si creano, talora ricorrendo all'aiuto della pioggia per dilavare i semi eventualmente rimasti impigliati fra le spine, le setole o la lana delle areole che circondano il frutto. Per quelli indeiscenti accade quanto detto a proposito dei frutti carnosi che non sono stati mangiati: la liberazione dei semi avviene solo dopo che si sia decomposta o rotta (2) la parete esterna del frutto.

Euphorbiaceae. I frutti delle euforbie sensu lato (Ordine Tricoccae) sono delle capsule triloculari, ciascuna contenente un seme, che si aprono a scatto quando sono mature, proiettando i semi anche a distanze considerevoli.

Aizoaceae. I frutti dei mesembriantemi sono anch'essi delle capsule con diverse logge. Il meccanismo che ne permette l'apertura a maturità è attivato dall'umidità. Le capsule sono, infatti, igrocasiche, provviste cioè di un dispositivo che costringe i coperchi delle logge a sollevarsi in caso di pioggia e che li fa richiudere quando il tempo ritorna a essere asciutto. La dispersione dei semi, generalmente molto piccoli, è affidata alle gocce di pioggia che, incidendo sulla capsula aperta, li fanno schizzare fuori.
È evidente che un solo acquazzone non è sufficiente per rimuovere tutti i semi dalle logge delle capsule: la dispersione dei semi avviene quindi, per così dire, "a rate". Grazie a questo meccanismo aumentano sicuramente le probabilità che i semi caduti sul terreno possano trovare condizioni favorevoli alla loro germinazione e alla sopravvivenza dei semenzali. L'ultima porzione di semi si libera poi quando si completa il processo di disgregazione della capsula.

Aloaceae. Anche in questo caso abbiamo a che fare con capsule pluriloculari che, a maturità si aprono superiormente per lasciar cadere i semi. Fanno eccezione le Aloe appartenenti alla sezione Lomatophyllum che producono bacche carnose indeiscenti.

Apocynaceae, Asclepiadaceae. I frutti in questi casi sono dei follicoli, che vengono generalmente prodotti a coppie (le famose "corna", che possono essere più o meno divaricate; un importante carattere diagnostico). Questi follicoli, che a maturità si fendono longitudinalmente, contengono semi bruni, piatti, ciascuno provvisto di un pappo (un ciuffetto di sottilissimi peli sericei), che ne permette la dispersione ad opera del vento (anemocorìa).

Da quanto detto sopra appare evidente che nel caso di Apocynaceae, Asclepiadaceae, Euphorbiaceae e Aloaceae che liberano i semi in modo più o meno automatico quando i frutti sono maturi, l'amatore non dovrà impegnarsi molto per raccogliere i semi e si dovrà limitare ad impedirne la dispersione.

Per Apocynaceae e Asclepiadaceae basterà chiudere la coppia di follicoli entro un sacchetto di garza (o materiale analogo) che verrà stretto attorno al picciuolo dei follicoli. Quando i semi cominceranno ad uscire dalla spaccatura del follicolo, lo si rimuoverà dalla pianta e si libereranno a uno a uno i semi dal pappo (durante l'operazione non ci devono essere correnti d'aria!) e si porranno in un idoneo recipiente etichettato in attesa della semina. Analogo accorgimento servirà per raccogliere senza fatica i semi delle Aloaceae (Aloe, Gasteria, Haworthia, ecc.).

Per le Euphorbiaceae occorrerà fare una cosa analoga. Nel caso di esemplari globosi e/o di taglia modesta si potrà racchiudere tutta la pianta in un sacchetto di garza o simili stretto attorno al colletto della pianta, mentre nel caso di esemplari grandi e ramificati converrà coprire le capsule in via di maturazione con un batuffolo di ovatta che sarà tenuto in loco da un cappuccio di garza legato all'estremità del ramo. In questo modo non sarà difficile raccogliere i semi, peraltro piuttosto grandi, dopo che gli stessi siano stati espulsi.

Per le Aizoaceae è imperativo, se se ne vogliono raccogliere i semi, evitare che la capsula matura venga bagnata dalla pioggia. È poi da sconsigliare qualunque tentativo di forzare le pareti o il coperchio della capsula, solitamente assai robusti, per estrarne i semi, in quanto risulta poi estremamente difficile (se non impossibile) liberarli dai frammenti derivanti dalla distruzione della capsula; questi frammenti, infatti, posti su terreno umido al momento della semina, possono costituire, putrefacendosi, dei pericolosi focolai di infezione. Per liberare i semi bisogna, invece, sfruttare il fenomeno della igrocasìa: le capsule mature si immergono allo scopo in acqua (ricordarsi sempre di contrassegnare adeguatamente il recipiente in cui si mettono a mollo le capsule!) e vi si tengono finché non si siano completamente aperte. A questo punto, senza togliere le capsule dall'acqua e aiutandosi con le dita o con un legnetto, si fanno uscire delicatamente i semi. Una volta liberati i semi, si rimuoveranno con l'ausilio di una pinzetta le capsule vuote e si filtrerà l'acqua contenente i semi attraverso un fazzolettino di carta che li tratterrà. Il fazzolettino, sul quale si saranno depositati semi, una volta fatto asciugare, si porrà sopra un foglio di carta bianco di superficie opportuna che servirà per raccogliere i semi a mano a mano che gli stessi verranno tolti, aiutandosi con le dita, dal fazzolettino. Se richiesto dalle minuscole dimensioni dei semi, è utile munirsi, durante I' operazione, di occhiali su cui siano montate delle lenti di ingrandimento di potenza adeguata o, meglio, di un microscopio binoculare in grado di ingrandire gli oggetti di almeno venti volte.

Per le Cactaceae le cose sono un tantino più complesse e articolate per cui sarà necessario che I' amatore si provveda di un minimo di attrezzatura sia per raccogliere sia per pulire i semi. Le cose che possono essere utili sono le seguenti: 1) un dispositivo di raccolta semi mediante aspirazione analogo a quello che si usa in enologia per aspirare dalla superficie del vino l'olio (di vasellina, di paraffina) che si usa per isolarlo dall'ambiente esterno; 2) una sottile ma robusta punta di acciaio convenientemente immanicata (io mi servo, con soddisfazione, di un pennino di quelli che si usavano una volta inserito nell'apposita asticciuola); 3) un numero sufficiente di bicchierini di plastica non troppo leggera (sono adatti allo scopo i bicchierini dello yogurt perfettamente puliti e asciutti); 4) un pennarello con inchiostro indelebile; 5) dei fazzolettini di carta; 6) pinzette di varia foggia e dimensioni; 7) della varecchina (soluzione acquosa di ipoclorito di sodio; candeggina) esente da additivi; 8) dei passini o colini [è utile procurarsene una serie, da quello con la rete (di acciaio inossidabile o di materiale plastico) a maglie più strette a quello con la rete a maglie più larghe]; 9) guanti di lattice; 10) dei fogli di carta bianca non troppo leggera (va bene la carta per fotocopie) e dei fogli di carta velina (va bene quella "vergatina" che si usa insieme con la carta carbone in lavori di dattilografia); 11) delle etichette di plastica (quelle che si infilano nei vasi con i nomi delle piante); 12) un quaderno per le necessarie registrazioni; 13) forbici e tagliacarte; 14) acqua distillata; 15) qualche pennellino; 16) lente di ingrandimento montata su un supporto o, meglio, un microscopio binoculare oppure un paio di occhiali del tipo di quelli summenzionati (è importante avere le mani libere mentre si guarda); 17) dei sacchetti di stoffa a trama fitta di diverse dimensioni; 18) del "tessuto non tessuto".


(2) Insolito è il caso dei frutti delle specie appartenenti al genere Islaya, che a maturità si gonfiano di aria permettendo al vento di portarli lontano una volta che li abbia strappati dalla pianta. Le pareti dei frutti poi si rompono venendo in contatto con le asperità del suolo.

 

 

Tutto il materiale pubblicato (testi, fotografie, e quant'altro) è proprietà privata.
Pertanto ne è vietata la duplicazione senza specifica autorizzazione degli autori.