Lettera aperta di sindacalisti brasiliani ai sindacalisti e attivisti del World Social Forum di Porto Alegre

Da “Sicilia libertaria”, giugno/luglio 2002


Cari fratelli e sorelle,
noi sottoscritti sindacalisti brasiliani, vogliamo qui sollevare alcune questioni riguardo al Wsf e invitarvi a trarne le vostre conclusioni.

La trappola della società civile

Il Wsf si è presentato, sin dall’inizio, come un forum della “società civile”. Lo stesso concetto di “società civile”, diventato così popolare ultimamente, cancella i confini tra le classi sociali esistenti nella società. Ad esempio, come è possibile includere nella stessa categoria di “società civile” gli sfruttati e gli sfruttatori, i padroni e i lavoratori, gli oppressori e gli oppressi, per non menzionare le Chiese, le ong, i governi e i rappresentanti delle Nazioni Unite? Il comitato organizzatore del Wsf include organizzazioni come l’Associazione Brasiliana dei Datori di Lavoro per i Cittadini e l’Associazione Brasiliana delle ong. Esse sono nello stesso comitato con altre entità, le quali, bisogna riconoscerlo, sono collegate alle lotte degli oppressi e deglis fruttati, come la Cut (Federazione Unificata dei Lavoratori) e l’Mst (Movimento dei Contadini Senzaterra). Non è questo comitato organizzatore stesso un’espressione della politica della “società civile”, cioè il tentativo di raggruppare nello stesso campo di interessi ciò che è nei fatti contraddittorio e diametralmente opposto? Cosa ne pensano i cosiddetti “padroni progressisti” dei diritti dei lavoratori? Cosa ne pensano le ong, le quali praticano e promuovono il “volontariato” e altre forme di lavoro precario e senza regole, di questi diritti dei lavoratori? Non hanno tutti i lavori “creati” dalle ong rimpiazzato, nei fatti, i lavori nelle pubbliche imprese e nei servizi, in linea con le politiche attuate dal presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso in base al volere del Fmi? La politica della “società civile” è oggi ufficialmente la politica della Banca Mondiale. Qual è il contenuto di questa politica? Giudicate da soli. La Banca Mondiale la mette in questo modo: “E’ opportuno che le istituzioni finanziarie usino i loro mezzi…per sviluppare un aperto e regolare dialogo con le organizzazioni della società civile, in particolare con quelle che rappresentano i poveri…La frammentazione sociale può essere attenuata richiamando i gruppi in forum formali e informali che incanalino le loro energie nel processo politico al posto del conflitto aperto”. Può essere una coincidenza che tra le fonti di finanziamento del Wsf si possono trovare la Fondazione Ford, o che i siti web della Banca Mondiale promuovono il forum di Porto Alegre?
Qual è il ruolo delle ong? Centinaia, se non migliaia di ong, parteciperanno al World Economic Forum di Davos (che si terrà quest’anno a New York), così come al Wsf a Porto Alegre. Qual è il ruolo che coloro che controllano le leve di comando dell’economia globale attribuiscono alle ong? Nel documento ufficiale della Banca Mondiale intitolato “La Banca Mondiale e la società civile” (settembre 2000) si può leggere quanto segue: “Più del 70% dei progetti che hanno il supporto della Banca Mondiale approvati nel 1999 riguardano in qualche modo le ong e la società civile”. C’è un proverbio popolare che recita: “chi paga la musica comanda la danza”. La Banca Mondiale, come sappiamo, è parte della sacra trinità della globalizzazione capitalistica, accanto al Fmi e al Wto. E’ possibile che queste istituzioni siano “neutrali” e che non esprimano gli interessi del capitalismo globale? Diamo uno sguardo ad un esempio concreto: la Commissione Internazionale del Wsf si è incontrata a Dakar, la capitale del Senegal, il 31 ottobre 2001. Enda-World, un’organizzazione che ha attivamente costruito il Wto in tutta l’Africa, ha ospitato e organizzato questo incontro organizzativo del Wsf. Qual è la politica di Enda? Secondo i suoi stessi documenti, Enda ritiene che “proibire il lavoro infantile vuol dire privare i bambini, così come le loro famiglie, di un importante mezzo di sussistenza”. Enda afferma che “è necessario prendere in considerazione la realtà socioeconomica e, quindi, battersi per i diritti dei bambini che lavorano”. Questa posizione di Enda è in aperta contraddizione con le posizioni del Cut e del movimento internazionale del lavoro, i quali chiedono l’abolizione del lavoro infantile e l’educazione obbligatoria fino ai 15 anni di tutti i bambini. Il posto dei bambini è nella scuola! Ma non solo Enda difende il lavoro infantile, ma sta anche partecipando direttamente alla privatizzazione degli acquedotti pubblici, costruendo pozzi e cisterne e mettendo a carico degli utenti una parcella per procurarsi l’acqua.

Per quanto riguarda Attac e la Tobin Tax

Nel nome di James Tobin, vincitore del premio Nobel in economia e fervente sostenitore del “libero commercio” aziendale, è stata creata un’Associazione per la Tassazione delle Transazioni Finanziarie e per l’Assistenza ai Cittadini (Attac), prima in Francia (1998) e poi su scala internazionale. Tra i suoi obiettivi vi è l’istituzione di una Tassa Tobin, che dovrebbe attuare un’imposta tra lo 0,05 e lo 0,1 sulle transazioni finanziarie internazionali. I soldi raccolti dovrebbero servire a creare un “fondo internazionale” per aiutare “lo sviluppo e la lotta contro la povertà”. Com’è ampiamente noto, Attac oggi è una delle principali fondatrici e organizzatrici del Wsf di Porto Alegre. La Tobin Tax, dal canto suo, ha conquistato il sostegno di persone “prominenti” come il multimiliardario e speculatore George Soros, il presidente brasiliano Henrique Cardoso, e altri. Ora, se esiste una tassa per finanziare un “fondo” internazionale per aiutare i poveri, si dovrebbe pensare che quanto più è grande la speculazione finanziaria tanto meglio è, perché tale “fondo” avrebbe maggiori risorse. Questa argomentazione non è forzata. Comunque sia, oltre alla Tobin Tax, Attac oggi si dedica anche ad altre iniziative. Essa si propone di “cambiare il mondo”, in base allo slogan “un altro mondo è possibile” attraverso “un miglior controllo della globalizzazione”. Ma è possibile cambiare il mondo senza interrogarsi sulle fondamentali relazioni produttive, senza mettere in discussione la proprietà privata dei maggiori mezzi di produzione? E’ possibile un altro mondo con una minima Tobin Tax che aiuta a “controllare la globalizzazione”? Bernard Cassen, presidente di Attac Francia e direttore di “Le Monde Diplomatique”, un giornale controllato dal gruppo imprenditoriale del quotidiano “Le Monde”, ha dichiarato al congresso fondativo di Attac Germania: “dopo l’11 settembre, il presidente Bush ha mosso dei passi in direzione delle proposte di Attac. E’ chiaro che c’è ancora molta strada da fare. Ma è necessario notare che adesso Mr Bush è contro i paradisi fiscali. Registriamo il fatto. Bush si è avvicinato alle nostre posizioni riguardanti il ruolo dello stato, investendo 120 miliardi di dollari nell’economia…Egli ha adottato la nostra posizione sulla cancellazione del debito, sebbene lo stia facendo per i suoi propri motivi. Gli Usa, ad esempio, hanno appena cancellato il debito del Pakistan, il che prova che è possibile cancellare il debito”. Bush ha appena lanciato una delle offensive più a larga scala contro i lavoratori, incluso il massiccio bombardamento dell’Afganistan, e nondimeno, secondo il presidente di Attac Francia, Bush si sta avvicinando alle posizioni di Attac. Questo è molto interessante.

Democrazia partecipativa e bilancio partecipativo

La Banca Mondiale ha appena creato un dipartimento internazionale incaricato di sorvegliare l’attuazione della “democrazia partecipativa” in 26 nazioni. Essa ha anche tradotto, pubblicato e distribuito il libro “Il bilancio partecipativo: l’esperienza di Porto Alegre”, scritto da Tarso Genro (ex sindaco di Porto Alegre) e Ubicata de Souza. Si tratta semplicemente di propaganda disinteressata della Banca Mondiale? Oppure, al contrario, non è che il metodo della democrazia partecipativa e del bilancio partecipativo incarna la suddetta strategia di “incanalare le energie” per evitare il “conflitto aperto”? Tutti i documenti che provengono dal primo Wsf di Porto Alegre discutono l’esperienza “modello” della “democrazia partecipativa” che ha avuto vita nella capitale di Rio Grande do Sul. Il secondo Wsf continua sulla stessa linea. Tra la lista dei laboratori del Wsf ve ne è uno intitolato “Il bilancio partecipativo mondiale” (nientedimeno!), organizzato dal Governatore di Rio Grande do Sul “con la partecipazione del movimento dei cittadini”.
Ma come funziona in realtà il “bilancio partecipativo”? Secondo l’opinione al di fuori di ogni sospetto del suo coordinatore nella città di Sao Paulo, esso vuol dire un “filtro alla domanda popolare”. Soltanto una piccola porzione del bilancio comunale –nel caso di Porto Alegre la somma ammonta al 17%- è destinata alla discussione e alla allocazione da parte dell’assemblea dei rappresentanti delle organizzazioni popolari (il consiglio del “bilancio partecipativo”). Questa assemblea definisce le priorità per l’esborso di questi fondi limitati. Il grosso dei soldi del bilancio municipale sono intoccabili, in quanto essi sono destinati a ripagare il debito estero e altre spese. Poiché sono risorse limitate, c’è una costante lotta interna tra i gruppi attivisti su come le priorità dovrebbero essere stabilite. I consiglieri del “bilancio partecipativo” sono obbligati a scegliere ciò che preferiscono: la creazione di una scuola o di un ospedale, la pavimentazione di una strada, o un centro per la cura dell’infanzia, ecc. Ecco come responsabilità per NON esser andati incontro alle richieste della popolazione è fatta ricadere sulle spalle dei partecipanti al “bilancio partecipativo” stessi! Ora, chi partecipa al “bilancio partecipativo”? La risposta è la “società civile”. Nel caso di un’assemblea del “bilancio partecipativo” del municipio di Camacua, un uomo d’affari ha spedito i “suoi” rappresentanti come delegati e ha conquistato quasi il 70% dei voti per dare priorità alla pavimentazione di una strada, a scapito di tutte le altre domande! E’ questa, come pretendono i suoi sostenitori, “una forma innovativa di democrazia”? O, al contrario, è una trappola che cerca di cooptare il movimento popolare e le associazioni nell’attuazione dei piani di austerità del governo cittadino, quindi rendendoli responsabili delle “scelte” che inevitabilmente fanno innumerevoli danni agli altri movimenti popolari e associazioni? E quale concezione della società risiede dietro questo “bilancio partecipativo”? E’ quella di una società senza conflitti, senza contraddizioni, basata sul “consenso tra eguali”. Ma questo non è il contrario della democrazia, la quale richiede il riconoscimento che esistono interessi contraddittori nella società, così come il riconoscimento del diritto degli sfruttati e oppressi a organizzazioni indipendenti di fronte allo stato e agli sfruttatori? Quale potrebbe essere, ad esempio, la partecipazione di un sindacato dei lavoratori dei servizi pubblici al “bilancio partecipativo”? Non mancano voci che dicono che i sindacati “dovrebbero imparare a operare in comitati di cooperazione per la gestione del lavoro” e quindi dovrebbero entrare in questi forum “partecipatori”. E’ ragionevole aspettarsi che un sindacato delegato come priorità cercherebbe di migliorare i salari e le condizioni di lavoro. Ma le associazioni dei proprietari di case potrebbero volere le luci nel loro vicinato. Invece di indirizzare le loro domande al potere pubblico e mobilizzarsi per conseguirle attraverso azioni collettive, tali domande sarebbero giocate le une contro le altre nelle assemblee del “bilancio partecipativo”. Molti di voi hanno partecipato a queste assemblee. Non stiamo dicendo la pura verità?
 

Saluti militanti,
seguono le firme di numerosi sindacalisti brasiliani