Lo stesso nemico?

Daniel Blanchard, "La Question sociale", n.3/2006, pubblicato in "Collegamenti-Wobbly" n. 9, gennaio 2006 (Trad. di Walker)


Questo scritto è una risposta al precedente articolo di Nicole Thé [pubblicato anch'esso su "Collegamenti-Wobbly" n. 9, gennaio 2006]
"Lo stesso nemico", "una rivolta che è anche la nostra": queste frasi che sono date come delle evidenze (almeno per noi) mi sembrano molto problematiche. Non trovano il loro senso che ad un livello astratto, oggettivo come si dice in linguaggio marxista, come a dire prodotto di un'analisi globale della società in termini di classe e della dinamica sociale come lotta di classe. Obiettivamente, certo, i giovani che hanno messo a fuoco le banlieus hanno per nemici lo Stato, la classe dominante, ecc. Ma nulla nella loro pratica fa ritenere che ne abbiano coscienza; quei nemici i loro atti non li hanno indicati. E se ci si limita ai loro nemici manifesti - pompieri, insegnanti, autisti degli autobus, piccoli commercianti del quartiere, studenti non molto tempo fa... - non si può dire che questo per noi abbia un senso. Allora "lo stesso nemico"? Sì: i poliziotti. Per il resto pura astrazione. Lo stesso quando tu accrediti a questa "rivolta bruta, senza mediazioni" di essere riuscita a "uscire da una dimensione strettamente locale", di avere "fatto smuovere i rapporti di forza". Ma tra chi e chi? Tra questi giovani e i poliziotti, i giudici, i nazionalisti razzisti, i padroni, ecc.? O tra il governo e i riformisti (quelli timidi)? Per guadagnare che cosa? Più pompieri di ogni sorta, una polizia di quartiere, può essere? I rapporti di forza, tu mi sembri valutarli in maniera più realistica, più avanti, quando constati che "il desiderio d'ordine ha preso rapidamente il sopravvento" nella popolazione, permettendo al governo di "fare un passo avanti nella logica repressiva" e dissuadendo "tutta la sinistra, anche l'estrema, di fare qualcosa di serio per contrastarlo". E' certo qui che il rapporto di forza è cambiato e non si può dire che sia stato a favore dei più oppressi... Questo, bizzarramente, ai miei occhi, non ti impedisce di affermare che "l'esistenza stessa di queste sommosse squalificherà per molto tempo, speriamo, gli appelli alle soluzioni repressive...". Questo soluzioni sono, al contrario, all'ordine del giorno e lo saranno per molto tempo, anche se sono combinate con una politica di cooptazione di un esiguo strato sociale medio delle banlieus.
Nel complesso il tuo testo non mi sembra molto coerente. E questo è dovuto, io credo, all'accanimento che tu metti nel trovare del positivo in avvenimenti che ti disturbano alquanto, tu lo riconosci all'inizio, e che a me appaiono non solamente come rivelatori di una disgrazia senza limiti, ma come, in se stessi, una disgrazia. Senza parlare delle centinaia - o migliaia - di sfortunati ragazzetti che si ritrovano in prigione, io non credo che queste "violenze" abbiano il minimo effetto positivo sulla condizione degli abitanti dei quartieri, proprio in termini di rapporti di forza. Io non credo che abbiano fatto nascere "un nuovo attore politico". E questo precisamente perché questa gente - giovani o meno - non è entrata nella polis, nella città. Queste violenze non sono "urbane", esse sono "periurbane" - in italiano le banlieus sono, se non mi sbaglio, periferie. Non gioco sulle parole. Io credo che questo tratto sia essenziale: questa rivolta è nata ed è restata in un vaso chiuso, non ha cercato di penetrare, salvo in modo spettacolare, nella città, il centro attivo della società, il salotto dell'oppressione e dell'esclusione. Si può parlare di rivolta se si vuole, ma una rivolta contro niente e nessuno: non rivolta contro i "padroni", né contro i simboli del dominio, essa non ha individuato nessun "nemico" che fosse responsabile dell'ignominia inflitta a questi giovani. Non solamente non ha preso di mira i responsabili dell'esclusione ma è stata un tentativo disperato e delirante di volgere le spalle all'esclusione: escludersi dal centro per poter così dire: "Questo mucchio di fango dove noi marciamo è nostro, non ci mettete piede. E per dissuadervi vogliamo farvi paura...". Dico questo ripetendo dei dialoghi che un compagno, insegnante alla scuola tecnica di Montreuil, mi ha riportato: "Noi vogliamo fare paura" gli hanno detto alcuni suoi allievi. E si potrebbe aggiungere che, per fare paura, bisogna essere incomprensibili, assurdi e sudici: si bruciano le automobili dei parenti, si distruggono le loro case - di merda - le loro scuole, ecc. Festa dell'autodistruzione, festa di gioia e di disperazione (non si ha più niente da perdere), ecc.
Ma, a mia volta, mi metto a parlare al loro posto, al posto di chi non può, o senza dubbio, piuttosto, non vuole parlare - e quello che ho detto è altrettanto un'impostura che il vedere in questi incendi la nascita di un nuovo soggetto politico o volerli fare entrare, a tutti i costi, nella dinamica della lotta di classe. In ogni caso io non vedo come si possa discernere della positività là dove questi giovani non l'hanno voluta mettere. Scegliere il campo? E' evidente che io non mi pronuncio contro di loro. Ma per? In quanto esseri umani oppressi, sì, ma non per quello che hanno fatto. Contro la marmaglia governativa, certamente, e tutto il sistema politico-giudiziario-poliziesco che si è scatenato contro di loro, ecc. Affermare la mia solidarietà - platonica - verso di loro? Piuttosto lottare per ottenere l'amnistia che saranno stati condannati.
Che la condizione degli abitanti delle banlieus sia il prodotto e il prodotto deliberato - e non un danno collaterale - della società di classe, è evidente. E se si è voluto integrarla alla dinamica della lotta di classe, è stato in quanto arma della classe dominante: un deterrente, uno strumento di dissuasione - e si può, credo, interpretare la virulenza del razzismo nei milieu popolari come, in larga misura, una reazione di spavento: "Noi non siamo come loro, tutto piuttosto di diventarlo".
I relegati nelle banlieus sono esclusi non solamente dai rapporti di produzione, ma dai rapporti sociali in genere, e non hanno trovato il modo di rientrarvi. In tutti i casi, a mio avviso, non questa volta. Io credo che se si vuole valutare sobriamente, come diceva Marx, "il rapporto di forza", è necessario vedere il fatto nuovo che la disoccupazione che la classe dirigente ha imposto da una trentina d'anni non si limita più alla costituzione di un "esercito industriale di riserva" per disciplinare la forza lavoro. Tende, e senza dubbio riesce, a rigettare una parte della popolazione al di là di questo esercito di riserva, all'esterno, in un niente sociale e dunque umano. E' necessario prendere atto del potenziale di distruzione della sostanza umana al quale il capitalismo è pervenuto, senza aver bisogno di ricorrere alla guerra. E' gente in parte distrutta che si è manifestata, e l'ha fatto in quanto tale, distrutta nella sua cultura d'origine, nelle sue aspirazioni più elementari e anche, almeno in certi casi, nella sua capacità di percepire l'altro (io penso a quel poveraccio, picchiato a sangue, perché fotografava gli incendi o alla giovane ragazza intervistata da Beaud e Pialoux1: " Per noi, nel quartiere, c'è il coprifuoco permanente"). Essi non si ricostruiranno che rientrando nella società - con l'effrazione, certamente - per parlare e agire, rivolgendosi agli altri. Può essere, speriamo, che ci sia il mezzo di aiutarli, ma non parlando al loro posto, sia pure soltanto perché è necessario schierarsi.

1 L'articolo di Beaud e Pialoux mi sembra molto buono, giusto e preciso. Fornisce una spiegazione causale convincente (ma non nuova) all'esplosione delle banlieus e delle ragioni per simpatizzare con questi giovani nonostante la distanza, diciamo antropologica, immensa che ci separa da loro. Ma non vedo come apporti al loro comportamento, un senso che noi possiamo prendere in carico o versare sul conto della lotta di classe - che non consiste, che io sappia, nell'insieme dei fatti e dei gesti prodotti dai dominati per la (a causa della) dominazione