Economia. Il Punto sulla crisi. Intervista a Vladimiro Giacchè
 
Daniele Cardetta, www.articolotre.com, 11 Aprile 2012



Siamo di fronte a una crisi sistemica del capitalismo? Quale rapporto tra Stato e mercato nel futuro dell'economia mondiale? Cerchiamo di chiarirci meglio le idee facendo qualche domanda a Vladimiro Giacchè.

Abbiamo parlato a lungo dell'Ue, della crisi sistemica del capitalismo e delle prospettive future. Entrando maggiormente nel dettaglio, lei in veste di economista marxista, in questo XXI secolo crede che ci sarà una nuova stagione in cui le teorie socialiste e stataliste potranno espandersi a livello mondiale?

Per prima cosa distinguerei tra socialismo e statalismo. Mentre il modello di società associato alle teorie socialiste prevede il comune controllo degli esseri umani sui mezzi e meccanismi di produzione e distribuzione della ricchezza, lo statalismo può essere associato (e storicamente lo e' stato) anche a società fortemente classiste. Detto questo, e' evidente che il controllo del potere statuale e' un passaggio indispensabile anche per realizzare le idealità socialiste, e che non può darsi socialismo senza un controllo pubblico dei principali mezzi di produzione. Certe idee che circolano, come quella che vede i cosiddetti beni comuni come antitetici ed equidistanti sia dal pubblico che dal privato, mi sembrano ben poco fondate. Come possa realizzarsi concretamente il controllo pubblico dei settori fondamentali dell'economia e quale sia il giusto rapporto tra Stato e mercato, sono le grandi domande alle quali il nostro secolo (cioè le persone che ci vivono, cioè noi) dovrà dare una risposta per uscire dal percorso distruttivo che sembra aver imboccato la società capitalistica. E' evidente che sono domande cruciali ma e' altrettanto chiaro che procedere sulla strada tracciata dal neoliberismo significa perdere ogni giorno qualcosa di diritti conquistati in decenni di storia, senza che peraltro le condizioni economiche generali migliorino. La verità e' che oggi nell'establishment non c'è una sola persona che abbia un'idea chiara sul da farsi: in sostanza si naviga a vista, facendo uso di ricette vecchie e ormai improponibili. E, aggiungo, anche viziate da provincialismo: basterebbe dare sul serio un'occhiata non propagandistica a quello che accade in Asia, e in particolare in Cina, per confrontarsi con un modello di sviluppo non riconducibile ne' al socialismo di stampo sovietico ne' al capitalismo dei Paesi occidentali. In relazione a quest'ultimo la sensazione prevalente in America Latina e in Asia e' che abbia esaurito la sua spinta propulsiva. Quello che si diceva dell'Urss dalle nostre parti negli anni Ottanta.

Sono passati ormai quasi tre anni dall'esplodere virulento della crisi economica. Ora i dati parlano di una disoccupazione galoppante soprattutto tra i giovani e di una crescita che non arriva. Crede sia possibile che siano l'anticamera di scenari catastrofici sulla falsariga di quanto successo nel XX secolo?

La nostra crisi ha un solo possibile termine di confronto: quello della crisi del 1929. Con aspetti di vicinanza anche inquietanti: ad esempio, oggi come allora la crisi inizia negli Usa e due anni dopo conosce una recrudescenza gravissima in Europa. Per qualcuno, ad esempio per l'Italia, la crisi, in termini di ricchezza e di produzione perdute, e' oggi addirittura peggiore di allora. Rispetto a una crisi di questa gravita', la fuga in avanti rappresentata da avventure belliche e' sempre possibile. E devo dire che ho trovato decisamente inquietante la facilita' con cui l'opinione pubblica europea e' stata convinta della bontà della più recente avventura bellica, quella contro la Libia, una vera e propria aggressione di stampo neocoloniale. Va pero' detto che ormai i destini del mondo non si decidono più soltanto a Washington o a Bruxelles (o Berlino). L'orizzonte delle relazioni internazionali e' sempre più multipolare. E questo e' un fatto positivo.

Il fatto che le spese militari vengano portate avanti nonostante la crisi da tutti i principali paesi mondiali, compreso il nostro, secondo lei cosa potrebbe significare?

Che per quanto possa sembrare assurdo il settore militare e' uno dei settori trainanti dell'economia. A spese del bilancio pubblico, come ci insegna la vicenda degli F35 comprati dal governo italiano: il contratto l'ha firmato Berlusconi, l'assegno l'ha staccato Monti, ma i soldi li pagheremo noi per anni. Rinunciando a asili nido, scuole e a un pezzo di pensione.

Infine torniamo all'Italia. Crede che il peggio sia passato? e soprattutto quanto delle cose fatte finora dal governo in campo economico e del lavoro è farina del sacco di Monti e quanto della cosiddetta Troika?

Alla prima domanda rispondo di no. Recentemente il centro studi tedesco IMK ha previsto per il nostro Paese un -2,6% di pil nel 2012 e un -2,9% (!) nel 2013. E il "misery index" misurato dal Centro Europa Ricerche e' ai massimi dal 2004. In pratica: le politiche di austerity hanno spinto il paese in una grave recessione, a causa di un calo pronunciato della domanda interna che le esportazioni non riescono a controbilanciare. Il rischio di una depressione a livello europeo e' tutt'altro che remoto. E le misure per la crescita adottate dal governo Monti sembrano ridursi alla liberalizzazione dei taxi e alla neutralizzazione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che creerà ulteriori disoccupati: sarebbe ridicolo se non fosse tragico. Non so valutare quanto di queste misure sia imposto e quanto rappresenti escogitazioni originali del nostro governo. E' difficile dirlo e forse la questione e' malposta, nel senso che mi sembra ci sia notevole identità di vedute a Roma, Bruxelles e Francoforte. Anzi, a ben vedere, il nostro problema e' proprio questo.