Il nazionalismo: malattia cronica del marxismo. Noi, senzapatria, per una libertà senza confini

di Pietro Stara, "Umanità Nova", N. 18 del 23 maggio 2004


Una tradizione teorica sulla nazione, in ambito marxista, che affonda le sue radici negli scritti di Engels di metà ottocento, ha lasciato, in modo non estemporaneo, i suoi segni non solo nelle elaborazioni dottrinali successive del movimento operaio e socialista, ma anche nelle mentalità collettive della sinistra. Gli scritti di Engels comparirono, a partire dal 1849, sulla Nuova Gazzetta Renana e poi in "Rivoluzione e controrivoluzione in Germania" del 1852. I concetti attorno ai quali ruotavano le riflessioni di Engels, sotto le influenze dell'idealismo Hegeliano delle "Lezioni sulla filosofia della storia", riguardavano "le nazioni senza storia", ovvero quelle nazioni con "nazionalità e vitalità politica (…) spente da un pezzo", in virtù delle quali "hanno dovuto seguire le orme di una nazione più forte, loro conquistatrice" (1851). Era quindi giusto per Engels che "gli energici yankees abbiano strappato la meravigliosa California ai pigri messicani che non sapevano cosa farsene", perché gli americani, così facendo "hanno dischiuso l'Oceano Pacifico alla civiltà e dato una nuova direzione al commercio mondiale"(1849) Sulla base di queste premesse teoriche Engels sostenne che il diritto ad autodeterminarsi delle "nazioni senza storia" dovesse inevitabilmente soccombere di fronte al progresso civile, sociale e produttivo delle grandi nazioni.
Non voglio qui entrare nel merito delle rappresentazioni teoriche sull'autodeterminazione e sulla nazione, che ebbero diverse evoluzioni ed involuzioni negli stessi ambiti marxisti (quelle espresse da Lenin saranno significativamente diverse da ciò che sostenne Rosa Luxemburg); quello che mi preme invece sottolineare è come poco alla volta all'interno del movimento operaio socialista, sia nella versione socialdemocratica che in quella rivoluzionaria, l'idea e la funzione della nazione prima e dello stato poi abbiano poco alla volta soppiantato e sostituito l'internazionalismo, diventando essi stessi meta finale e non transitoria del processo rivoluzionario. La prima tappa del disfacimento teorico dell'internazionalismo si ebbe nel 1914 di fronte alla Prima guerra mondiale, mentre il secondo, assai controverso, si ebbe durante la rivoluzione bolscevica, quando la direzione del partito comunista abolì e soppresse, in chiave di rafforzamento statuale, sulla necessità presunta della difesa rivoluzionaria (di cui la mancata estensione del processo rivoluzionario in Europa non può che essere una parziale ma insufficiente giustificazione), non solo tutte le altre opposizioni operaie ma gli stessi consigli (soviet) che sarebbero dovuti essere sia il fulcro della nuova organizzazione sociale sia il modello della futura dissoluzione statuale.
Nell'elaborazione engelsiana, ma anche in quella di tutto il marxismo definito "ortodosso" (parzialmente derivato dallo stesso Marx), da Labriola a Kautsky, lo sviluppo delle forze produttive e dei modelli produttivi vanno di pari passo con l'evoluzione delle forme organizzative statuali:
- La linea di progresso storica ed evolutiva dell'umanità avviene per stadi, che si realizzano dialetticamente. La linea positivistico - hegeliana su cui si innesta Marx è di questo tipo: economia feudale (varianti asiatiche) – sistema mercantile (borghesie commerciali) – sistema pre-capitalistico – capitalismo - socialismo –comunismo. Tutto ciò che dal punto di vista dell'organizzazione sociale e quindi anche statuale impedisca il libero sviluppo delle forze produttive capitalistiche va contro le linee di tendenza della Storia.
- Questo implica che lo Stato borghese capitalistico sia forma superiore a quelle precedenti e che lo Stato socialista sia forma superiore, e conseguente, dello Stato capitalistico.
- In questa ipotesi la liberazione nazionale è forma essenziale e non transitoria dello sviluppo delle forze produttive, che poi, entrando in contraddizione con i modelli produttivi, daranno esito al socialismo, organizzato in stato e poi al comunismo, società a-statuale di liberi ed eguali.
Le ragioni che come anarchici e non da ora (circa dalla Prima Internazionale) ci distinguono da alcune prassi e da alcuni ragionamenti di derivazione "marxiana" sono essenzialmente queste:
- Rifiuto di una visione teleologica, ovvero finalistica, della storia: l'evoluzione della storia non è preordinata e predeterminata per stadi che si impongono dialetticamente, per cui compito delle forze rivoluzionarie, organizzate in partito, è quello di "accompagnare", dirigendolo, il naturale svolgersi degli eventi. Se si è intimamente convinti di seguire il "vero" corso della storia, chiunque vi si opporrà, sarà trattato come nemico irriducibile e quindi eliminato. Lo stalinismo è stato un fulgido esempio di questo processo "intellettivo". Un altro concetto tipico dell'autoritarismo poggia ne "lo stato di necessità", idea che è strettamente congiunta alla nozione, storicistica, di causa - effetto: la storia sarebbe una sequenza di cause e di effetti tra loro conseguenti, immodificabili e necessari. La necessità storica giustifica, in sé, non solo il verificarsi di eventi terribili, ma anche la loro programmazione.
Al contrario, la nostra visione sulla trasformazione sociale è essenzialmente volontaristica: le cose succedono, a partire dal contesto dato, quindi all'interno di un modello teorico che si supporta ampiamente del materialismo storico, soltanto se le si vuole produrre.

- Rifiutiamo una visione economicista nella lettura degli accadimenti mondani. Pur partendo da valutazioni materiali dei processi sociali ed economici (l'economia è essa stessa una modalità di relazione sociale) non pensiamo che debbano necessariamente andare verso una direzione univoca, né essere unico fondamento delle contraddizioni presenti. Contraddizione ambientali, di genere etc sono altrettanto fondamentali.
- Rifiutiamo di attribuire allo stato una funzione necessariamente progressiva, come tappa di un processo di liberazione per stadi.
- Metodo, prassi e finalità fanno parte di uno stesso progetto. I gulag, esempio estremo, non posso essere in sintonia, nemmeno transitoria, con un processo di liberazione.
Perché questo discorso su Iraq, guerre ed altro?
Sicuramente perché crediamo che esistano oppressi ed oppressori: le guerre e tutte le guerre sono contro di noi. Ma pensiamo lo stesso anche degli eserciti, dei sistemi di produzione di morte (armi), della militarizzazione della società e di ogni forma di coercizione, imposizione e sottomissione. Coerentemente con questa visione non prendiamo in considerazione il fatto che ci si possa liberare opprimendo: pur rispettando diverse concezioni del mondo, tanto per capirci, non potremmo accettare di combattere un sopraffattore alleandoci tatticamente e temporaneamente con l'Opus Dei.
Invece, forse, per alcune componenti del movimento antibellico prevalgono le seguenti ipotesi:
- La prima, nazionalistica, di cui sopra. "L'Iraq agli iracheni" è uno slogan piuttosto diffuso sia nella sinistra riformista che in quella rivoluzionaria, ed è un "peccato" che non sia estendibile ovunque e che se applicato in casa nostra puzzi lontano mille miglia di revanscismo fascista. Non ci chiediamo poi perché alcuni elementi di estrema destra trovino interessanti ipotesi di antimperialismo congiunto.
- L'antiamericanismo, ovvero la sovrapposizione tra il governo, le genti e le culture che abitano un determinato territorio. In questo ci sono due varianti: una riformista che pensa che l'Europa sia buona, bella e pacifica (da Prodi a Vattimo), al contrario degli Stati Uniti brutti e cattivi, "dimenticando" (volutamente) gli interessi economici ed imperiali di questa fetta di mondo; l'altra rivoluzionaria, che traspone ogni qualità positiva al cosiddetto "Terzo mondo". Nella variabile terzomondista prevale la concezione della massa popolare buona e repressa, come se tra popoli e dirigenze politiche, economiche e militari non ci fosse alcuna connessione di sorta. Questo non toglie nulla al fatto che milioni di persone non abbiano mai scelto i propri carnefici, né che li sceglieranno mai. Di conseguenza, ogni stato che si opponga all'occidente, poco importa che sia composto da altrettanti massacratori di professione, va bene perché antimperialistico "in sé". L'imperialismo si riduce così ad essere ad un epifenomeno della cultura occidentale. In questo modello teorico, specularmente alle masse buone dei paesi "sottosviluppati" c'è la tendenza ad accorpare ed identificare gli occidentali in toto, in particolare statunitensi ed abitanti dello stato di Israele, al potere politico ivi costituito. Queste forme di riduzionismo sottovalutano gli interessi e le funzioni delle borghesie e dei capitalisti all'interno dei loro paesi.
- La terza da gemellaggio ultras. Prima facciamo il mazzo agli altri e poi, sui cadaveri dei nemici, ce la vediamo tra di noi.
Non pensiamo nemmeno, come anarchici, che lo stato nazionale e o plurinazionale sia in quanto tale un principio di libertà: spesso si rivela esattamente l'opposto. Sostituire padroni con altri padroni non fa parte del nostro immaginario di liberazione.
Se facciamo una manifestazione antimilitarista a Livorno non è solo per ribadire le nostre ragioni, ma per chiedere che tutte e tutti coloro che si battono per una reale liberazione dall'oppressione di tentare un percorso comune che faccia piazza pulita una volta per tutte di màrtiri e martìrii, di bandiere nazionali, di nazionalismi e tatticismi improponibili.