Prevedere il passato: il metodo degli storici alla Pansa

Massimo Michelucci, "L'Eco Apuano", n. 1 gennaio 2007


Massimo Michelucci fa parte della Segreteria dell’ANPI di Massa; è Vicepresidente dell’Istituto Storico della Resistenza Apuana di Pontremoli e membro del Consiglio Direttivo dell’Istituto Storico della Resistenza Toscana di Firenze; è stato consulente scientifico della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi ai crimini nazifascisti.

A proposito di Giampaolo Pansa e del suo giudizio sulla festa dell’ANPI di Massa per la grazia a Ovidio Bompressi che appare nel suo ultimo libro “La grande Bugia, Rizzoli, Milano, 2006, pp. 154-166

Come ANPI di Massa siamo stati investiti direttamente dal Pansa-pensiero, che ci ha citati nel suo ultimo libro per un brindisi fatto presso la nostra sede per festeggiare la grazia a Ovidio Bompressi, nostro socio.
Io ho elaborato una riflessione divertita, perché penso la sola risposta da dargli sia prenderlo per il culo.

Cazzo! Ora mi tocca comprare l’ultimo libro di Pansa, per controllare ciò che riferiscono i giornali in merito alle sue riflessioni sulla grazia a Ovidio Bompressi e alla festa che gli ha fatto l’ANPI di Massa, in data 6 giugno 2006.
Cazzo! C’ero anch’io a quel raduno sanguinario. Avrò delle colpe? Lavoro con Ovidio a stretto giro di gomito nell’organizzazione del Centro Documentazione Linea Gotica. Luogo pericoloso, covo di attentatori? In sigla “CDLG” un rimando a qualche gruppo segreto un po’ lo è, e ogni gruppo segreto se non è dinamitardo, è comunista, almeno sotto un regime fascista.
Cazzo! Sul Tirreno dell’8 giugno 2006 c’è il resoconto fedele di quella riunione, ci sarà stata qualche spia? Gildo, il grande Ermenegildo Della Bianchina, 1 metro e 50 di altezza, una voce da tenore, una dignità da invidiare, con i suoi novant’anni suonati, con le lacrime agli occhi se ne uscì proprio intonando lento, e rivolto a Ovidio, quei versi: “Ti amo con tutto il cuore...”. Siamo così comunisti all’ANPI che nessuno l’aveva riconosciuta, ma poi Gildo, furbo, ha proseguito alzando il tono, “... O mia bellissima rossa bandiera”. Ci sorprese tutti, il più forte di noi bagnò due fazzoletti, che sentimentali... Dio mio! Cosa abbiamo fatto! Ci siamo fatti vincere dalla gioia. Grande peccato!
Ma non era e non è proprio nelle mie intenzioni comprare il libro di Pansa! Non lo dico per preconcetto. Anzi, io amo tutti i libri, e non è piaggeria, convinto che da tutti si può apprendere qualcosa, anche minima. Ma guadagno 1200 euro il mese, devo star attento alle spese. Poi sono anche cultore della materia.  Ho comprato di recente di Franzinelli, “L'amnistia Togliatti. 22 giugno 1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti”, Mondadori, 2006; e di De Luna, “Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea”, Einaudi, 2006; e di Battini e Pezzino, “Guerra ai civili. Occupazione tedesca e politica del massacro (Toscana, 1944) ”, Marsilio, 1997; e di Palla (a cura di), “Toscana occupata: rapporti delle Militarkommandanturen, 1943-1944”, Olschki, 1997. Libri scientifici, che offrono documentazione, scritta e orale, su cui posso riflettere per conto mio e dire e/o pensare la mia. Ma 80/100 euro di libri in un mese sono una media insostenibile, devo stare attento, c’ho anche due figli, a carico, come diceva Totò. Ogni tanto, per questi motivi, mi rattristo e mi chiedo come si fa a fare l’intellettuale senza soldi, non si possono comprare i libri che si vorrebbero. Così sono costretto a rinviare le compere nel tempo, aspetto le edizioni economiche: se il libro è valido mi darà qualcosa anche tra due o tre anni, anche tra 10. A volte lo segnalo alla Biblioteca Civica per l’acquisto, falsifico anche la segnalazione a più nomi, invito altri amici a sostenerla, mi raccomando con i colleghi della biblioteca. Piccoli trucchi, per avere un libro! Roba da miserandi, da intellettuali di provincia! Ma così è. Come poter pensare di disputare in tali condizioni di storia e di cultura con un “padrone” di giornali e della editoria? Ma occorre fare sacrifici se si vuol lottare. Però segnalare il Pansa alla mia Biblioteca Civica mi sembrava un affronto. E’ una istituzione seria, ha 60 mila volumi e un fondo antico di pregio di 15 mila, al quale io stesso collaboro come socio dell’Associazione Accademia dei Rinnovati, che risale al Settecento! No, non potevo davvero farlo, e poi in ogni caso c’era da aspettare. Così l’orgoglio e la rabbia hanno vinto sull’educazione e, violando la mia moralità, sono andato al Carrefour e dal bancone dei libri ho tirato giù l’ultimo Pansa e ho letto le 13 pagine dedicate a Ovidio e all’episodio dell’ANPI. Lettura tragica! Mi riferisco alle condizioni fisiche deplorevoli nelle quali è avvenuta, cioè clandestine, da vero e proprio perseguitato antifascista; sul contenuto tornerò poi. Però come detto sono un lettore attento, almeno per certi temi, ed ora Pansa dovrò leggerlo. Ho quindi messo in preventivo l’acquisto di un suo libro, inizierò da “Appunti per una storia della resistenza in provincia di Alessandria”, Milano, 1959 (che dovrebbe essere stata la sua tesi di laurea), sul mercato antiquario dovrei trovarlo, successivamente passerò agli altri, i suoi best sellers. Mi ci vorranno anni! Ma la correttezza filologica impone tale metodo cronologico prima di poter parlare di un autore. Comunque, nel frattempo, alcuni amici di Roma, naturalmente ex LC (la lobby è davvero forte!), mi hanno procurato fotocopia delle 13 pagine di Pansa che mi interessavano. Ora così ho anche il materiale su cui lavorare. Posso fare lo storico!
Sul piano personale e soggettivo si capisce come Pansa rifugga la gioia, gli deve fare proprio schifo! Vietato gioire fuori delle regole, deve essere un suo comandamento. Ma le regole di chi? L’assunto è di stile nazista e merita una contestazione universale e assoluta, e la rivendicazione del diritto irrinunciabile, autonomo e individuale, ad essere felici secondo le proprie personali convinzioni, per le quali la gioia e la festa non sono momenti istituzionali, ma appartengono al nostro animo: che qualcuno possa dettarne i criteri deve ritenersi cosa inaccettabile. Nemmeno la religione può e deve avere tale autorità, e speriamo che il laico Pansa sia (di nuovo) almeno d’accordo su ciò.
Ma entriamo nel merito, perché poi le cose sono anche molto più concrete e semplici e non comportano di fatto discorsi filosofici.
Ma cosa può aver capito Pansa da poche righe di articoli di stampa riferenti il fatto su cui scrive? Ed anche sul metodo di costruire libri in base a notizie così poco accertate ci sarebbe tanto da dire: perlomeno che è un segnale di superficialità che offre ragioni ai suoi detrattori. Ma lasciamo stare.
Prima di tutto è bene precisare che l’ANPI non ha organizzato una manifestazione pubblica per festeggiare la grazia concessa a Bompressi, magari con depliant e manifesti, del seguente tenore: “Cittadini, compagni, amici, comunisti ed ex comunisti, uniamoci nell’abbraccio a Ovidio condannato per l’omicidio Calabresi ed oggi graziato dal Presidente della Repubblica, compagno Napolitano. Oggi alle 17,30 brindisi alla sede dell’ANPI, con vermouth e savoiardi. Interverrà il Presidente dell’ANPI e l’intero direttivo, i giovani del Centro Sociale suoneranno canti di lotta. Porterà il suo saluto il compagno Renato Curcio. Partecipate tutti”.
No. Più semplicemente è avvenuto che in una riunione della segreteria, della quale Ovidio fa parte essendo socio dell’ANPI da sempre (ma ciò a pensarci bene era meglio non dirlo, perché può indurre sospetto), si è brindato al provvedimento, con la gioia che scaturiva soprattutto dalla commozione.
Di fronte a “tanta” notizia (che dà motivo all’autore di aumentare di tante pagine il suo libro) per spiegare addirittura il disgusto (certo un po’ snob), che lo ha accomunato alla sua immaginaria intervistatrice (quindi sempre lui!), c’è da pensare che Pansa sia abituato ad associazioni e circoli inglesi, con formali assemblee ordinarie. Occorre quindi fargli capire che da noi, in provincia, questi gruppi sono in pratica delle famiglie, cioè dei ritrovi nei quali è prioritario il rapporto personale, l’amicizia, l’affetto. In tal senso chiediamo quale debba e possa essere il sentimento che deriva nel riaccogliere un componente che ridiventa libero in modo straordinario? E ciò chiaramente al di là del giudizio sulla pena, sulla quale ripeto una ennesima volta, soprattutto in relazione alla richiesta di grazia, non voglio e non sono mai voluto entrare nel merito, così come non lo hanno mai fatto l’ANPI di Massa, e gli amici del comitato “Una città per Ovidio”, che si sono adoperati per richiederla e sostenerla raccogliendo in pochi giorni 7000 firme in una piccola città di 60 mila abitanti, con la sottoscrizione subita sospesa perché c’era l’urgenza di inviare la richiesta al Presidente della Repubblica. Speriamo davvero che a Pansa non capiti in futuro un parente condannato per qualsivoglia reato (un ladro, un drogato, etc. - come escluderlo oggi, senza comunque augurarlo, anche nella migliore famiglia?), e poi in qualche misura reso libero da un provvedimento eccezionale, come per esempio un indulto. Ora sappiamo che per il suo carattere lui non ne gioirà! Lui non abbraccerà! E se qualcuno dei suoi lo farà, lui si disgusterà!
Ma ormai lette attentamente le fatidiche 13 pagine, sul piano politico, la meraviglia si è trasformata in modo tragico in un vero e proprio allarme.
Prima di tutto lo stile. Ma come è possibile essere così presuntuosi e talmente arroganti da offendere persone che nemmeno si conoscono? E non parlo solo di Ovidio, ma dei partigiani che cita come Della Bianchina e Del Giudice. A fare una battuta che lui non accetterà si potrebbe dire che Pansa ha imparato dal Sofri di LC che lui stesso critica per tali metodi e toni.
Pansa sembra viaggiare su generici clichè, raffigurando Bompressi come il grezzo operaio proletario, un inconsapevole braccio senza mente, secondo una vulgata della vicenda Calabresi che ha designato dei ruoli e che è diffusa nei media. Ma che è appunto segnale di un approccio superficiale alla storia delle persone che vi sono coinvolte sul piano giudiziario. Infatti, Bompressi fu un militante a tempo pieno dell’organizzazione Lotta Continua, collaboratore del quotidiano, e coinvolto in un lavoro intellettuale, politico, culturale e organizzativo di ampio respiro.  Come dimostrano poi i suoi interessi e le sue attività successive.
E’ bene anche ricordare che l’ANPI si era mossa da tempo per la concessione della grazia, tanto che nel 2002 fece parte del “Comitato per Ovidio” che raccolse firme di cittadini massesi a sostegno della richiesta di grazia. Fu in tale documento che si affermava, ricordando la sua attività umanitaria e socioculturale, come per la città Ovidio fosse “una ricchezza con cui vivere, un patrimonio da utilizzare”. Ciò lo sottoscrivevano i suoi concittadini, quelli che lo conoscevano, l’intera sua comunità! Anche il Consiglio Comunale di Massa, in maniera trasversale, compreso un rappresentante di AN, si espresse formalmente con l’invito ad accogliere la sua domanda di grazia. Questo per dire che forse prima di dare giudizi su una persona bisognerebbe conoscerne la vita.
Comunque mi preme solo rimarcare come il diritto alla presunzione di innocenza possa anche travalicare l’esito del procedimento giudiziario. Chiedo di poter continuare a credere nell’innocenza. E’ un diritto, posso farlo, senza gridarlo? Tra me e me? Speriamo che il laico e liberale Pansa, almeno in linea di principio, sia, anche per questo aspetto, d’accordo!
Ciò chiaramente evidenzierebbe la contraddittorietà delle sue posizioni.
Non ho l’autorità e l’esperienza e l’età di Pansa, ma mi occupo comunque di resistenza sul piano della ricerca da almeno trenta anni. Non ho nemmeno la presunzione di raffrontarmi con lui (a dir la verità nemmeno la voglia), ma i miei piccoli studi hanno prodotto convincimenti (non verità) che spesso si basano su fatti anche minuti, di grande forza. Sono i “paletti” conquistati con la fatica dello studio che come insegna il grande Le Goff (quasi mi scuso della citazione) deve adoperare il distacco per dare frutti oggettivi.  Con essi le posizioni di Pansa appaiono facilmente nella loro rozzezza e strumentalità di paradossi di polemica politica. Pansa appartiene alla schiera di coloro che prevedono il passato, osando a volte arrivare (è il suo caso) a predirlo. Ciò avviene in tanti storici, e non solo nei polemisti, quando si fanno guidare dai paradigmi interpretativi ai quali i fatti finiscono sempre per adeguarsi! L’ho scoperto anch’io con meraviglia per esempio affrontando le interviste guidato dal paradigma della divisione tra popolazione e partigiani e rilevando così episodi e quindi riscontri che quel paradigma sostengono, e che mai sarebbero emersi di per sé, ma che io ho fatto emergere. Bisogna essere coscienti di ciò nella ricerca altrimenti i particolari diventano la sostanza e la interpretazione è fuorviata e fuorviante. Il metodo paradigma purtroppo produce “verità” (e il più grande paradigma è l’assunzione di una posizione ideologica e politica, che produce sempre addirittura “grandi verità”), lo studio serio si limita a cercare di ricostruire dei fatti. Quale paradigma ha guidato il Pansa ce lo rivelerà lui di sicuro nel suo prossimo libro.
Mi viene alla mente (altra e giuro ultima grande citazione) il Borges che spiega come la memoria sia solo uno degli strumenti con i quali si modifica il passato, mettendo in ridicolo la presunzione degli uomini e la loro capacità in generale, proprio come limite mentale, di poter ricostruire la storia.
Ma veniamo ai “paletti” che mi piace offrire non a Pansa, ma ad altri in generale, magari anche solo a “quelli che la pensano come me”, come contributo, anche per verificarne la tenuta. Devo partire un po’ da lontano, presumo di star facendo lo storico e non posso quindi dimenticare il contesto, viaggerò comunque veloce su esempi ed immagini.
A - Il fascismo - Ho trovato una vecchia fotografia di Piazza Aranci, la piazza centrale della mia città, è del 28 ottobre 1922, ci sono i fascisti con le mitragliatrici puntate sulla Prefettura. La marcia su Roma forse sul piano militare fu una farsa, una parata, come retorica è quella foto, ma le armi pesanti sulle strade contro le istituzioni (a Massa come a Roma), sono lì a celebrare l’apoteosi della violenza squadrista fascista che aveva insanguinato il paese per due anni, e che fece fuggire all’estero tutti gli oppositori. Ecco quelli che conosco io, di cui ho studiato la vita, erano tutti operai che faticarono, patirono la fame, lasciarono le famiglie. E nella mia zona furono tanti. Di famosi mi ricordo solo il comunista Aladino Bibolotti che fuggì per salvare la vita nel 1922, si fece poi circa una decina d’anni di carceri fasciste, espatriò in Francia, ritornò per fare il partigiano, e finì alla Costituente. Ma degli altri, e furono migliaia, chi ne sa, chi ne dice? Ed erano colpevoli magari solo di aver gridato da ubriachi “Merda al Duce”, o “W l’Anarchia”. Come si può dimenticare tutto ciò e tutto quello che ne conseguì nell’analisi storica di fatti che comunque al fascismo sono legati? Per uno studioso diligente è inammissibile.
B - Il consenso al fascismo - 1934 (pieno regime) un padre sgridò il figlio ventenne perché vagabondo. Ma quel figlio era un giovane fascista, mentre il padre un vecchio socialista. Così il figlio denunciò al “capomanipolo” (tristi nomenclature che speriamo non siano anch’esse riscoperte e rivalutate) della sua sezione che il padre aveva bruciato in casa una foto del Duce, ed il padre finì al confino. Esempio piccolo? Forse ma rappresenta una società dominata dalla delazione, dalla calunnia, dalla paura, e dal terrore, che attraversa le stesse famiglie. Si può parlare per essa ragionevolmente di consenso?
C - Le legge razziali - 1939 una famiglia ebrea chiese, burocraticamente e ostinatamente, a vari livelli di autorità di poter tenere la domestica cattolica, una donna che ormai ne faceva parte di fatto, avendo cresciuto due generazioni di figli. La nuova legge non lo consentiva. Non lo sapevo, o non me lo ricordavo. Tale esempio minuscolo a me basta e avanza per un giudizio, non mi serve neanche più ricordare il male maggiore collegato (e a volte negato): i campi di concentramento ed il campo di sterminio della risiera di San Sabba, in Italia!
D - La RSI - Uno stato fantoccio, un esercito mercenario. Parole grosse e gravi? Un alpino della Divisione Monterosa confessò questo ruolo avuto in Garfagnana nel 1944: rastrellatore tra la popolazione di disertori, soldati alleati fuggitivi, partigiani. Ogni cattura 200 lire di premio! I prigionieri consegnati ai tedeschi. E questi cosa ne facevano? Boh! Forse che li fucilavano. Ho anche notizia di partecipazione a pagamento dei soldati repubblichini nei plotoni di esecuzione di partigiani catturati, a Firenze nella primavera 1944, ma è tanto avvilente che nemmeno l’ho voluta approfondire. L’esercito della RSI fu utilizzato prevalentemente nell’azione antipartigiana (e non parliamo di Borghese e della Decima MAS, delle Brigate Nere e delle bande di torturatori, cose troppo grosse) e fu il protagonista diretto della guerra civile, ne fu l’artefice indiscusso. Come si possono parificare repubblichini e partigiani? E’ un assurdo. Nessuno vieta i riconoscimenti sulla moralità personale, le storie vissute, etc. Anzi la storia ha il dovere di ricostruirle, ma non di usarle per una improponibile omologazione.
E - La resistenza 1 - Un partigiano mi raccontò: “Disertai. Fu difficile. Nella RSI da soldato almeno avrei avuto un pasto caldo. I miei li perseguitarono, gli tolsero anche le tessere del pane. Io ero morto di fame e non sapevo bene cosa fare e dove andare…”. Fu illuminante: la rinuncia ad un pasto caldo, una scelta che il giovane repubblichino (parlo di quello idealista, appassionato, etc.) non fece. Lì tutta la differenza. Una grande differenza. Fu, infatti, un atto di coraggio, una scelta etica, che travalicò ogni motivazione politica. Un dire basta e no al fascismo, alla guerra, anche alla violenza. Che fu ed è la sostanza della resistenza. Un altro partigiano mi tirò fuori dal portafoglio un rettangolino di carta che teneva come un oracolo. In formazione avevano diviso in tanti pezzetti i fogli di un quadernetto e ognuno vi aveva scritto su il nome di colui che voleva come capo. Nella sua vita era la prima volta che votava! Si chiamano momenti di democrazia diretta, il nostro paese ne ha vissuti pochissimi, sono alla base della concezione della democrazia.
La resistenza 2 - La resistenza militare fu minoritaria, l’han già scritto da tempo fior di storici di sinistra. L’esercito partigiano non sarebbe mai riuscito da solo a vincere le armate tedesche. I partigiani furono alcune decine di migliaia agli inizi nel 1944, alcune centinaia di migliaia nella primavera del 1945. La loro strategia fu la guerriglia e non poteva essere altrimenti. E così era voluta e richiesta, finanziata, armata, organizzata dai comandi alleati, dei quali troppo facilmente si dimenticano gli ordini volantinati o i messaggi radio che chiedevano ai partigiani azioni di sabotaggio. Vi si può leggere ancora: “attaccate i tedeschi alle spalle, minate i ponti, tendete loro agguati ”, uniche operazioni militari possibili per tale tipo di guerra. E la partecipazione alla liberazione finale non può essere misurata sui numeri (ed io non ho mai avuto ambizioni da storia militare), ma ha valenza soprattutto simbolica: la partecipazione italiana è cosa che non è necessario discutere nella quantità, perché ha di per sé un valore assoluto.
La resistenza 3 - Il popolo fu con la resistenza come scelta di fondo, fatta con l’anima. E come poteva del resto stare con i fascisti? Questo conta, e non importa misurare l’adesione. I fascisti della Repubblica di Salò rimasero invisi. Un prete, don Vittorio Tonarelli, medaglia d’argento al VM per il suo comportamento in quel periodo, che era stato parroco in uno dei paesini apuani che vissero la tragedia degli eccidi (per i quali a volte si parla di responsabilità partigiane) alla mia domanda, dettata dal paradigma della divisione e distacco tra popolazione e partigiani, se il popolo fosse stato lontano, avesse vissuto con paura se non addirittura con astio la presenza della resistenza, avesse cioè avuto remore verso i partigiani, rispose con un sorriso: “E come poteva avvenire? I partigiani erano i ragazzi, i mariti, i padri, i figli e i fratelli delle famiglie. I soldati, italiani e tedeschi che fossero, al di là di essere i nemici, erano gli estranei, quelli che venivano da fuori!”. Che verità tanto semplice, ma tanto forte e convincente e chiarificatrice! Basterebbe a tutti non dimenticarla. I diari dei soldati alleati che operarono in Lunigiana, alcuni dei quali organizzatori e capi di squadre di ribelli (cito loro apposta e non le memorie dei partigiani), non ricordano tanto gli scontri o le azioni, ma l’ospitalità che ebbero nelle case private,  nelle famiglie, che pur rischiavano la morte. Il popolo rappresentò il brodo nel quale la Resistenza sviluppò la sua possibilità di esistenza, e le dilazioni furono davvero poche (ma comunque da studiare, forse un altro possibile tema per un nuovo ennesimo libro di Pansa). Di nuovo assurdo per me è parlare di “zona grigia”, la popolazione nella sua coscienza fece, infatti, una scelta di fondo, una scelta di campo ed è proprio ciò, aggiungo io, cioè proprio questa coscienza popolare, non minoritaria, non solo cioè dei partigiani, che rappresenta il “taglio” nella storia della democrazia del nostro paese. Io del resto ho maturato la convinzione che “popolare” è aggettivo qualificativo superfluo per la parola resistenza, che altrimenti non sarebbe tale. A tale proposito io tengo molto a rimarcare come la resistenza fu il primo e generale momento (dopo anni di dittatura) di governo democratico del territorio, basato sull’attenzione alle esigenze della popolazione e della sua tutela, e che si configurò, per esempio, nella zona apuana, nell’organizzazione del passaggio del fronte di guerra verso l’Italia già libera per miglia di persone, ed in altre zone addirittura nella nascita di repubbliche autonome partigiane. Ritengo questo argomento il più importante nell’interpretazione della resistenza, anche perché è il tassello sul quale maggiormente insiste il grimaldello del revisionismo di destra.
La resistenza 4 - La politica fu veramente unitaria nella resistenza, compresi, anzi io direi meglio soprattutto, i comunisti. Presidente del CLN nella provincia di Massa fu Alberto Bondielli, un cattolico ed anche ideologicamente un anticomunista. Eppure lavorò e collaborò per esempio con Gino Menconi, un comunista di ferro, di quelli che venivano dal confino. Come fu possibile tutto ciò? Semplice: la battaglia contro l’oppressore nazifascista non fu un mito, ma cosa reale che unificò gli animi, sulla base di valori superiori, etici. E Bondielli fu uomo cristallino, integerrimo, rispettato e scelto nel suo ruolo per ciò. Nel CLN i comunisti, qui come altrove, accettarono una rappresentanza paritetica, un membro per ciascuna forza politica, eppure sulla base dei numeri avrebbero potuto pretendere diversa quota. Ma erano altri tempi, fondativi, diversi dai contenziosi ai quali ci ha abituato la nostra politica. Certo i comunisti avevano anche altri fini, in base alla loro ideologia. Bisognerebbe anche spiegare che la maturità ideologica in tal campo fu minoritaria e appartenne soprattutto ad antifascisti di vecchia data che costituirono i quadri del movimento, mentre molte dichiarazioni di comunismo furono ingenue adesioni al mito. Ma allora bisognerebbe disquisire della necessità e dell’importanza del mito nella storia, di come sia stato importante a muovere uomini e cose, della necessità del suo superamento. Su cui tutti concordiamo sognando una società di uomini tutti scientemente consapevoli delle cose da fare. Discorsi troppo lunghi e profondi, che lasciamo ai grandi storici. Avere fini considerati superiori alla vittoria contro i nazisti occupanti, come ad esempio la rivoluzione sociale, comportò anche avere meno scrupoli, e così i partigiani comunisti mal sopportarono comandanti che non la pensassero come loro, sino ad essere pronti ad azioni conseguenti. Ne derivarono episodi anche sconcertanti: Del Giudice che fu comandante del Gruppo Patrioti Apuani (gruppo che possiamo definire apolitico e, infatti, non contemplò nelle formazioni la figura del Commissario politico e che presidiò le valli di Massa e Montignoso, a ridosso del fronte della Linea Gotica), mi confessò di aver temuto più volte che i comunisti lo avessero voluto far fuori. Ma anche il viareggino comunista Giuseppe Antonini nell’autunno del 1944 fu costretto ad abbandonare la zona di Carrara dai suoi stessi compagni, per superiori ragioni di partito, per usare un eufemismo. Laura Seghettini vice presidente dell’ANPI di Massa Carrara che fu militante del PCI, e lei stessa comandante partigiano (una delle pochissime donne in tal ruolo), ha recentemente pubblicato un libro (“Al vento del Nord”, Carocci, Roma, 2006) in cui narra la storia dell’uccisione del suo compagno Castellucci Franco, il comandante comunista Facio, che era già con i Cervi e che fu fucilato per tradimento da altri partigiani comunisti in quella che può essere considerata una faida (di potere?) che vide in qualche maniera coinvolto il PCI di La Spezia. Nel dopoguerra Facio fu rivalutato. Ma mi vengono in mente anche altri esempi, come quello di Luigi Viano, il famoso Bellandy comandante di Giustizia e Libertà nel Canavese che i partigiani comunisti proprio non riuscivano ad accettare in tal ruolo tanto da arrivare alle calunnie (per usare un ennesimo eufemismo). Io da umile studioso affronto e conosco simili cose. E in senso storico le spiego proprio in base all’adesione ideale che per il raggiungimento del fine non escludeva alcun mezzo. Ma penso al contempo che tale meccanismo funzionò in alcune teste, non ne deduco una strategia politica programmata della quale quegli episodi sarebbero le caselle. Non dico: Ecco le prove! Perché non affronto la storia per voler dimostrare qualcosa, o come scherzando ho già detto per “predirla” in base ad un assunto.
La resistenza 5 - La violenza ci fu da tante parti e non poteva non esserci. Ma la prima violenza fu quella legata al potere, e legata al potere più di tutte fu quella fascista, e con il suo regime, e nella RSI quando fu strettamente unita al potere nazista. La guerra per me fu civile, perché per esempio, al di là di tanti discorsi, ho trovato un fratello da una parte e uno dall’altra, o il padre ed il figlio. Nel 1994 per un Convegno di studi ospitammo a Massa Ettore Gallo, per tre giorni gli feci da cicerone e lui per tre giorni mi spiegò che la guerra del 1943-45 non fu civile dal punto di vista formale e giuridico. Ma non mi convinse. In tutta la nomenclatura resistenziale c’era tale posizione negazionista, ce l’avevano anche con Pavone che era stato mio professore, il motivo era nella paura di vedere parificate le parti. La espresse bene un altro grande vecchio, Gaetano Arfè, che scrisse: “qui va a finire che si metterà sullo stesso piano il giovane socialista Matteotti ed il giovane fascista Dumini che lo assassinò”. Più o meno ci siamo quasi. I vecchi avevano ragione?
C’è poi una violenza misconosciuta: quella formalmente giuridica dei tribunali partigiani contro i loro stessi compagni. Si fucilarono persone che come partigiani o presunti tali si erano introdotti nelle case e avevano prelevato cose: insomma dei ladri. E per un furto furono condannati a morte! Oggi ci sembra eccessivo certo, allora lo imponeva la coerenza di dover dimostrare che a guidare la lotta era una etica superiore che non ammetteva concessioni, soprattutto tra chi la propugnava. Al nostro Centro di Documentazione abbiamo gli atti di alcuni di quei processi. Forse anche su di essi Pansa potrebbe farne un libro. Tutti gli argomenti diventano eclatanti, se li guardiamo in maniera avulsa dal periodo in cui avvennero e con gli occhi o la mentalità di oggi, se li usiamo pro o contro determinate convinzioni.
La resistenza 6 - La guerra ai civili. Questa nuova categoria dello spirito antifascista, introdotta credo da Battini e Pezzino, ha illuminato e/o ravvivato molti occhi stanchi sul piano storiografico, e la vicenda dell’Armadio della Vergogna ha dimostrato che la storia non si era ancora ricostruita bene, né quindi tanto meno conosciuti e puniti i responsabili di una strategia del terrore preventivo che rientrava nei piani e nei programmi dell’occupazione nazista, così come era già avvenuto in altre parti d’Europa, e ciò al di là o meno, della presenza partigiana, anzi a dir meglio proprio ad evitarne la nascita. C’è quindi da studiare molto sempre ed ancora in tale direzione. Io per parte mia (piccola) l’ho fatto ed ho scoperto che un tenente della Decima MAS, fu processato come responsabile di 12 episodi di omicidio, tra i quali un eccidio famoso della zona apuana con 68 vittime, e finanche per torture, come l’incisione della X della Decima sulle schiene dei prigionieri nella caserma Pinelli a Cuorgné, e condannato per ciò a morte nel 1947, a Vicenza, pena poi ridotta a 30 anni, poi a 19 per indulti etc, per finire poi libero già nel 1952. Voleva forse far capire ai tedeschi che gli italiani non erano vili, fu un sanguinario verso altri italiani, lui la guerra civile la cercò. Ebbene, purtroppo è lui a rappresentare la Decima agli occhi della storia, ed il ruolo antipartigiano che Borghese assunse con i tedeschi, e non lo furono i giovanissimi che aderirono in base all’ideale, quelli che vengono romanticamente chiamati i ragazzi di Salò. La confusione nel giudizio avviene quando si mescola il piano personale dei sentimenti e dei ricordi, con quello oggettivo dei fatti e dei riscontri. Ma ogni umile storico dovrebbe saperlo.
Io credo di aver evidenziato con i miei esempi un quadro di convincimenti che sicuramente è l’esatto opposto di quelli di Pansa, ciò del resto nella consapevolezza che ognuno possa pensarla come vuole, non voglio imporre la mia e quindi nemmeno criticare. Ognuno, infatti, nella ricerca storica, può assumere gli assunti che vuole, difficile è contestarli in assoluto (perché nessuno è portatore della verità), ma si può evidenziare la loro non coerenza strutturale, il loro non rispondere all’assunzione di un quadro complessivo e generale di riferimenti, che deve costituire per tutti la base di partenza dello studio e della ricerca (che si chiami quadro storico, o contesto, etc.). Uno degli atteggiamenti peggiori di Pansa è di atteggiarsi a portatore di verità rivelata: nessun serio storico, seppur modesto, seppur dilettante, lo fa. E quando un libro (presunto di storia) inizia annunciando verità, alle persone serie un certo convulso gli viene, una certa agitazione di stomaco che impedisce di andare avanti nella lettura. Per questo per me, che sono fatto così, è difficile leggere libri di un certo genere, né tanto meno quindi aspiro a giudicarne il contenuto.
Ma veniamo alle tesi storiche, che sono altra cosa, cioè le interpretazioni che dallo studio si tirano fuori, che sono, in effetti, uno degli scopi alti della ricerca, il frutto proprio e soggettivo dell’intelletto, quelle che Pansa ha spiegato e pubblicizzato a pie’ sospinto in interviste e promozioni e conferenze chiamandole appunto impropriamente verità, e che ritengo  sia possibile ed anche doveroso contestare, perché sono basate su un meccanismo logico che nella sua tecnicità e/o oggettività presunta può essere criticato, per esempio rilevandone le contraddizioni. A volte tali tesi, e sono i casi peggiori, assumono addirittura la veste di teoremi.
Due sono le tesi fondamentali di Pansa ed uno il teorema.
a - Il dominio della tematica resistenziale da parte comunista che avrebbe imposto una vulgata antifascista che ha costituito dal dopoguerra un vero e proprio regime culturale unilaterale, dal quale è stato quasi impossibile divincolarsi e che avrebbe prodotto i mali del mito.
b - L’eliminazione degli avversari, fascisti e non, dopo il maggio 1945 come programmata strategia politica dei comunisti tendente alla rivoluzione sociale, a portare i cosacchi, ormai soldati dei Soviet, ad abbeverarsi in San Pietro.
La prima osservazione è sul metodo. Si deve giocoforza rilevare che Pansa critica un mito presunto, quello della  resistenza, inventandone altri due.
Ma veniamo alle tesi nello specifico ed alla possibile loro confutazione.
Per la prima tesi la storiografia sulla resistenza, nella sua diversificazione e con la sua variegata produzione sessantennale, è la prova oggettiva dell’errore di Pansa (ricercato o no che sia). Una produzione per la quale si può addirittura parlare di “fasi” storico-politiche, per le quali mi permetto di citare l’analisi puntuale di Aldo Agosti, che ha ripreso una periodizzazione  di Nicola Gallerano, in quanto a riassumere non riuscirei ad essere tanto breve, né chiaro (ricordo che io sono davvero e propriamente un dilettante!):
“C'è una prima fase, seguita alla rottura dell'unità antifascista nel 1947, nella quale cominciano a presentarsi le diverse letture della Resistenza [...]: [...]come "guerra di popolo", che è sostenuta [...] dalle sinistre; [...]come "secondo Risorgimento", che è [...] accolta dalla Democrazia Cristiana. A questa fase ne segue una seconda, che si apre alla soglia degli anni Sessanta, nella quale [...] le due interpretazioni si compongono in chiave essenzialmente celebrativa [...]. Vi è poi una terza fase [...] il periodo 1968-1979, [...] ruotante intorno al tema della Resistenza come occasione mancata [...]. Infine con l'inizio degli anni Ottanta si apre una quarta fase, caratterizzata [...,] da un certo diradarsi di studi sulla Resistenza, e dai primi segnali di una sua svalutazione [...]. Questi segnali si accentuano con la brusca accelerazione impressa alla revisione del "senso comune storiografico" dalla svolta del 1989, e si intrecciano con la crisi del sistema politico repubblicano e con il riemergere in modo prepotente della tematica a lungo appannata o rimossa dell'identità nazionale italiana. A partire dagli anni Novanta si assiste a un rilancio  [...] e questo dibattito, che conquista le terze e anche le prime pagine dei quotidiani e le ribalte televisive, suscita molta più attenzione e eco dei risultati della ricerca storica, che pure mostra nuovi e originali sviluppi. Quando questa ricerca non passa sotto silenzio, è per isolarne una formula, o una tesi avulsa dal contesto generale. È significativa l'accoglienza riservata al volume di Claudio Pavone, -Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza-, uscito nel 1991 [...]. Quest'opera di alto livello scientifico, di cui è autore un uomo di sinistra, è fatta oggetto dai mass media e anche direttamente dalla destra di un'attenzione insolita e sospetta. In qualche modo essa viene indebitamente considerata, dal nuovo senso comune storiografico che si sta affermando, una sorta di risarcimento a posteriori della tesi propagandata dai neofascisti negli anni cinquanta, che aveva fatto largo uso del termine "guerra civile" per proiettare la macchia del "fratricidio" sulla nascita della Repubblica democratica; e altrettanto indebitamente viene assunta come un'interpretazione che deve aprire la strada a una parificazione fra combattenti e quindi come un invito alla riconciliazione tra ex partigiani e ex combattenti della repubblica di Salò. [...] la svalutazione della Resistenza negli anni novanta prescinde dai risultati della storiografia, oppure li distorce, e muove da motivazioni essenzialmente politiche”.
Questa analisi ineccepibile, datata anno 2000, distrugge la tesi di Pansa, e addirittura spiega come poi sia stata possibile la nascita di derive storiografiche, o  più propriamente politico-culturali,  come la sua. (L’articolo di Agosti, La centralità della Resistenza - Rivendicazione e condizione politica, Vercelli 2000, che non so se sia stato pubblicato, lo si può leggere sul sito dell’Istituto Storico della Resistenza di Biella e Vercelli: http://www.storia900bivc.it).
Le opere di questi ultimissimi anni, sia locali e non, dedicate anche ad argomenti sensibili per le polemiche della destra politica (non ultimo il vituperato e strumentalizzato tema della Foibe, che sul piano politico ha prodotto addirittura l’istituzionalizzazione di una apposita giornata della memoria, che non ha alcuna base storiografica di valore per una equiparazione con l’altra giornata della memoria già dedicata alla Shoah) stanno a dimostrare che la storiografia di sinistra non è ottusa e chiusa in se stessa, fino ad essere settaria per la parte comunista, né che ha imposto una sua grezza egemonia culturale.  Di fronte all’enorme dibattito degli ultimi 15 anni ciò davvero è una corbelleria.
La seconda tesi è davvero paradossale. Già Parri aveva parlato di 30 mila vittime della cosiddetta vendetta contro il fascismo nell’immediato dopoguerra e quindi nessuno contesta i fatti (che sono certo da studiare), ma farne derivare una teoria complottistica e politica, legata poi solo ai comunisti, davvero è inconcepibile. Ciò in base al fatto che avvenimenti sanguinari, collegati in qualche modo al concetto di vendetta, appartengono a tutti i periodi post-guerra, in tutte le epoche ed in tutte le geografie. Anzi gli storici, che parlano con i numeri, affermano che l’Italia in tale campo presenta parametri inferiori al livello fisiologico che è comune agli altri paesi europei (cioè quindi meno vittime). Ma io non sono storico dei numeri e non voglio certo negare la assoluta negatività del male, anche quando si presenta in minor quantità. Tali fatti furono grandi tragicità, e la responsabilità fu di coloro che li compirono. Quello che nego è che furono un progetto. Mi aiuto ancora con qualche piccolo esempio.
Nella primavera del 1945, a Forno di Massa un presunto fascista fu ucciso dalla popolazione. Era capitato per caso in paese, dove il 13 giugno 1944 era stato attuato un vero e proprio eccidio da parte dei nazifascisti, con 68 vittime. Qualcuno riconobbe in quel giovane uno dei responsabili. Fu aggredito, colpito. Si passò addirittura nelle case a chiamare vedove ed orfani, affinché tutti partecipassero, anche solo con uno schiaffo, un calcio, uno sputo (e così fu): di fatto, un vero e proprio linciaggio. Fu poi gettato nel fiume, cinicamente finito con un colpo di pistola. Forse, anzi quasi sicuramente quell’uomo era innocente. Un episodio di sangue e vendetta tribale, che si spiega (non certo si giustifica) solo con l’epoca, e il collegamento alla barbarie propria della guerra. Questo credo sia il quadro esemplificativo e drammatico, certo definibile come sanguinario, nel quale rientrano gli omicidi di quel tempo.
Nel maggio 1945 in un altro piccolo paese delle Apuane un giovane partigiano stava cercando i fascisti con l’intenzione di vendicarsi direttamente e personalmente, di fare cioè giustizia da sé. Ne giunse notizia al CLN che scrisse al comandante partigiano responsabile della formazione di quel luogo chiedendogli di fermarlo, con una riflessione molto ponderata: “Lo capiamo, suo padre è stato ucciso dai fascisti, due suoi fratelli sono dovuti emigrare in Francia, una altro è morto malato al confino, lui stesso è stato  perseguitato e pestato più volte, il desiderio di vendetta è forte, ma la guerra è finita, il fascismo è vinto, noi non abbiamo lottato per essere come loro. Devi parlarci, farglielo capire”. Ci sarà riuscito quel comandante? La posizione formale e sostanziale della resistenza verso i fascisti non fu quella della vendetta di sangue, lo può essere stata nei singoli, anche in alcune bande organizzate, credo di poter dir bene: “incontrollate e incontrollabili”. Chi poteva, infatti,  avere in quei frangenti una reale possibilità di controllo? Come possibile dimenticare quel clima in un giudizio che voglia dirsi storico? Un cappello politico sopra simili fatti è oggettivamente impensabile, proprio per l’assoluta ingovernabilità della situazione. Nella sostanza più propriamente si può dire che la resistenza perseguì non la vendetta di sangue, ma solo quella politica, annotando anche con rammarico che forse non ci riuscì.
Io mi sono immaginato una riunione partigiana a liberazione avvenuta, a maggio 1945, con all’odg la punizione dei fascisti, in un paese, in un quartiere di una città. I presenti sempre tutti armati, un partigiano comunista comincia a stilare un elenco dei fascisti più fascisti, quelli da catturare, magari per poi eliminare (riconosco che ci potesse stare anche tale prospettiva). Un altro partigiano, anche lui comunista, prende l’elenco, lo legge e dice calmo, sì, bene, però qui accanto, al secondo posto, prima di mio cugino mettiamoci anche tuo cognato, era fascista anche lui, anzi di più. La lista finisce così stracciata. Ognuno in casa aveva dei fascisti, tutti in Italia erano stati fascisti! E ciò non è un dato insignificante quando si pensa per esempio all’amnistia, e fa capire come l’odio ed il desiderio di vendetta pur esistenti si dovessero scontrare con una realtà di divisione politica che attraversava tutte le famiglie. Quella riunione non è quindi tanto inverosimile ed, infatti, non me la sono immaginata, ma me l’hanno raccontata. Ma siamo sempre comunque sul piano dei ricordi personali. Un aneddoto non fa testo, anche se sicuramente rappresenta senza alcuna ombra di dubbio un fatto, ed è l’insieme dei fatti che fa la storia.
Meglio allora citare dei documenti. Il 3 dicembre 1945 il CLN di Massa trasmise al Questore di Apuania un elenco di fascisti da sottoporre alla Commissione Provinciale per l’epurazione. L’elenco era composto di sole 33 persone. Si trattava o di fascisti che ebbero un ruolo istituzionale di rilievo con gravi responsabilità politiche o di violenti ritenuti corresponsabili di eccidi e omicidi, o violenze estreme. Ricordo che il comune di  Massa, dal 1943 al 1945,  aveva subito eccidi e stragi nazifasciste con circa 300 vittime, la provincia apuana con circa 800, su un totale in Italia di presunte vittime per tali tragedie di circa 15.000 (più o meno il 6 %). Insomma, al di là dei numeri, la terra era stata fortemente insanguinata dai fascisti, e l’odio per essi doveva essere grande. Ebbene nessuno di quei fascisti fu ucciso in quegli anni (e i comunisti al tempo erano tanti!), pochissimi furono processati, e quasi nessuno finì in galera, se non per poco tempo! Nel dopoguerra, non c’è notizia in zona di omicidi eclatanti, se non quello di Forno già citato. Il dato pone la zona al di sotto anche di quella soglia di violenza fisiologica per i periodi post-guerra.  Strano? Io l’ho spiegato così: la gente era stanca di violenza!  Tanto stanca che non solo si ammutolì il desiderio di vendetta, ma addirittura quello di giustizia. E l’esempio sono i crimini nazifascisti non perseguiti, che finirono nell’Armadio della Vergogna per usare una metafora. Ciò avvenne sì per tutte le ragioni geopolitiche e di stato che dir si voglia (e la Germania nella Nato, e i nostri soldati egualmente criminali di guerra all’estero, etc.), ma anche perché la gente dopo anni e anni di violenze desiderava solo la pace, e pensare al lavoro, alla casa, a vivere di nuovo, e non pensare più alla guerra e alle nefandezze ad essa  correlate. Io, infatti, mi sono chiesto anche come mai non fossero nati spontaneamente, al di là della politica, nelle comunità tanto ferocemente tartassate, dei comitati, delle associazioni, che con ostinazione avessero perseguito la strada della ricerca della giustizia, delle responsabilità, della verità. Anzi, con il sano moralismo dello storico questa domanda l’ho posta di continuo ad un vecchio amico che fu protagonista diretto di tali fatti, un partigiano addirittura fucilato dai nazifascisti e che ebbe la fortuna di sopravvivere: chi quindi  più di lui? E così gli chiedevo se in quegli anni avesse sentito il desiderio di vendetta, e di giustizia, e di verità. E lui non mi rispondeva mai, forse perché non sapeva farlo, forse perché non voleva, e solo mi guardava in silenzio con gli occhi con i quali si guardano gli stupidi, lo sguardo con cui, aggiungo, si dovrebbero guardare tutti gli storici che fanno del moralismo, dimenticando che l’uomo è qualcosa di più. Ora che è morto (proprio quest’anno) credo di aver capito che lui per 60 anni abbia avuto solo una ambizione, quella di dimenticare. Quando la storia investe tragicamente le persone avviene il paradosso che lo storico fatica per ricercare ciò che la gente vuol dimenticare, non accorgendosi di finire, in tali casi, ad assomigliare più ad un poliziotto, o ad un giudice.
Allora Pansa (la connessione è automatica, e assicuro non voluta!) avrà pur raccontato dei fatti avvenuti, che nell’Emilia, ed in Padania avranno sicuramente assunto la tragica consistenza quantitativa  che cita (e che nessuno nega), tanto da dover essere affrontati doverosamente come vero e proprio fenomeno storico da studiare, analizzare, e approfondire, ma la sua volontà interpretativa non gli ha permesso di intercettare l’essenza dello spirito etico di quel periodo, quello che cioè la popolazione aveva maturato come coscienza collettiva.
Il desiderio di pace che io ho descritto nei miei piccoli esempi locali fu un vero e proprio vento che pervase l’intera società italiana del periodo (e a pensarci bene non poteva essere altrimenti) e così fu raccolto giustamente da tutte le forze politiche (compresi i comunisti!) che si rimboccarono le maniche per ricostruire il paese (Sono tra quelli che pensano che l’Italia non ha più avuto una classe politica come quella dei costituenti!) Questa la sostanza della storia che Pansa non vede, o dimentica.
Infine il suo teorema che si riassume così: i partigiani comunisti furono gli assassini responsabili di migliaia di omicidi, eseguiti in base ad un preciso progetto politico di guerra civile, che colorarono di sangue gli anni del dopoguerra; sempre gli stessi furono i padri che allevarono i  figli brigatisti rossi dando vita ad un ventennio di terrore nella nostra società, negli anni Settanta e Ottanta del secolo passato;  la prova di tutto ciò sta in una piccola sede provinciale dell’ANPI dove quei partigiani comunisti, ancora loro, nel 2006,  hanno festeggiato la grazia per colui che è stato condannato per l’omicidio Calabresi, l’episodio di sangue che, nel 1972, diede il là a quel terrorismo rosso che ci dilaniò come nuova guerra civile.
Io non amo i teoremi, non sono nemmeno stato mai troppo bravo né in algebra, né in geometria. Potrei comunque dimostrare che è proprio inverificabile, ma mi sembra più giusto dire che è vergognoso, di uno squallore inammissibile. Perché nella mia concezione e preparazione scientifica esistono anche teoremi squallidi, e sono i peggiori! Non meritano parole.
Pansa dunque un Zichichi della storia. Ma mi accorgo di star usando una vulgata che fa di Zichichi un incapace divulgatore di teorie, e mi scuso quindi con lui per l’accostamento.
Solo su una cosa io sarei d’accordo con Pansa, se la scoprissi sincera. La sua critica all’antifascismo di facciata e di maniera,  che pervade purtroppo la nomenclatura politica e culturale, anche di sinistra che, di fatto, segue i valori antifascisti per pura comodità e conformismo. Ma di fronte a ciò c’è solo da constatare amaramente come il suo libro sia apprezzato proprio da tale fauna politica e culturale, che lo critica in pubblico, ma lo plaude dentro di sé. Perché l’antifascismo vero è ancor oggi, purtroppo, una fatica, quella della coerenza nei comportamenti e nei pensieri, e tutti oggi vogliono evitare la fatica anche chi l’etica della fatica la sostiene. Allora Pansa, nel caso cioè dell’appurata sincerità, e per il fatto  che dichiara ancora di sentire il suo antifascismo e di vedere ancora nella resistenza la sua patria morale, meriterebbe una domanda seria, etica: cosa significa essere antifascisti oggi?
Per finire ritorniamo alla sezione ANPI di Massa che festeggia Bompressi. Il punto vero ed unico del mio interesse a Pansa.
Ebbene io non sono comunista. Anche se a dir la verità un poco lo sono, ma “come” bisognerebbe spiegarlo un po’ più seriamente e non c’è spazio né tempo. Riassumo quindi brevemente che mi sento un “compagno” (se Pansa si definisce ancora di sinistra, io avrò ancora il diritto a chiamarmi compagno?), ecco a tale qualifica non ci rinuncio e, per farla corta e cruda, preciso che mi sento compagno solo di quelli che guadagnano dai 900 ai 1500 euro (non credo ci rientri Pansa!), e non penso nemmeno di dovermi sentire compagno di gente che ne guadagna 500 o addirittura niente, veri e propri poveracci, di fronte a me: un signore! Una distinzione di matrice classista! Addirittura marxiana! (Forse ho fatto un altro sbaglio perché così ho  rivelato una essenza profonda, di quelle peggiori).
Ovidio non è comunista, forse lo è stato, come un tempo lo fummo tutti, almeno nel senso mitologico già ricordato. Oggi mi sembra più aspirare ad azioni umanitarie e i comunisti, è risaputo, non sono umanitari! Potrei azzardare addirittura anch’io una predizione, ma sul futuro: non mi meraviglierei che prendesse i voti.
Della Bianchina è un socialista di novanta anni, i suoi padri putativi sono Turati, Nenni e Pertini. Che gli si può dire?
Del Giudice era un socialista, ma fu anche un frate domenicano ed in più, aggiungo, un anticomunista. Un grande maestro! Perché c’è stato anche un anticomunismo sano e positivo. Al quale pure io, da comunista,  sono andato a scuola (ammetto di essere persona complessa). Ce ne furono molti di anticomunisti tra i vecchi socialisti, avevano intuito, avvertivano a pelle il settarismo come male. Non erano contro i comunisti, ma contro il comunismo, vi vedevano i segnali di un sistema chiuso e  ne percepivano a pelle nei fatti (non erano grandi intellettuali, parlo sempre  e solo di militanti di base) la degenerazione illibertaria, come nei fatti purtroppo avvenne in tutti i socialismi reali.
Solo Torre, il Vicepresidente della Sezione, tra i membri della Segreteria può definirsi un comunista vero, che lo rivendica. Ma è uno che ha coraggio, cazzi suoi. Suo padre era addirittura un partigiano! E in una formazione garibaldina! Io son qui comunque a testimoniare che non ci ha mai minacciati e che non ha in testa il progetto di eliminarci, anzi che è un bravuomo, come tutti i comunisti che ho conosciuto io. In ogni caso è sempre e solo uno su otto, o dieci (non mi ricordo bene di quanti membri è composta la segreteria, non stiamo molto attenti a queste cose in provincia).
Riepilogando: io non lo sono, lui non è, loro non sono, dunque non siamo comunisti, almeno all’ANPI di Massa.
Ora il problema è: chi cazzo glielo dice a Pansa?
Se il suo sentire è sincero gli potrebbe anche venire un croccolone. No. No. Io non me la sento. Che glielo dica qualcun altro. Qualcuno di quelli che malignano che forse sincero non è.
Rimane poi l’ultimo, ultimissimo, problema, che mi investe direttamente, non mi fa più dormire la notte, sempre più configurandosi come un vero e proprio dramma personale: il politburo dell’ANPI ha scelto me per un incarico estremo, sono io, infatti, che delle posizioni di Pansa dovrò informare il Torre!