Anche se
in quarant'anni l'Algeria ha conosciuto un indiscutibile sviluppo, la sanguinosa
situazione in cui si trova da dieci anni esaspera tutte le frustrazioni
della sua società.
di Ghania Mouffok*
Le Monde
diplomatique/il manifesto
Fra
tragedia e commedia la nuova assemblea nazionale si è insediata
un mese prima della celebrazione dei quarant'anni di indipendenza dell'Algeria.
Una donna piange, diritta come un palo, all'ascolto dell'inno nazionale
e il più vecchio deputato del paese, al quale spetta di diritto
di aprire questa prima sessione, fa ridere i colleghi quando, utilizzando
l'arabo popolare, si perde nelle sue note redatte in arabo letterario.
Tahar Toumi, nato nel 1931, esorta i 399 nuovi deputati a «fare miracoli:
l'Algeria ne è capace. Lavoriamo insieme per uscire dall'oscurità.
Apriamoci al perdono, purifichiamo i nostri cuori».
Fuori, come
per un nuovo inizio, alcuni ragazzi rimbiancano gli edifici coloniali diventati
ormai troppo piccoli, sotto una luce accecante per troppo bagliore. Scalano
i muri con corde di fortuna come provetti alpinisti dell'economia di mercato,
ma è già tanto se sono registrati alla previdenza sociale.
Simbolicamente, il più vecchio deputato del paese, che si è
presentato con una lista indipendente, è un sindacalista.
La disoccupazione
conosce un aumento preoccupante, come afferma l'ultima nota congiunturale
del Consiglio nazionale economico e sociale. In otto anni, tra il 1987
e il 1995, i redditi delle famiglie sono scesi del 36% e la percentuale
della popolazione in situazione di povertà assoluta è passata
dal 12,2 al 22,6%.
«In
25 anni il 50% della popolazione si è inurbato, mentre in Francia
un simile tasso di urbanizzazione si è diluito nell'arco di un secolo.
E, dall'indipendenza,
la popolazione è triplicata», osserva Sherifa Hadjij, sociologa
presso l'università di Algeri. Nel 2002 l'Algeria conta 30 milioni
di abitanti e, al contrario delle previsioni, il tasso di crescita naturale
si è ridotto in modo straordinario: anche se è rimasto «superiore
al 3% annuo tra il 1962 e il 1985, cioè per più di vent'anni,
a partire dal 1987 si è osservato un forte rallentamento, che ha
portato il tasso di crescita naturale nel 2000 all'1,43%». È
pur vero che, se nel 1970 solo l'8% delle donne in età fertile prendeva
la pillola, oggi la percentuale è passata al 64%.
Negli ambienti
specializzati ci si chiede: questi cambiamenti demografici rappresentano
un segno di modernità, come ritengono le istituzioni internazionali,
favorevoli a una denatalità delle popolazioni del Sud o, invece,
sono un segno di regressione dovuto alla grande povertà?
«Senza
essere pessimista - scrive la sociologa Ouardia Labsari - tutto lascia
credere che nel corso dei prossimi anni, la tendenza alla riduzione della
crescita demografica continuerà e raggiungerà livelli molto
alti, fino a diventare probabilmente irreversibile, cioè a raggiungere
un livello che non permetterà più la semplice riproduzione
della popolazione». E aggiunge: «Se il degrado delle condizioni
di vita delle popolazioni povere dovesse continuare al ritmo attuale, è
ipotizzabile non solo un rischio di implosione demografica, ma anche, paradossalmente,
la soppressione dei poveri con quelle stesse politiche che pretendono di
eliminare la povertà» .
Ma si tratta
probabilmente delle pie illusioni dei numerosi convegni, finanziati dal
Fondo monetario internazionale (Fmi), dalla Banca mondiale, dal Fondo delle
Nazioni unite per la popolazione (Fnuap) organizzati ad Algeri sotto l'alto
patrocinio delle autorità che, senza rimettere in discussione le
politiche di |
Foto:NewPress
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aggiustamento
strutturale che provocano questa aumento della povertà, preferiscono
colpevolizzare le popolazioni dei paesi del Sud. «Molti paesi del
Sud, sull'orlo della bancarotta, si sono visti accordare prestiti a condizione
di ridurre la loro eccedenza demografica».
Ridurre l'accrescimento
demografico, chiudere i grandi poli occupazionali come le imprese pubbliche
(si ritiene che queste «ristrutturazioni economiche» provocheranno
la disoccupazione di 510.000 persone): sono queste le ricette proposte
ai paesi indebitati come l'Algeria.
La riscossa
delle donne Nel frattempo la creazione di occupazione da parte delle imprese
private rischia di essere compromessa dai negoziati sull'adesione all'Organizzazione
mondiale del commercio (Wto) e dall'accordo di associazione con l'Unione
europea firmato il 19 aprile scorso, visto come una nuova minaccia dall'Unione
generale dei lavoratori algerini (Ugta) e dal Forum degli imprenditori
algerini. Quest'ultima istituzione, sorta da poco, che rappresenta il mondo
imprenditoriale e che non si può certo accusare di essere contraria
al liberalismo, si è per la prima volta avvicinata alla confederazione
sindacale per denunciare la fretta con la quale questi accordi sono stati
firmati senza proteggere le imprese nazionali.
Si tratta
di dibattiti determinanti per il futuro del paese, ma per ora completamente
occultati dalle élite politiche, integrate al regime o all'opposizione,
assetate di «potere» e cieche nei confronti della società,
che nella sua schiacciante maggioranza non si riconosce né in questo
potere né nelle sue opposizioni.
Non rimane
quindi come forma di protesta che la sommossa, almeno per una parte della
gioventù spaventata più dall'idea del futuro che dal suo
presente, di fronte a genitori che sembrano loro i figli viziati dell'indipendenza.
È questo paradosso che rende impossibile il dialogo tra generazioni
e che relativizza l'idea, generalmente ammessa, secondo la quale l'Algeria
indipendente da quarant'anni avrebbe conosciuto solo fallimenti. A titolo
di esempio la speranza di vita è passata da 53,5 anni nel 1973 ai
70 anni di oggi. Il tasso di analfabetismo si è ridotto: dal 74,6%
nel 1966 è passato al 31,9% nel 1998, anche se rimane del 40% per
le donne. Inoltre le cifre complessive non tengono conto della scolarizzazione
di massa dei più giovani. «Dal 1979 al 1999 la popolazione
scolarizzata tra i 6 e i 15 anni è passata dal 77,26% all'89,98%,
mentre per la popolazione femminile della stessa fascia di età la
progressione è stata ancora più forte».
Sarà
perché questo paese ha conosciuto l'ambizione dello sviluppo, una
sensazione di benessere alla fine della colonizzazione, che ormai la sua
gioventù di oggi, forte del modello dei genitori, non è più
disposta ad accettare di vivere al di sotto di quello che le generazioni
post-indipendenza hanno conosciuto in termini di scolarità, di occupazione
e di sanità.
Nel 1988,
all'inizio della crisi dell'indebitamento e della riduzione del prezzo
del petrolio, il tasso di disoccupazione era del 17%: in dodici anni è
passato al 29% (cifre ufficiali). Circa l'80% dei disoccupati ha meno di
trent'anni e il 54% ha tra 15 e 24 anni. E, mentre i ragazzi scendono in
piazza e fanno parlare di sé, sacrificando la loro vita contro i
lacrimogeni e i proiettili che sembrano essere l'unica risposta che i governanti
propongono alla loro disperazione, le loro sorelle conducono una rivoluzione
tranquilla. Quest'anno più del 56% dei candidati all'esame di maturità
sarà di sesso femminile.
Le ragazze
hanno occupato la scuola, mentre i ragazzi sono scettici sulla promozione
sociale attraverso i diplomi e sognano di diventare ricchi grazie ai «traffici».
«La parità è stata quasi raggiunta nei vari cicli dell'insegnamento
primario [equivalente alla nostra scuola dell'obbligo, Ndr]. Mentre nelle
scuole secondarie la parità è stata raggiunta nel 1994 (il
49,84%) e la percentuale è favorevole alle ragazze con un tasso
del 56,02% nel 1999, mentre era solo del 34,79% nel 1979».
Le stesse
tendenze si verificano all'università, dove molti settori, come
la sanità e l'istruzione, sono composti soprattutto da donne.
«Nella
nostra società - dice Sherifa Hadjij - c'è un vero movimento
femminile, anche se si può parlare di un trasferimento dalla spazio
domestico a quello pubblico, poiché le donne sono molto numerose
nel campo dell'istruzione, della medicina e dei servizi. Ma se l'istruzione
delle ragazze costa meno, in quanto il numero di studentesse bocciate è
molto più basso, le donne sono penalizzate sul mercato del lavoro
poiché impiegano più tempo a trovare un lavoro».
Tuttavia «la
popolazione attiva femminile è passata da 109.000 nel 1966 a 1,4
milioni nel 1998, con un ritmo di crescita quattro volte più rapido
di quello della popolazione attiva totale» . Il tasso di attività
femminile, limitato al 10% della popolazione attiva fino al decennio scorso,
raggiunge ormai il 17%. Ciò provoca evidentemente delle tensioni
tra i sessi e l'arrivo in massa delle donne sul mercato del lavoro è
visto dagli uomini come una minaccia: «È una novità
per la nostra società - osserva Sherifa Hadjij - l'autorità
non è più esercitata dai padri sui figli, ma dai fratelli
sulle sorelle».
Ciò
spiegherebbe in parte la violenza contro le donne, diventate un «continente
pericoloso», perché la morale dominante, le leggi, continuano
a non preparare i ragazzi all'uguaglianza. Questa sofferenza è inoltre
aumentata da quella che si chiama la «crisi del matrimonio».
L'età
media del matrimonio è considerevolmente aumentata: 29 anni per
le donne e 31 anni per gli uomini. Questo aumento del celibato rappresenta
una grande incognita. Conseguenza degli anni '90, le sue ragioni sono molteplici
e vanno dalla crisi degli alloggi a un'altra maniera di proiettarsi nel
futuro, senza però che la morale sessuale dominante riconosca il
diritto a una sessualità fuori dal matrimonio.
Una controllata
liberalizzazione dei costumi Tuttavia la sessualità esiste, perché
nessuna società può sopportare tali vincoli. Nelle grandi
città i giardini pubblici e i luna park sono diventati i luoghi
in cui essa si esprime: un corpo accanto all'altro, una bocca sull'altra,
chi su una panchina, chi su un prato, chi sulle scale, le coppie si abbandonano
ad effusione che vanno ben oltre il semplice flirt.
Mentre i vicini,
le cui finestre si aprono su questa intimità, si mobilitano e chiamano
la polizia, spaventati da questi corsi di educazione sessuale a cielo aperto
sotto gli occhi dei figli, questa pressione sociale cerca, invano, di contenere
la liberalizzazione dei costumi.
Su questi
giovani e meno giovani incombe la minaccia di essere arrestati per «oltraggio
al pudore», un reato punibile con quattro anni di carcere. Il problema
è sapere dove si fermano le libertà individuali e dove comincia
il reato. Un dibattito che ha fatto molto parlare di sé dopo l'arresto
di alcune coppie sorprese in atteggiamenti tutt'altro che platonici. Ma
in realtà è raro che queste coppie siano realmente condannate,
quasi che la magistratura si rendesse conto dell'impossibilità di
vietare il diritto a una sessualità che non è più
tabù.
Tutto sembra
indicare che sono proprio queste enormi trasformazioni, poco analizzate
dalle élite del paese (gli intellettuali, i partiti politici), a
fare paura e a spingere verso forme di rappresentanza regressive anche
se popolari: dal movimento integralista islamico, il Fronte islamico di
salvezza (Fis) nel 1991, ai Coordinamenti di villaggi, di comuni e di dairas
che fioriscono oggi in Kabylia, al punto di aver piegato un partito come
il Fronte delle forze socialiste (Ffs), che finora era dominante e portatore
di valori democratici.
Questi movimenti
hanno fra gli altri denominatori comuni la volontà di escludere
le donne e di proporre solo rivendicazioni basate sull'identità,
sulla religione, o su una comunità: «appartenere alla Kabylia».
Si tratta
di chiusure che, incapaci di abbracciare la complessità del mondo,
adottano soluzioni inadeguate. Quarant'anni dopo l'indipendenza, l'Algeria
vive una crisi di rappresentatività che non interessa solo il potere
e la società, ma l'insieme delle sue rappresentazioni.
Nonostante
tutte le minacce, le donne si impongono sulla scena pubblica, anche se
sono poco rappresentate in questa nuova assemblea. Ma paradossalmente è
stata proprio una donna, Louisa Hanoune, a provocare grande sorpresa conquistando
più di venti seggi, «qualcosa di mai visto», alla testa
del solo partito che assume ancora oggi il socialismo come alternativa:
il Partito dei lavoratori, di idee trotzkiste.
L'Algeria
oscilla così tra involuzione e progresso. E se la maggioranza dei
voti è andata all'Fln di Ali Benflis, la ragione è che questo
partito ha ancora una struttura universalistica, fondata sull'integrazione
di tutti nell'idea di nazione, e sul carattere meno oppressivo di chi vorrebbe
prenderne il posto. Insomma, stiamo assistendo a quella che potremmo definire
una «maturità delusa».
* Giornalista,
Algeri.
(Traduzione
di A. D. R.)
Fonti: Le
Monde diplomatique/il manifesto |