La Palestina impossibile

Jeff Halper, "Una città", n. 154, marzo 2008


In Palestina si sta costruendo scientemente un regime di apartheid, cioè di separazione permanente fra due popolazioni in cui una domina l’altra; la colonizzazione dei territori è irreversibile e il muro è di separazione non di sicurezza; l’orribile politica di esproprio e demolizione di case palestinesi. Intervento di Jeff Halper.

Jeff Halper, ebreo americano, urbanista e già docente di antropologia all’Università Ben Gurion del Negev, si è trasferito in Israele negli anni ‘70, dove oggi vive con la famiglia e svolge il ruolo di coordinatore dell’Icahd (Israelian Committee Against House Demolition). Jeff Halper è stato in Italia recentemente per parlare dell’attuale situazione in Israele-Palestina e per promuovere la Campagna di Ricostruzione che ha preso avvio nel 2007, in occasione del 40° anniversario dell’inizio dell’Occupazione. Pubblichiamo il testo dell’intervento svoltosi presso il Dipartimento di Studi Politici dell’Università di Torino, il 12 dicembre 2007.
 

La mappa dell’apartheid
Quello che penso è che Israele stia cercando di imporre l’apartheid in Palestina, dove abbiamo oggi un apartheid di fatto. Si può definire l’apartheid come un sistema, un regime; non è semplicemente una via politica per raggiungere un obiettivo. Ci può essere discriminazione, anche in Italia, senza che vi sia apartheid.
L’apartheid è un regime con due elementi principali, uno è la separazione di una popolazione dall’altra, ed è questo il modo in cui Israele chiama la sua politica verso i palestinesi: separazione, in ebraico “afradà”. Perfino il nome ufficiale del muro non è “muro per la sicurezza”, ma “muro di separazione”. L’altro elemento è il dominio di una popolazione sull’altra.
Sono sessant’anni che Israele prova a creare uno spazio esclusivamente ebraico, praticamente dal 1947 quando le Nazioni Unite hanno assegnato allo stato ebraico il 56% della Palestina. Ilan Pappe, un noto storico israeliano, ha scritto un libro recentemente che si intitola La pulizia etnica della Palestina (The Ethnic Cleansing of Palestine, 2006, Ndr) e in questo libro mostra che lo scopo del governo israeliano fin dal 1947-48 è stato fare una pulizia etnica in tutto il territorio che sarebbe diventato uno stato ebraico.
Nel 1947 gli ebrei hanno avuto il 56% del territorio, pur essendo solo un terzo della popolazione. Anche con tutto questo, con questa divisione, il 45% degli abitanti dello stato ebraico era palestinese. Per aver anche solo questa parte del territorio come stato ebraico sarebbe stato necessario effettuare una pulizia etnica. Ma Israele voleva espandersi oltre questo spazio, ed effettivamente nel 1948 alla fine della guerra, si era allargato al 78% del Paese. Nel frattempo erano stati espulsi dal paese più di 700.000 palestinesi, sia dal territorio assegnato dalle Nazioni Unite sia da quello che sarebbe stato lo stato ebraico nel 1947-48.
Questa situazione era alla base dell’iniziativa politica della comunità internazionale ai tempi della “road map”. Questa è stata la soluzione accettata dai palestinesi dell’Olp, nel 1988, quando riconobbero Israele in questi confini, rinunciando al 78% del paese. Se Israele avesse davvero cercato pace e sicurezza, si sarebbero potuti avere vent’anni fa e invece ci siamo diretti verso quello che chiamiamo un “bantustan” in Palestina, in cui Israele si espanderà fino all’85% del paese, creando uno spazio quanto più possibile esclusivamente ebraico. Perché in realtà non lo vogliamo uno stato palestinese nella nostra terra, la terra di Israele. Ma come capitava in Sudafrica, se non vuoi uno stato bi-nazionale, devi far sì che nasca uno stato palestinese: la logica dei bantustan non è di riconoscere ai palestinesi i loro diritti ma di separarsi da loro, lasciando noi stessi in grado di controllare tutto il paese. Non solo lo controlliamo, lo dominiamo anche. Israele controlla i confini del territorio, rinchiude i palestinesi in quelli che chiamiamo cantoni. Controlla la terra agricola più fertile e l’acqua, controlla l’area della grande Gerusalemme, il cuore economico di qualunque stato palestinese. Controlla anche lo spazio aereo e la sfera delle comunicazioni.
E così vediamo emergere un regime di apartheid, non uso la parola come slogan ma in modo molto preciso. Perché l’apartheid, come dicevo, è un regime imposto su tutto il paese, basato sulla separazione delle popolazioni, con una delle due popolazioni che domina in modo permanente sull’altra. E’ in questa direzione che Israele sta andando, è molto chiaro. E si può comprendere come tutto questo sia stato pianificato negli ultimi 40 anni, basta guardare una cartina geografica. Se qualcuno sapesse dirmi come uno stato palestinese economicamente autosufficiente potrebbe emergere da una situazione come quella attuale dei Territori, meriterebbe il premio Nobel. Se si guardano Israele e i Territori su una cartina basata su quella che io chiamo la matrice di controllo si notano facilmente alcuni elementi. Il 90% dei palestinesi sono rinchiusi in aree denominate “A” e “B”. Le aree “A” sono quelle in cui si suppone che l’autorità palestinese abbia il pieno controllo, sono solo il 18% dell’intero territorio occupato. Dopo cinque anni dai negoziati di Oslo si può dire che i Palestinesi hanno avuto il 18% del 22% del territorio, perché insieme Cisgiordania e Gaza fanno il 22% del paese. Poi ci sono le aree “B” dove la società civile, le scuole e i comuni sono in mano ai palestinesi, ma la sicurezza è in mano israeliana. Insieme, le aree “A” e “B” fanno il 42% dei territori occupati, ma sono divise in 70 piccole isole, tutte circondate da posti di blocco fissi e mobili. Il restante 58% si chiama area “C”, è completamente controllato da Israele e circonda tutte le aree “A” e “B”. Nell’area “C” Israele ha 250 colonie: c’è mezzo milione di israeliani che abita i territori occupati nei “blocchi” di colonie. Questo è quello che Israele vuole mantenere, il minimo di quello che Israele vuol tenere. Allora, noi abbiamo bisogno di uno stato palestinese, quindi dobbiamo dare loro del territorio, ma con questi sette blocchi di colonie possiamo controllare completamente la popolazione palestinese.
Uno di questi blocchi di colonie è nella valle del Giordano, da dove Israele controlla il confine e tutta l’acqua. Poi c’è il blocco di Ariel che divide la Cisgiordania da est a ovest. Giusto in mezzo c’è la città di Ariel, proprio sopra la più grande falda acquifera della Cisgiordania. Un terzo blocco di colonie si chiama blocco di Modin, connette Ariel a Gerusalemme e sta intorno alla città di Modin che, a cavallo della Linea verde, è stata costituita come una grande città di Israele. Ci sono poi tre blocchi di colonie che formano quella che noi chiamiamo la Grande Gerusalemme, quindi Gerusalemme da una città si è trasformata in una grande regione. Questa Grande Gerusalemme isola anche la Gerusalemme Est, palestinese, dal resto del territorio palestinese. Secondo la banca mondiale, il 40% dell’economia palestinese gira intorno a Gerusalemme, questo fatto vincola l’attività economica di qualunque stato palestinese. Infine, c’è un settimo cantone, un blocco di insediamenti a sud che è la colonia di Hebron.
Quello che è importante sottolineare è che tutto questo non si può spiegare con motivi di sicurezza, che è il modo in cui Israele presenta le questioni: tutto dipende dalla sicurezza, dalla lotta contro il terrorismo e dall’autodifesa. Ma questa, come si potrà comprendere, è una strategia in cui è Israele che fa il primo passo, per controllare. Israele non ha messo insieme 250 colonie per sicurezza e non l’ha mai detto che il motivo delle colonie è la sicurezza. Questo è solo un modo attivo di reclamare tutto il paese. Non si possono spiegare i blocchi di colonie con la sicurezza, ma si possono spiegare con il tentativo di controllare. Ci sono 29 autostrade, costruite durante gli anni di Oslo, per connettere le città israeliane alle colonie e sono a uso esclusivamente degli israeliani, non sono state costruite per motivi di sicurezza ma per avere un’infrastruttura israeliana in tutta la Cisgiordania.
L’idea dei due stati è basata su una concezione geografica Nord-Sud, cioè con uno stato palestinese a fianco di uno stato israeliano. Per distruggere questa concezione, Israele ha cominciato a costruire lungo la direzione Est-Ovest, e a riconfigurare tutto il paese. Così Gerusalemme è oggi nel centro del paese, mentre prima era al margine. Non è solo questione di smantellare un insediamento o spostarne un altro, in questo modo Israele controlla l’intero territorio.
Questo è importante perché Israele cerca di presentare le sue azioni come se facesse tutto per autodifesa e se Israele è la vittima, non si può ritenerlo responsabile dei suoi atti, qualunque cosa faccia è giustificabile. La prospettiva cambia se si riesce a dimostrare che Israele è la parte forte, che occupa e che cerca di controllare tutta la situazione; allora si può ritenere Israele responsabile dei suoi atti sia per la legge internazionale che per la legge umanitaria.

La demolizione e la ricostruzione
Io sono a capo del “Comitato israeliano contro la demolizione delle case” (Icahd). Abbiamo scoperto che il problema della demolizione delle case è uno strumento molto potente per ripresentare il conflitto. Dal 1967 Israele ha distrutto qualcosa come 18.000 case palestinesi nei territori occupati e nel 95% dei casi non c’era alcuna relazione con questioni di sicurezza. Le case sono distrutte o quando Israele invade l’area “A”, come a Nablus, Jenin o Gaza, oppure perché Israele rifiuta di concedere i permessi per costruire abitazioni. Israele si vuole presentare come stato democratico, per cui non ammetterà mai di non concedere agli arabi di costruire case. Occulta questa politica con leggi e pianificazioni. Israele ha definito tutto il territorio come “terreno agricolo” e Gerusalemme Est come “spazio verde aperto”. Così quando un palestinese chiede di costruire un’abitazione gli si risponde: “Ci piacerebbe tanto, ma questo è terreno agricolo”. Questo però non impedisce a noi di costruire 250 colonie, perché noi stiamo dentro il comitato di pianificazione; cambiare legalmente lo status di una zona da agricola a residenziale è facile. In un paio di minuti vi spiego come avviene una demolizione, così ci facciamo anche un’idea di come funziona l’occupazione.
Vi racconto la storia della famiglia di Salim Shawamreh, del villaggio di Anata in Cisgiordania, di sua moglie Arabiya e dei loro sette bambini. Salim ha comprato un pezzo di terra vicino a Gerusalemme e ha chiesto quattro volte all’amministrazione civile israeliana il permesso di costruire. Ha visto per quattro volte la domanda respinta e la pratica ogni volta gli è costata 5000 euro. Allora, come altre migliaia di famiglie palestinesi è stato costretto a costruire illegalmente, cioè senza permesso. Ha avuto così immediatamente un ordine di demolizione dall’amministrazione civile. Ci sono decine di migliaia di ordini di demolizione contro abitazioni palestinesi. Solo a Gerusalemme Est ce ne sono 22.000: un terzo delle case palestinesi a Gerusalemme ha l’ordine di demolizione. La speranza dei palestinesi è che, nonostante l’ordine, non giungano ad abbattere la casa se non fra un anno, fra cinque, o magari mai. In effetti, la famiglia di Salim e Arabiya ha vissuto nella propria casa per cinque anni. Certo, non sono stati cinque anni sereni, per l’ansia, la paura e la tensione che arrivassero a demolire la casa. Possono arrivare in qualunque momento. Ho sentito donne palestinesi che mi dicevano: “La prima cosa che faccio al mattino è guardare dalla finestra se non ci sono i bulldozer e i soldati, se non ci sono mi alzo, mi vesto, sveglio i bambini e preparo la colazione”.
Un giorno, dopo cinque anni che abitavano lì, hanno sentito bussare alla porta all’ora di pranzo. I funzionari dell’amministrazione civile israeliana arrivano armati, ma in abiti civili, perché Israele non vuol far vedere che è in atto un’occupazione militare. In realtà Israele nega che ci sia un’occupazione, l’idea di base è che questo è il nostro paese, come fai a occupare un paese che è tuo? Ora, non so come siano i funzionari civili in Italia, ma ai palestinesi appaiono molto torvi e minacciosi. Quando Salim ha aperto la porta gli è stato chiesto “Questa è casa tua?”. “Sì che è casa mia”, ha risposto Salim. “No, non è casa tua -gli è stato detto- adesso è casa nostra. Hai 15 minuti per tirare fuori tutte le tue cose perché la demoliamo”. Voi cosa fareste in questo caso? Non credo che direste: “Ok, aiutatemi a trasportare fuori il tavolo della cucina”. Piuttosto penso che protestereste, urlereste, chiedereste aiuto. Ma nel momento in cui cominci a protestare la tua diventa “resistenza”. Quel giorno assieme ai “funzionari civili” c’erano più di 100 soldati, Salim fu picchiato e buttato fuori di casa. Ma qui, di nuovo, non c’è nessun elemento di sicurezza: Salim non è un terrorista e non è mai stato accusato di alcunché.
Una delle domande che dobbiamo farci è: “Se questa casa non è stata demolita per motivi di sicurezza, perché è stata demolita?”. Questa domanda aiuta a re-inquadrare il conflitto e a far sì che la gente cominci a chiedersi cosa stia realmente accadendo.
Durante lo sconquasso Arabiya è riuscita a chiudersi dentro coi bambini. I soldati allora hanno gettato gas lacrimogeno dentro la casa, dalla finestra, per far sì che la famiglia uscisse. Non so se avete mai avuto contatto con gas lacrimogeno, averlo in casa è soffocante. Arabiya fu portata via incosciente, mentre i bambini gridavano e scappavano da tutte le parti. Parte della nostra resistenza come israeliani è di opporci alle demolizioni. Ci mettiamo davanti ai bulldozer e ci incateniamo nelle case. Lo facciamo sia per resistere che per guadagnare tempo, perché contemporaneamente chiamiamo giornalisti, funzionari esteri e ambasciatori affinché vengano a vedere cosa succede. Inoltre, dato che l’amministrazione civile viene a demolire dieci case, se dopo la prima o la seconda demolizione riusciamo a creare trambusto magari salviamo le restanti sette o otto abitazioni. Veniamo regolarmente arrestati, tutte le volte. Ma poiché siamo ebrei israeliani la nostra posizione è privilegiata: non ci picchiano, non ci sparano e non ci mettono in prigione, quindi possiamo resistere in questi modi, difficili da usare per i palestinesi.
Con noi c’è anche un gruppo che si chiama “Rabbini per i diritti umani”, sono 100 rabbini israeliani che si oppongono all’occupazione. Alla fine, però, la famiglia è portata fuori dalla casa e anche noi siamo portati fuori. L’amministrazione poi delega il compito della distruzione a ditte private. Si può far domanda all’amministrazione civile e se si vince l’appalto si può essere pagati per demolire case. Prima della demolizione, tutto viene buttato fuori: le carte, le foto, tutto quello che c’è in un’abitazione. Non è solo una rovina economica -nella maggior parte dei casi gli abitanti espulsi sono poveri- è anche un’umiliazione, un trauma, una violenza, e questo riguarda 18.000 famiglie. Alla fine arriva il bulldozer a demolire e qui c’è una tragedia dentro la tragedia: il guidatore del bulldozer che ha abbattuto la casa di Salim era un palestinese, semplicemente lavorava per una ditta demolitrice, dove un giorno vieni mandato a costruire una strada e il giorno dopo l’ordine è: “Vai a demolire una casa”. Questo lavoratore conosceva Salim, potete immaginare cosa gli passasse per la testa mentre distruggeva la casa di un amico. Durante la demolizione, accorrono sempre anche i vicini. Un vicino di Salim, che si chiama Mohamed, ha visto la sua casa distrutta in seguito, circa due anni fa.
Dopo la demolizione una delle cose che facciamo come comitato per resistere è di ricostruire le case. La mezzaluna rossa, come fa anche la croce rossa, offre una tenda alla famiglia per poter viverci dentro. Noi appena possibile portiamo israeliani e palestinesi a ricostruire la casa demolita.
Negli ultimi anni abbiamo ricostruito 135 case, ma sia chiaro: ricostruiamo come atto di resistenza politica, non come atto umanitario. Se lo facessimo come puro atto umanitario, i palestinesi non ce lo permetterebbero. Il punto centrale è che la casa non è stata distrutta da un terremoto o da un’inondazione, ma per un atto politico. Arabiya ha ricostruito la sua casa con donne israeliane. Questo è un modo molto importante di resistere ma è anche un modo per ricostruire la pace. E’ molto politico, perché facciamo vedere come funziona l’occupazione, però è anche un gesto di solidarietà con famiglie molto spaventate che hanno perso tutto; è un gesto “speciale” se arrivano gli israeliani a ricostruire e per i palestinesi è importante perché hanno la possibilità di svolgere un ruolo attivo, anziché disperarsi soltanto. E poiché il nostro è un agire politico, lavoriamo soltanto attraverso organizzazioni palestinesi.
Il modo in cui Israele decide di distruggere le case è del tutto arbitrario: ci sono migliaia di abitazioni da demolire. A volte arrivano subito a distruggere la casa che abbiamo ricostruito, altre volte la casa resta lì. Nel caso di Salim e Arabiya, il muro portante della nuova casa non era ancora asciugato quando, il giorno dopo, alle quattro e mezza di mattina, i soldati sono ritornati e la casa è stata demolita per la seconda volta. Ma noi abbiamo ricostruito di nuovo, come facciamo sempre, perché non lasceremo che sia l’occupazione a vincere.
Abbiamo ricostruito una nuova piccola casa che è stata demolita di nuovo, ma questa volta, la terza, è stata abbattuta con un caterpillar e hanno portato anche un martello pneumatico per distruggere le fondamenta, perché non potessimo ricostruire. Noi invece abbiamo ricostruito di nuovo, assieme ad altri amici: il comitato Gush Shalom, le Donne in nero, il comitato di difesa palestinese, Peace now, il “Christian Peace Making Team”, gruppi di ogni genere si riuniscono per ricostruire le case. Ma poi la casa è stata demolita di nuovo. E’ stata demolita quattro volte e ogni volta l’abbiamo ricostruita.
L’ultima volta che abbiamo ricostruito la casa di Salim e Arabiya è stato nel 2003. Da allora è diventata molto famosa, ci hanno fatto dei film, è stata raccontata sui media di tutto il mondo, dal 2003 questa casa resta in piedi. C’è sempre un problema però: la casa c’è, ma la famiglia non ci può vivere dentro, perché ha la residenza a Gerusalemme mentre la casa è in Cisgiordania. Se vanno a vivere in Cisgiordania, Salim perde la residenza a Gerusalemme e di conseguenza anche il lavoro. Fino a che la famiglia non era conosciuta poteva fare quel che fanno molte famiglie palestinesi: mantenere un indirizzo a Gerusalemme e vivere appena fuori città, dove costa meno.
I palestinesi non possono tirare avanti senza dire bugie, abbiamo criminalizzato ogni aspetto della loro vita, il che è una cosa terribile. La famiglia era diventata nota a tutti, così non hanno più potuto fare questo gioco e alla fine hanno deciso di usare il loro edificio come centro internazionale.
Ora si chiama “Beit Arabiya”, cioè “Casa di Arabiya”, dal nome della signora, la padrona di casa, che l’abitava. La casa è stata dedicata a due donne che hanno perso la vita a causa delle demolizioni: una è la giovane americana Rachel Corrie, travolta a Gaza da un bulldozer; l’altra è una signora palestinese che si chiamava Nuha Sweidan, aveva 10 figli ed era in gravidanza, è stata uccisa quando le hanno demolito la casa mentre lei era a letto.
Sulla parete di “Beit Arabiya” c’è un murales che riproduce armi distrutte, cannoni fuori uso, un caterpillar inutilizzabile, con sullo sfondo lavoratori israeliani e palestinesi che lavorano insieme.

Il muro della separazione
Vorrei parlare ancora di un elemento dell’occupazione: il muro che Israele costruisce è alto otto metri, il doppio del muro di Berlino e cinque volte più lungo. Questo è l’elemento maggiormente tangibile fra quelli che mostrano come Israele crea i suoi “bantustan”. La logica del muro è chiara: l’obiettivo non è la sicurezza ma la separazione. Il muro contorna le aree “A” e “B” e quando incontra un blocco di colonie le circonda. Il muro non arriva fin lì per motivi di sicurezza e non va in linea retta come andava il muro di Berlino, fa delle enclavi e rinchiude decine di migliaia di famiglie palestinesi in prigione.
La città di Kalkilia, nel Nord della Cisgiordania, contiene 70.000 persone completamente circondate dal muro: è una punizione collettiva. E’ questo il motivo per cui l’Alta Corte di giustizia dell’Aja ha detto che il muro è illegale. Qui c’è una popolazione letteralmente rinchiusa dietro al muro senza essere colpevole di alcunché. Si vede allora che il muro non divide israeliani e palestinesi, passa in mezzo alle comunità palestinesi. Inoltre, è costruito in modo che gli israeliani non lo vedano, agli ebrei non piace ricordare i muri, così lo si costruisce dentro la comunità palestinese dove noi non lo vediamo mai. Per esempio, il muro passa anche attorno ad Abu Dis, dove non ci sono israeliani per chilometri: non c’è alcun elemento di sicurezza e non si può spiegare il percorso del muro con la sicurezza.
Io sostengo che è impossibile spiegare qualunque elemento dell’occupazione con la sicurezza. Il sistema israeliano è di creare un confine unilateralmente, mettendo un muro. Tutti si sconvolgono quando si chiama al boicottaggio accademico delle università israeliane, ma l’università di Al-Quds, l’unica università araba di Gerusalemme, ha un muro di otto metri che passa al suo interno e fa sì che docenti e studenti non possano arrivare in aula. Non capisco perché anche questo boicottaggio delle università palestinesi non sia un problema in tutto il mondo. Il muro va avanti, nelle aree rurali diventa una barriera elettrificata con strade per le pattuglie militari e trincee da ambo i lati. Si può immaginare il danno ambientale ed economico causato da questa barriera. Dove c’era una collina, un bosco, una piantagione di olivi, non si può più accedere da una parte all’altra, il danno economico ai palestinesi è enorme. Il muro assieme alle recinzioni secondarie occupa circa 75 metri.
Moltiplicando questo per 450 chilometri si ha un’idea del danno economico e ambientale causato dalla barriera. Se torniamo alla distribuzione dei bantustan, non è necessario essere professori universitari per capire: prendi le aree “A” e “B”, togli i blocchi di colonie e quello è il percorso del muro. Israele può ammorbidire le cose, potrebbe dare ai palestinesi un po’ di Valle del Giordano, ma ne dubito perché qui ci sono colonie molto importanti. Oppure potrebbe dar loro il deserto della Giudea e la mappa d’Israele potrebbe sembrare un poco meglio quando si apre il giornale al mattino. Ma la situazione è di apartheid, con Israele che in sostanza controlla tutto il paese.
E’ una situazione molto difficile, non pare esserci una soluzione anche se questo è un conflitto con implicazioni globali. Io sostengo che la soluzione dei due stati è morta, non c’è alcun modo in cui Israele possa essere forzato a tornare indietro e restituire ai palestinesi il 22% del territorio. Israele non avrebbe potuto fare tutto questo senza il silenzio complice della comunità internazionale. Israele ha fatto del territorio un solo paese. C’è un solo governo, un solo esercito, una sola economia, un solo sistema idrico e una solo rete elettrica.
Se la soluzione dei due stati è impossibile, facciamo allora un solo stato, questa è la logica che Israele sta promuovendo, ma a questo punto non si può più parlare di uno stato ebraico e di qui non si va avanti.
L’essenza del conflitto è che Israele vuole essere uno stato ebraico, vuole essere una democrazia e vuole tutta la terra. Ma di queste tre cose se ne possono avere solo due: puoi essere uno stato ebraico e una democrazia, più o meno, perché la popolazione ebraica è la maggioranza all’interno di Israele e quindi non puoi avere i territori occupati dove metà della popolazione è palestinese. Oppure, puoi avere uno stato ebraico in tutto il paese, ma non sarebbe una democrazia. Puoi avere una democrazia in tutto il paese, ma non potrebbe essere uno stato ebraico.
Questa è l’essenza del problema: la politica di Israele è di stare al centro di questo ipotetico triangolo, di non spingere verso nessuno dei tre vertici. E’ quello che chiamiamo “status quo”, va avanti da 40 anni, non significa che sia realmente uno “status quo”, perché in realtà andiamo avanti a costruire colonie, autostrade, a rafforzare l’occupazione. E’ lo “status quo” perché blocca ogni tentativo di negoziare una soluzione.
Al momento, dopo la conferenza di Annapolis, la sensazione di Israele è di avere un anno, quello che resta all’amministrazione Bush, per bloccare la situazione e inchiodarla. Se può presentarla come la soluzione dei due stati, secondo la “road map”, e se può trovare un collaborazionista palestinese che è d’accordo, benissimo è fatta, abbiamo vinto.
Se invece non è possibile, pazienza, torniamo allo “status quo” e proviamo ad andare avanti altri 40 anni. E’ questo il motivo per cui dico che re-inquadrare il conflitto è così importante, perché finché Israele riesce a presentare lo “status quo” come un problema di sicurezza e di terrorismo, nessuno lo obbligherà a fare alcuna concessione.
Politicamente essere la vittima è un’arma molto potente. Possiamo essere fortissimi, Israele è la quarta potenza nucleare al mondo, possiamo fare qualunque cosa vogliamo e nessuno ci ritiene responsabili perché noi siamo le vittime.
Parte della nostra lotta è re-inquadrare il conflitto, perché Israele sia considerato responsabile, in quanto potere occupante.
Quel che vorrei è che si facesse una campagna internazionale contro l’apartheid, siamo arrivati al momento per farla. Dopo 40 anni sappiamo esattamente dove Israele sta andando. Io penso che gli ebrei dovrebbero essere alla testa di un movimento anti-apartheid, l’idea che siamo noi i nuovi “afrikaner” del mondo fa abbastanza paura. E che Israele parli a nome delle comunità ebraiche di tutto il mondo è anche questo un problema, dato che le comunità ebraiche sono sempre state definite in termini di diritti umani e diritti civili.